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Aspettando Mattarella

Luigi Di Maio non molla. E non mollano nemmeno Matteo Salvini e Matteo Renzi. Inutile arzigogolare su cosa farà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Lo scenario è quello che è, ma è indubbio che avremmo avuto un governo il giorno dopo le elezioni, se la vittoria del centrodestra l’avesse guadagnata Silvio Berlusconi candidato-premier. Perché? Berlusconi avrebbe puntato i piedi e costretto il Quirinale a cedere. Sarebbe andato in Parlamento con un governo di minoranza e avrebbe ottenuto i numeri necessari a rimediare la fiducia. Non è un segreto che tra Montecitorio e Palazzo Madama girovaghino frotte di parlamentari desiderosi, anzi, volenterosi, pronti a digitare il verde per tenere in piedi un governo macilento. Ovviamente, mai per interesse personale e/o per la famigerata “poltrona”, bensì per il bene del Paese, che – sosterrebbero compunti – non si può permettere il lusso di ritornare immediatamente al voto.

Berlusconi non è candidato e Forza Italia è seconda dopo la Lega, perciò basta con le ipotesi di terzo tipo e torniamo ai dati reali.

Luigi Di Maio deve tirare la corda sperando che non si spezzi. Non può fare altro. Se poco poco arretrasse di un palmo, finirebbe gambe all’aria. Se invece la fune cedesse sotto lo sforzo, il candidato-premier pentastellato resterebbe al timone e accuserebbe qualcun altro di sabotaggio. L’escalation, qualunque essa sia, funziona se non si trova a contrastare una escalation contraria. Nel confronto/scontro tra gli Stati, vince chi può rilanciare all’infinito. Il bluff di un rilancio può riuscire se la controparte ha scarse energie residue. In caso contrario, domina il più forte.  Un meccanismo non consueto soltanto nelle relazioni internazionali. Di Maio deve rilanciare per dimostrare di avere riserve sufficienti a sostenerlo. La sua speranza è che gli altri, a cominciare da Salvini, si convincano dell’inesistenza di altre strade. E se la corda si spezzasse? Fuor di metafora: se agli amici pentastellati quella del candidato-premier apparisse una tattica suicida?

Le elezioni regionali in Molise e in Friuli Venezia Giulia non hanno affatto confermato le percentuali rastrellate dal M5s alle politiche di nemmeno due mesi fa. Anzi. Sono arrivati chiari segnali di disaffezione. In questo momento è probabile che all’interno del Movimento più di qualcuno stia pensando a soffocare il delirante “o me, o nessun altro”. Esiste una seria possibilità che i Cinquestelle subiscano una scissione. Di solito i movimenti che crescono in fretta si spaccano con altrettanta rapidità. La fortuna dell’associazione fondata da Beppe Grillo è l’assenza di teste fine tra gli avversari. Faccio qualche esempio.

Quando scoppiò il fenomeno dei Verdi, cosa fece la Democrazia Cristiana? Si autospruzzò di clorofilla e trascinò anche altri a fare altrettanto. Contemporaneamente alla coloritura, incentivò le rivalità all’interno dell’arcipelago verde. Il risultato fu la nascita di altri partiti verdi e il frazionamento dei consensi su più liste. Un altro esempio?

Sull’onda della rabbia dei pensionati (le pensioni d’annata e altri guasti: dovrei dilungarmi ma sarebbe inutile appesantimento) nacque una lista che fece boom. Come reagì la Dc? Inserì al primo posto nel vocabolario politico le parole “anziani”, “terza età”, “pensionati” eccetera ecceterone. Inutile dire che gli altri partiti fecero altrettanto. Anche i sindacati, tipo Spi-Cgil, si diedero una svegliata. In contemporanea, solita manovra per linee interne e il partito dei pensionati divenne subito due.

Anche la Lega fu fermata con lo stesso sistema. Il sistema partitico scoprì quanto fosse bello il federalismo elevando entusiastici peana di lodi. Le altre manovre, però, portarono a miniscissioni senza danni di rilievo. A differenza delle altre forze sminuzzate cooptate fagocitate dal “sistema”, la Lega aveva un capo carismatico e forte che si chiamava Umberto Bossi (e va ricordato che il cataclisma tangentopoli aveva smantellato il sistema di potere imperniato sulla Dc).

Oggi, nessuna formazione in campo ha la testa “fina” necessaria per provocare l’implosione del M5s, ma è anche vero che questa è una forza politica senza un vero leader. Qui, dovrei parlare dell’archiviazione di Beppe Grillo, dell’avvento di Casaleggio figlio, delle correnti esistenti nel Movimento, ma non aggiungerei alcun elemento ulteriormente chiarificatore. Il fatto è che i Pentastellati non hanno un leader carismatico, che i loro avversari hanno problemi interni (oltre all’assenza di “teste fine”) che li impantano e li impantaneranno ancora per un po’.

Di Matteo Renzi e dei suoi progetti, è meglio parlare dopo il suo intervento alla direzione nazionale del Pd. La presentazione di un documento anti-M5s, firmato da 77 deputati piddini su 105 e 39 senatori su 52, è un punto di partenza già acclarato nel corso di una comoda intervista tv. Il progetto di Renzi sarà invece chiaro soltanto domani.

L’altro protagonista è Matteo Salvini, leader indiscusso della Lega e azionista di riferimento dell’intero centrodestra. È un politico che sa prendere dagli altri il meglio e lasciar perdere il peggio. Andare in Parlamento a raccattare voti di volenterosi sostenitori di un suo governo di minoranza non è ginnastica per lui. Inoltre, se lo facesse metterebbe a rischio l’immagine di uomo semplice coerente onesto spontaneo coscienzioso, immagine costruita con intelligente attenzione. È giovane. Può aspettare che Silvio Berlusconi finisca in soffitta con un partito da prefisso telefonico. Può, nel frattempo, lavorare per portare dentro la Lega i pezzi più appetitosi di Forza Italia. Può continuare – in assenza delle distrazioni del potere – l’elaborazione di una “ideologia leghista” talmente forte da cancellare gli ultimi residui, che ancora incrostano il movimento, senza perdersi i duri e puri della base.

Al momento, se mettiamo da parte Berlusconi, gli unici leader degni di questo nome sono Salvini e Renzi. Ciò non significa che avranno l’esclusiva per sempre, ma adesso sono loro. C’è un solo politico (prima del ricovero di Giorgio Napolitano che, a mio parere, ha avuto un collasso a causa di una terribile incazzatura…) in grado di tenere testa ai due Matteo: il capo dello Stato. Il lungo addestramento democristiano e la sua sicilianità (lo dico pensando alla hidalgheria spagnola) ne fanno un politico complicato da attaccare. La conclusione del suo intervento per il 1° Maggio ha confermato che l’uomo è coriaceo: «…dove c’è il senso di un destino comune da condividere, dove si riesce ancora a distinguere il bene comune dai molteplici interessi di parte, il Paese può andare incontro, con fiducia, al proprio domani». E che gli vuoi dire?

 

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