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Gaza, cecchini israeliani uccidono palestinesi

La Striscia di Gaza, il territorio palestinese che Israele avrebbe già inglobato se non fosse stato governato da Hamas, l’organizzazione che nel 2007 ha costretto i carri armati di Tel Aviv a fare marcia indietro, è tornata in prima pagina. A richiamare l’attenzione dei media sono stati i 100 cecchini israeliani che hanno ucciso e ferito migliaia di persone tra i manifestanti che sfilavano per ricordare i martiri uccisi il 30 marzo del 1976 durante i cortei di protesta contro le confische di terre in Galilea.

Lo strangolamento economico di Gaza (un territorio costiero di circa 360 chilometri quadrati di superficie – Roma è grande 1.285 Kmq! – con circa un milione e 800 mila palestinese dei quali un milione e 250 mila sono rifugiati) non è il solo strumento messo in opera da Israele per piantarci la bandiera con il “Magen David” (quella stella infatti è uno scudo). Incursioni e sparatorie sono l’altra ganascia della tenaglia che stritola la popolazione. Quello che Tel Aviv non aveva previsto era che Hamas vincesse le elezioni nel 2006 e che il potentissimo esercito (chiamato ipocritamente “forze di difesa”) trovasse un avversario duro e, finora, invitto.

Israele (per bocca del capo di Stato maggiore dell’esercito Gadi Eizenkot) ha fatto sapere che nessun rifugiato dovrà più entrare in Gaza perché l’immigrazione «distruggerebbe il carattere ebraico del Paese». Palestina addio. Palestinesi addio. Su quelle terre deve dominare il “carattere ebraico” e, grazie al presidente Usa Trump, il traguardo si avvicina.

Le vicende umane si rassomigliano. Nel corso dei millenni possiamo individuare costanti e processi, ma è certo che niente può essere dato per scontato. Forse la resistenza di Hamas e la nuova aggressività statunitense finiranno con il distruggere il progetto “Grande Israele” perseguito costantemente da Tel Aviv qualunque fosse il governo in carica.

Sul web è possibile vedere i filmati dei cecchini che sparano e della gente che viene colpita. Ma perché gli israeliani sparano? I manifestanti vogliono invadere i loro sacri confini? Nient’affatto. È il solito trucchetto: per guadagnare altro territorio, l’esercito, pardon, le Forze di difesa israeliane hanno imposto una zona militare chiusa che circonda la Striscia. Chi attraversa la zona proibita cade sotto il fuoco dei cecchini. È un’operazione che già è riuscita a Gerusalemme, dove è stato costruito un muro e decisa un’area vietata in territorio palestinese. Insomma Tel Aviv usa il sistema applicato dai contadini che per guadagnare terra sposta(va)no le pietre di confine.

Va detto, comunque, che a Gaza non c’è un fronte unito. Le divisioni politiche e di schieramento, le ambizioni personali e via dilaniando non sono esclusive “qualità” di certe organizzazioni di casa nostra: funzionano anche quando in gioco c’è la sopravvivenza di un popolo. E così le teste d’uovo d’Israele possono contare su amici e parenti giornalisti che calcano la mano sulle spaccature tra Hamas e al-Fatah (dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Olp) e sulla “scarsa” partecipazione alle manifestazioni indette da Hamas.

È quasi impossibile vincere la guerra dell’informazione quando scende in campo il Sionismo. E non se ne può nemmeno parlare per non vedersi piombare in testa accuse di razzismo, antisemitismo, revisionismo, incitazione all’odio razziale e chi più ne ha più ne metta.

L’embargo israeliano stritola Gaza nel vero senso della parola. Disoccupazione al 43% (il 60% tra i giovani), tasso di povertà al 42%, centinaia di migliaia di famiglie senza acqua corrente e con due ore di corrente elettrica al giorno… un rapporto delle Nazioni Unite del 2015 prevede che, se la situazione economica non cambierà entro il 2020, il territorio di Gaza diventerà invivibile. E sarà pronto per essere risucchiato nel “Grande Israele” (Eretz Yisrael Hashlema).

Il prossimo 15 maggio, Giorno della Nakba (al-Nakba, “catastrofe”) cioè il giorno in cui si commemora l’esodo di circa 700 mila palestinesi in fuga dai villaggi bruciati dalle Forze di difesa israeliane, sarà ancora più triste perché è anche la data scelta per il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. Una coincidenza? La prepotenza di Washington è praticamente la stessa di Tel Aviv. La Palestina non sarà mai libera finché durerà quell’accoppiata malefica.

 

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