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La parte finale del manifesto pro Freda

Nazimao e le due linee: balle

Insieme con la notizia infondata, secondo la quale noi di “Lotta di Popolo” fossimo dei “nazimao” e urlassimo “Hitler e Mao uniti nella lotta”, ne circolano parecchie altre. Qui mi fermo alla spaccatura che sarebbe avvenuta al nostro interno tra una linea “nera” ed una “rossa”. Così ne parla Alfredo Villano (“Da Evola a Mao”; Luni Editrice, 2017): «…”linea rossa” di Olp, capeggiata da Ugo Gaudenzi, nei confronti della “linea nera” rappresentata da Enzo Maria Dantini e da Leucio Miele». Villano ricava l’informazione da una testimonianza resa da Ugo ad un altro storico. Se si fa un giro sul web, si trovano altri riferimenti a quella supposta spartizione su due linee contrapposte. Ce ne sono pure su altri libri. Ne cito uno (Giovanni Tarantino “Da Giovane Europa ai Campi Hobbit”; ed. Controcorrente, 2011) perché il riferimento è più circostanziato, diciamo così, e “autorevole” data la prefazione dello storico Franco Cardini. Leggiamo: «Nel 1973 la spaccatura tra una “linea nera” (espressa da Dantini, Leucio Miele, Puccio Spezzaferro, Walter Spedicato) e una “linea rossa” (diretta da Ugo Gaudenzi) porterà all’autoscioglimento… i “neri” animeranno il Comitato Pro Freda… Tra i rossi anche Claudio Mutti…».

Parto da quest’ultima. Il primo manifesto del “Comitato di lotta e solidarietà con Freda” lo scrivemmo Claudio e io. Credo sia la prova che, almeno alla nascita del Comitato pro Freda, le linee colorate di rosso e di nero non esistevano.

La data esatta non la ricordo. Ricordo che restammo noi due a scrivere perché gli altri che erano stati “eletti” come redattori erano andati allo stadio per una partita di calcio, mi pare della Lazio. Di documenti mancanti di data ce ne sono parecchi nel mio archivio. Personalmente ho una visione diacronica del tempo. All’epoca questa mia riluttanza al prima e al dopo trovava conforto in una lotta politica mirante ad una palingenesi universale, per cui la cronologia non era quella del calendario ma quella della volontà o, se volete, dell’anima. Meno male che non tutti erano come me: la maggior parte dei nostri documenti è corredata di data.

Il manifesto pro Freda

La divisione in rossi e neri, comunque, sarebbe stata quantomeno impropria per un movimento politico che aveva innalzato la bandiera del “Né fronte rosso, né reazione”, che si distingueva per il superamento delle liturgie antifasciste/anticomuniste e che mirava alla presa di coscienza di un popolo unito. E allora?

Intanto va detto che non eravamo sempre tutti d’accordo su tutto. Erano le letture a disegnare dei distinguo. Ricordo a Legge occupata i litigi notturni tra un paio di noi, lettori di Evola, e altri, lettori di Gentile. Vivevamo l’esperienza dell’occupazione in tante maniere diverse: come atto di discontinuità a me veniva in mente l’occupazione di Fiume compiuta dai granatieri di Gabriele d’Annunzio. Alla base delle nostre divergenze c’era un fattore comune: nessuno di noi aveva una bibbia. Di sfuggita annoto che questa fu un’altra costante nei rapporti con i compagni, i quali si tenevano ben stretta la loro bibbia. Là dominava un solo libro con le varianti storiche (Marx, Lenin, Castro etc.), dalla nostra parte era un confronto continuo mirante alla redazione di una nuova bibbia oltre gli steccati del Novecento.

I nostri documenti sono la prova provata di quella continua ricerca. Non dico che non siano mancate alcune intemperanze. Eravamo un’organizzazione in movimento e così poteva capitare che qualcuno lontano da Roma, centro propulsivo, si lanciasse in autonome proposizioni politiche. Corro il rischio di alimentare la pira delle due linee e propongo un volantino stilato a Imperia.

La parte finale del volantino a favore del divorzio

A parte il fatto che la faccenda rientrò subito, grazie anche all’impegno del gruppo di Milano, ricordo che questa cosa del nazionalcomunismo come del nazionalbolscevismo era una lettura intellettuale (originaria di eretici ex fedeli di Jean Thiriart) mentre, sul piano politico, era una provocazione. Ricordo, tanto per completare il quadro, che da Imperia venne a Roma un militante che propose di autofinanziarci spacciando soldi falsi. Gli dicemmo di lasciar perdere e la cosa finì lì. Ma sto perdendo il filo e torno alle “linee”.

In una serie di incontri affrontammo la questione dell’imbarbarimento del confronto politico e dell’accresciuto cinismo di alcuni preposti all’ordine pubblico. Da una parte si sparava e scoppiavano bombe, dall’altra i metodi polizieschi oltrepassavano i limiti della legalità, autorizzati in questo dall’emergenza. Succede anche oggi: la lotta al terrorismo autorizza deviazioni che si fa finta di non vedere. L’uomo della strada vuole vivere tranquillo e se ne frega degli arresti irregolari.

Le campagne stampa ci facevano paura. Da un momento all’altro, un infiltrato (o anche un matto, che nei gruppi “rivoluzionari” non ne mancano mai) avrebbe potuto metterci in guai seri. Non provavamo alcuna simpatia per la lotta armata: era stupidamente sanguinosa, inutilizzabile a livello politico, strumentale ai progetti di governi di “unità nazionale”, di “salute pubblica” e via turlupinando. La rivoluzione cruenta era diventata impraticabile perfino nei paesi sudamericani, immaginiamoci in Italia. I compagni (non soltanto quelli delle Brigate Rosse) s’illudevano di avere una qualche possibilità di vittoria perché la loro sponda politica era forte e per circa metà già dentro il Palazzo. I fatti avrebbero dimostrato che il Pci, tanto per fare un esempio, sarebbe entrato nella “stanza dei bottoni” grazie al terrorismo e alle bombe.

Noi, senza coperture, senza soci occulti, senza finanziamenti, e, per soprammercato, schierati contemporaneamente contro gli Usa, l’Urss, il Sionismo e il Vaticano (praticamente contro i padroni del mondo…) saremmo stati schiacciati in un nanosecondo.

Dopo giorni di ipotesi e controipotesi, decidemmo l’autoscioglimento. Non è che questo ci mettesse del tutto al riparo: parecchi di noi subirono arresti, processi, condanne, ma come gruppo non fu possibile condannarci in toto perché il gruppo non c’era più.

Dopo l’autoscioglimento, qualcuno si iscrisse a partiti grossi e piccoli (chi alla Dc, chi al Pci, chi al Psi, chi ai Radicali, chi al Msi…), qualcun altro prese posto nel mondo del lavoro (giornalisti, medici, avvocati, sindacalisti…), molti la piantarono del tutto con la politica attiva e altri (me incluso) provarono a fare entrambe le cose: lavorare e tenere accesa una lampada. Uno dei nostri aveva scoperto che c’era una libreria da poter acquisire con pochi soldi e così facemmo varie operazioni bancarie (ho ancora le ricevute del Banco di Santo Spirito) e continuammo come associazione culturale. A gestire la libreria fu Walter, ma questa è un’altra storia.

Ugo scelse di continuare in altro modo insieme con alcuni ragazzi del gruppo napoletano. Ecco qui. Aggiungo che Ugo cominciò a parlare di “linee” in modo da accreditarsi in ambienti di sinistra istituzionale. Niente di male, per carità. A distanza di mezzo secolo, però, mi pare ci sia spazio per un bel po’ di chiarimenti.

Puccio Borbonico

 

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