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La resurrezione di Tabita nell’affresco di Masolino (in Santa Maria del Carmine a Firenze). La donna era una sarta di Giaffa resuscitata dall’apostolo Pietro.

Resurrezione! e la Morte muore

«…fino a che non viene l’artefice della Resurrezione, il Saosyant, nessuno sfuggirà ad Astivihad». È uno dei tanti versi dell’Avesta dedicati al Soccorritore, il Messia prima del Messia. Le sacre scritture iraniche (tremila e passa anni fa) cantavano il dio unico, Ahura Mazda e la lotta contro la Morte (Astivihad, Colui che distrugge la carne).

Prendo qua e là fra i testi della mia biblioteca per mostrare che prima della resurrezione del Cristo, altre religioni avevano profetizzato la sconfitta della morte, la rinascita dei corpi e il giudizio universale.

Non faccio una polemica di stampo teologico. Miro a far vedere come la paura della morte e la volontà di sconfiggerla siano connaturate alla nostra esistenza. Oggi ci stiamo provando con le biotecnologie (versione avanzata dei processi alchemico-magici) ma ci sono ancora miliardi di persone che si afferrano al mito della vita eterna perché non si rassegnano ad una fine definitiva. L’immortalità è il premio di chi ha segnato fortemente le umane vicende. Scienziati, condottieri, artisti, inventori, letterati… coloro che hanno lasciato un’eredità molto prossima all’eternità li possiamo ritenere immortali. Tutti gli altri sono anonimi e senza storia. Chi si ricorderà di noi, semplici mortali? Al massimo qualche nipote e, per chi ha la fortuna di vivere a lungo, qualche pronipote. E allora cosa facciamo per illuderci di non scomparire completamente? C’inventiamo resurrezioni e anime eterne che vanno in Paradiso o all’Inferno (meno male che Papa Wojtyla chiarì che il Purgatorio non c’è).

Il Mazdaismo (che per molti – v. Wikipedia – è tuttora frullato con Zoroastrismo e dualismi vari) annunciava il Saosyant (in verità erano tre, ma andiamo per sommi capi) che sarebbe nato da una vergine, avrebbe fatto risorgere i morti e imbastito il Giudizio finale.

Dall’Avesta (la Radice) caliamo nell’Egitto del periodo predinastico (seimila anni fa circa) dove troviamo Osiride, il dio coltivatore, fatto a pezzi dal fratello Seth, dio del caos, e poi ricomposto e risuscitato dall’alito di Iside, sua sorella-amante nonché dea della fertilità, e di Neftis, dea dell’oltretomba. Le due dee risuscitatrici sono rappresentate in genere con due grandi ali e Osiride, dio morto e resuscitato, è rappresentato spesso con lo scettro, la frusta e il bastone di lunga vita, simile ad un raggio di sole.

Non mi soffermo. Vado veloce in avanti fino all’Iliade, dove Omero (meno di tremila anni fa) racconta di Reso («…i Traci; Reso, il loro re, figlio d’Eioneo…») ucciso dall’eroe greco Diomede e poi resuscitato dagli dei inferi grazie all’intervento della madre, che era una Musa.

Ippolito, altro personaggio mitologico, morto trascinato dai suoi cavalli, fu resuscitato da Asclepio, il dio della medicina, per intercessione della dea Artemide.

Nella mitologia greca ci sono anche esempi di resurrezione ottenuta con la forza. Euripide racconta di Ercole che lottò contro Tanato, il dio della morte, e lo costrinse a restituire al mondo dei vivi Alcesti (ah! gli anni spensierati del liceo!) la figlia del re di Iolco.

In sintesi: di resurrezioni la mitologia greca mi pare sia la più ricca. Almeno è questa l’impressione avuta spulciando i testi. Forse ne saprò di più quando avrò finito (ma quando?) di mettere il mio archivio in ordine.

Migliaia e migliaia di anni fa, le religioni (e le mitologie) contemplarono  la resurrezione (immortalità dell’anima inclusa) ma l’avvento di Cristo ha cancellato tutto e imposto una sola Resurrezione, la sua per cominciare; e poi l’ha promessa a tutto il genere umano. Chi ci crede faccia il bravo sennò il posto l’avrà all’Inferno.

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