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La terza repubblica come la seconda

Martedì 12 aprile 2005, nella rubrica “Parliamone” che stilavo sul quotidiano “La Discussione”, trattai il tema della cosiddetta seconda repubblica, un tema tornato oggi d’attualità in considerazione della opinione diffusa relativa ad una terza repubblica connotata dal bipolarismo Lega-M5s avviluppato in un tripolarismo centrodestra, centrosinistra, Movimento5stelle.

Intitolato “Questa repubblica è davvero seconda”, il pezzo indicava come a mio parere andasse interpretato l’aggettivo “seconda”.

Copio (tramite scanner) e incollo:

«Gli accadimenti della “politica” (le virgolette marcano l’eufemismo) almeno una cosa la spiegano e soprattutto in questi ultimi tempi: la differenza fra la prima e la seconda repubblica non è di ordine temporale. Non si differenziano tra loro perché l’una viene prima dell’altra; o, se si preferisce, perché la seconda succede alla prima: Nient’affatto. La differenza è di ordine qualitativo: la seconda repubblica è tale perché è seconda in uomini di qualità, in senso dello Stato, in capacità politica (stavolta senza virgolette) e in robustezza culturale.

La seconda è dunque uno scadimento rispetto all’altra. Una figlia minore. Essendo minorata un qualificativo offensivo, una figlia diversamente abile.

Ai tempi della prima, in alcuni passaggi particolarmente difficili, l’opposizione lanciava contro la maggioranza l’accusa più grave: qui si fa il mercato delle vacche, si offende il Parlamento. E la reazione non sempre era composta: spesso i commessi (scelti a bella posta in base alla prestanza fisica) correvano a sedare la rissa separando con energia i contendenti.

Con questa figlia disabile, il mercato delle vacche è prassi quotidiana. Ad essere scrupolosi, va sottolineato che la fine delle ideologie ha portato, fra le altre conseguenze, la sparizione del delitto di tradimento. Il cambio della casacca in corsa non è più un abominevole atto proditorio. Anzi. È un’opportuna scelta “politica” (virgolette obbligatorie) finalizzata alla conservazione della specie, cioè della poltrona. Nessuno più si erge a paladino della lealtà-fedeltà.

Il giudizio appartiene al mondo del pragmatismo, alla galassia del calcolo costi/benefici, all’universo del dare/avere. Anche gli elettori partecipano a questa edizione, segnata con il bollino verde, dell’antico scandaloso mercato delle vacche. E si compiacciono quando il loro campione fa una… ficata».

Qui dovrei fermarmi perché da questo momento in poi i nomi che citavo erano “popolari” tredici anni fa, ma continuo e non soltanto perché la completezza dell’informazione m’impone di proseguire; se si prova, infatti, ad “aggiornare” i nomi, balza agli occhi che ci rifilano la stessa pappa. Scrivevo:

«Nessuna remora. Niente impedisce, per esempio, al segretario di un partito di rilasciare un’intervista il sabato e spiegare che è “alternativo a Prodi” e il giorno dopo dichiarare altra cosa (ma non allo stesso giornale). E nessuno ha impedito ad un capopartito di rivolgere – ovviamente dalle colonne di un giornale – un esplicito invito ad un capopartito avversario. Una frase rutelliana per tutte: “In un governo di centrosinistra c’è sicuramente la disponibilità ad avere con noi e con il nostro programma forze democratiche che abbandonino la compagnia di Berlusconi”». (Tra parentesi, annoto che isolare il terribile tycoon di Arcore è tuttora obiettivo prioritario).

«Di più. Marchiamo (dal verbo marcare; siamo buoni) con doppia sottolineatura la constatazione che il mercato a volte è più redditizio quando la compravendita… non c’è. In pratica: nego di voler fare il salto, dall’esterno arrivano smentite alla mia smentita, e io corteggiatissimo resto al mio posto ma con la scarsella riempita fino all’orlo». (Sempre tra parentesi, faccio notare che nelle trattative per il nuovo governo prevalgono le non-compravendite).

«Che cosa sono state le ultime verifiche? “Non è questione di poltrona o della mia persona. È questione di principio”. Fatta la dichiarazione d’obbligo, parte il tira e molla. Si calcola, poi, il valore del bottino sommando le poltrone ottenute. Finita quella verifica, se ne comincia un’altra. Cambiando i personaggi, cambiano – è ovvio – anche i linguaggi. Pietro Folena lascia i Ds per Rifondazione: “È indispensabile che tra le due rive – quella della purezza riformista e quella della purezza radicale – non venga meno il proposito di costruire un ponte, largo e solido, capace di mescolare culture ed esperienze. Io preferisco attraversare il fiume, stare sull’altra riva, provare ad aiutare a costruire un ponte da lì”. Altro stile, stesso mercato».

Uno sguardo al mercato in corso basta e sopravanza per giudicare il ceto politico dominante che ci ritroviamo. La terza repubblica entrante si profila come la seconda, con l’aggravante che è terza.

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