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Napolitano e il cappello di carta

Il presidente emerito della Repubblica italiana Giorgio Napolitano è stato operato d’urgenza all’aorta. Ricoverato in cardiochirurgia al San Camillo sta bene. Meraviglia generale perché un’operazione del genere in tarda età (93 anni a giugno) ha altissime probabilità di finire male.

Io non mi sono preoccupato e non soltanto perché è un nemico politico del popolo italiano, quanto e soprattutto perché so – per averlo visto – che è uomo attentissimo alla salute. Qualche anno fa, quando vivevo a Roma, passeggiando a Colle Oppio vidi un imponente corteo di auto blu procedere e parcheggiare controsenso in via Labicana dinanzi ad un albergo-ristorante. Mi fermai ma fui subito invitato a spostarmi da un uomo vestito da 007 (completo scuro, scarpe nere, occhiali dello stesso colore, fondina ascellare). Fui lento a muovermi e veloce nelle domande solite: perché? a chi do fastidio? eccetera ecceterone, e così ebbi modo di vedere il presidente entrare in albergo seguito da un gruppetto di persone. Dopo, da un altro angolo non vigilato, vidi gli ospiti prendere posto nel salone ristorante dell’attico.

Perché m’è rimasto impresso? Perché del corteo faceva parte anche un’ambulanza militare. Il presidente era uscito chissà perché dal Quirinale ma senza rinunciare al presidio medico continuo. Di solito i politicanti (come la gente dello spettacolo) hanno necessità di assistenza medica anche quando non soffrono di specifiche patologie. Ricordo Aldo Moro che aveva fatto installare un attrezzatissimo pronto soccorso a Palazzo Chigi e che si faceva accompagnare dal medico anche in ascensore.

Quest’uomo camperà cent’anni e più, mi dissi. Le mie esperienze di vita m’hanno insegnato che i malati vivono più a lungo dei sani. Stanno attenti al cibo, all’aria, alle medicine. Fanno controlli ed esami. Ricorrono allo specialista ad ogni più piccolo segnale di scompenso. Chi è sano non lo fa. Se ne frega. Spesso la morte l’acciuffa per distrazione. Il malato non si distrae. Ha mille problemi: cuore, sangue, fegato, reni, polmoni, trachea, orecchie… tutto il corpo è controllato, pesato, misurato, analizzato, curato.

Non mi sono meravigliato per l’ottimo decorso di Re Giorgio, ma mi sono meravigliato giacché, mentre lui usciva dalla sala operatoria, ho trovato tra le carte che sto tentando da mesi di mettere in ordine una che lo riguarda.

È una fotografia, pubblicata nel 1979 dal settimanale “Il Borghese”, nella quale Giorgio Napolitano, in maniche di camicia, occhiali da sole e cappello di carta in uso tra i muratori, ascolta distrattamente le rimostranze di un operaio. Era di luglio, faceva caldo e quel foglio di giornale ripiegato a protezione della testa era anche un forte segnale che diceva “siamo tutti compagni”.

A guardarla, viene spontaneo fare il paio con una ripubblicatissima foto di Sandro Pertini, sul lungomare di Nizza con in testa un foglio del quotidiano comunista “L’Humanitè” ripiegato stile muratore. Quell’immagine era la prova che l’esule antifascista sulla Costa Azzurra aveva dovuto lavorare per vivere. Ho conosciuto un suo compagno di quegli anni, il quale mi raccontò com’era nata quella foto, ma questo è altro argomento.

La professione di Giorgio Napolitano è stata quella di “funzionario di partito”, e cioè del Pci, Partito comunista italiano, poi Pds, poi Ds. Eletto deputato a Napoli per dieci legislature, eletto al Sud europarlamentare per due legislature, è stato presidente della Camera, ministro dell’Interno e ministro della Protezione civile. Protetto dal Migliore, come i compagni chiamavano Palmiro Togliatti (l’uomo di fiducia assunto da Mosca in Italia) entrò nell’onnipotente Comitato centrale del Pci, per cui applaudì Nikita Krusciov (quello dei missili a Cuba, tanto per inquadrarlo) quando nel 1956 gli ungheresi furono schiacciati dai carri armati sovietici.

Fino ad oggi è stato l’unico comunista al Quirinale e il primo ad occuparlo per due mandati.

Il 10 maggio 2006 fu eletto presidente della Repubblica (undicesimo della serie) e il primo atto fu la grazia a Ovidio Bompressi, l’esponente di Lotta Continua condannato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

L’8 novembre 2011 (le date le prendo dalla sua biografia online) si accordò con Silvio Berlusconi, messo in crisi dagli attacchi speculativi contro i titoli di Stato italiani (ricordate? fummo sommersi da continui bollettini della disfatta sullo spread, prima noto soltanto agli addetti ai lavori) e il tycoon di Arcore si dimise dopo l’approvazione della legge di bilancio. Nello stesso momento, il capo dello Stato imboccò il percorso antispeculazione nominando senatore a vita Mario Monti, già presidente della Commissione Trilaterale, dirigente del Gruppo Bilderberg, international advisor per Goldman Sachs e della Coca-Cola (anche qui s’apre un discorso che mi porterebbe fuori tema).

Il 20 aprile del 2013 fu rieletto, il 17 febbraio 2014 diede a Matteo Renzi l’incarico di formare il nuovo governo e il 14 gennaio 2015 si dimise; per ragioni d’età, spiegò, ma la verità fu che s’era incazzato perché il Parlamento aveva continuato la solita solfa ignorando le promesse fatte (ma questo è un altro tema che qui lascio perdere).

Quando rifiutò di sottostare alle procedure in uso da parte di alcuni pm di Palermo divenne per tutti Re Giorgio. Vinse il braccio di ferro con gli inquisitori facendo distruggere i documenti relativi alle intercettazioni telefoniche che avevano scatenato i segugi palermitani (altra questione che meriterebbe approfondimenti qui inappropriati).

Mi fermo. Ho ancora tempo per preparare un coccodrillo adeguato.

 

 

 

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