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Il governo è nelle vecchie mani Dc-Pci

C’era una volta un’Italia nella quale c’era posto per partiti e movimenti d’ogni tipo. Le legislature vedevano la presenza di comunisti, liberali, monarchici, repubblicani, socialisti, socialdemocratici… sui quali tutti dominava la Democrazia Cristiana, un partito che in pratica era un consorzio di diversi partiti. Le “correnti” (si chiamavano così) marciavano separate ma colpivano unite. Avevano nomi esaltanti: Iniziativa democratica, Primavera, Centrismo popolare, Sinistra di base, Dorotei, Rinnovamento democratico, Forze nuove, Impegno democratico… e ciascuna corrente-partito aveva un dominus (Fanfani, Andreotti, Donat Cattin…); oppure un’oligarchia dominante: Alleanza popolare, per esempio, era diretta dalla triade Gava-Piccoli-Forlani.

Grazie alla poliedricità, diciamo così, la Dc rastrellava consensi in tutti gli strati della società. A differenza dei fedelissimi della “lotta di classe”, i democristiani sventolavano la bandiera dell’interclassismo.

Nel corso dei decenni, ai gruppi dominanti in Parlamento (Dc e Pci) si affiancavano gruppi meno forti (Psi, Psdi..), gruppi deboli (Pli, Pri…) e gruppi senza speranza (Partito nazionale monarchico, Movimento sociale italiano, Partito radicale…). Nel frattempo, si succedevano varie leggi elettorali (proporzionale, misto maggioritario e proporzionale, proporzionale con premio di maggioranza…) che le teste d’uovo dei partiti elaboravano per “assicurare la governabilità”, come s’usava dire.

Per circa sessant’anni, la Dc aveva gestito il potere facendo mille capriole, ma un giorno irruppe il manipulitismo e il sistema andò in pezzi. In piedi restarono il Pci e qualcun altro. Tutti gli altri finirono sotto la ghigliottina.

In Parlamento arrivarono nuovi partiti e nuovi gruppi, ovviamente affollati di profughi: la mannaia giudiziaria aveva colpito duro ma migliaia di democristiani, di socialisti, di socialdemocratici non mollarono e si ricandidarono sotto altri simboli. Nacquero Forza Italia, Lega Nord Padania, Margherita, Udc, Italia dei valori, Partito democratico, Alleanza nazionale… gli scranni parlamentari furono occupati da uomini e donne di Democratici di sinistra-l’Ulivo, di Popolo della libertà, di Unione di centro per il terzo polo, di Popolo e territorio…

Si videro perfino facce nuove, ma il problema della governabilità s’era aggravato. Vinse l’idea di uccidere i piccoli partiti e dare vita a due alleanze che si sarebbero alternate al governo. Il bipolarismo divenne l’apriti sesamo dei cadreghini parlamentari. Come in tutte le nazioni civili – di diceva – avremo al governo chi vince le elezioni e all’opposizione chi le perde.

Fantastico! Per prendere più voti, furono partorite alleanze mostruose. Dopo la vittoria, le contraddizioni interne facevano cadere il governo e si ricominciava daccapo. Sia nel centrodestra che nel centrosinistra, le alleanze che avevano vinto le elezioni si scioglievano senza rimedio.

Gli elettori impararono che il bipolarismo funzionava in America o in Inghilterra e si stufarono di perdere tempo. L’astensionismo crebbe a dismisura e negli ultimi anni più della metà degli italiani ha disertato le urne sicché si sono succeduti governi eletti da nemmeno il 30% di neanche il 50% del corpo elettorale. Quando questo capita in altri Paesi (soprattutto in quelli non benedetti da Washington) le vestali della democrazia si stracciano le vesti.

Comunque, il bipolarismo, già sgretolato dalla naturale litigiosità partitica, è stato definitivamente affossato dalla comparsa del terzo polo. I Cinquestelle hanno inaugurato la stagione del tripolarismo.

Qualcuno ha pensato di forzare le cose inventando una legge elettorale ad hoc ed ha miseramente fallito. Con questa legge elettorale nessun “polo” può governare da solo ed è giocoforza fare alleanze di governo.

È più comodo ridurre il caso ad una rivalità personale Salvini-Di Maio, buttarla in caciara straparlando delle berlusconate, ironizzare sul Pd ridotto al lumicino e via cazzeggiando. La verità è che il sistema fa acqua da tutte le parti, che la ferita inferta al sistema parlamentare dal golpe mediatico-giudiziario è tuttora aperta, che la percentuale di italiani i quali disprezzano i politici e la politica rimane alta e che dipendiamo, nonostante tutto, dalle astuzie di vecchi democristiani e di ancora più vecchi comunisti.

 

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