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Comunicato stampa del 18 gennaio 1969, firmato "L'assemblea degli occupanti della facoltà di Giurisprudenza"

Noi, nazimao per sentito dire

Ci sono alcune pagine del libro di Alfredo Villano “Da Evola a Mao” (Luni Editrice, 2017) che costituiscono, per me, un invito a partecipare. Quando Serafino mi ha telefonato («Puccio, è un libro che va letto… è ricco di dati») ho replicato che non leggo e non ho mai letto ricerche inchieste etc. intorno a “Lotta di Popolo”. Il Sessantotto è stata un’esperienza politica (con marcati tratti di metapolitica) dalla quale sono uscito per fare altro. Non critico coloro i quali hanno costruito carriera e notorietà partendo da Valle Giulia (oggi sono esattamente cinquant’anni) ma nemmeno mi piace sentir dire che questo e quest’altro hanno fondato “Lotta di Popolo”. È una delle tante contraddizioni della mia vita: da una parte scelgo di non mettermi in vista e dall’altra mi sento maltrattato se mi ignorano. E aver comprato il libro è stata l’ennesima contraddizione.

Le pagine di Villano meritano aggiunte e precisazioni perché sono state scritte seguendo documenti del ministero dell’Interno (e non degli Interni, come purtroppo scrive seguendo un infelice andazzo pubblicistico) e testimonianze dirette con la dichiarata voglia di raccontare le cose senza retropensieri e/o dietrologie. Essendo più d’una le mie “precisazioni”, tratterò qui della locuzione “nazimao” appioppataci a suo tempo e diventato connotato ripetitivo della carta d’identità creata per “Lotta di Popolo”, riservandomi di raccontarne altre in un secondo momento.

Debbo dire che anche alcuni dei nostri hanno, per sfizio o per comodità, avallato l’appellativo di “nazimao”. Valgano per tutti le dichiarazioni di Franco Papitto, riportate da Villano. Franco (Ciccio, per i parenti calabresi e per gli amici) fu uno dei leader durante l’occupazione di Legge, diventato poi il cronista di punta di Repubblica a Bruxelles e successivamente emigrato in Portogallo. In un breve intervento svolto in un docufilm prodotto da Ugo Gaudenzi, Papitto dichiarò che era andato a prendere in Svizzera il libretto rosso di Mao e che lo sventolava alle manifestazioni. Ho sempre saputo che lo stock di libretti fosse stato distribuito da “Avanguardia Nazionale” nell’ambito di una strategia di rottura del fronte comunista quasi tutto filomoscovita, ma non ho alcun interesse a smentire Franco e perciò mi limito a dire che, durante l’occupazione della facoltà di Giurisprudenza a Roma, non gli ho mai visto, né nel taschino né in mano, il libretto di Mao. Ci siamo salutati, quando abbandonammo la Facoltà, sfasciando la sede del commissariato di Ps sotto i portici della biblioteca. Mentre sradicavo i sanitari e allagavo il cesso, lui e altri si occupavano di armadi e scrivanie.

Ciò posto, vengo al problema politico. Della prima parte (nazi) c’è da dire che non ho mai strillato o sentito strillare “Hitler e Mao uniti nella lotta” e affermo che non c’è in alcun nostro documento, giornale o volantino un richiamo al Führer e al Nazionalsocialismo.

Per quanto riguarda il maoismo, è vero che ci sono richiami alla Cina di quegli anni, ma sono considerazioni di geopolitica che facevamo senza coinvolgimenti ideologici (il carattere originale di LdP fu l’attenzione per la politica estera). Dal mio archivio (che dovrò decidermi a pubblicare in modo da dare un ulteriore contributo alla verità dei fatti) prendo un paio di documenti a mio parere sufficienti a fare chiarezza.

Parte di un volantino LdP

In uno dei primi comunicati stampa dell’occupazione di Legge (è l’immagine in apertura), denunciamo «la qualificazione degli occupanti, definiti inopinatamente “nazi-maoisti”…», un anno dopo in un volantino firmato “O.L.P. Lotta di Popolo” chiariamo che «gli appellativi “nazimaoisti, maoisti neri, squallidi comunisti, estremisti rossi” sono le etichette inventate dal sistema borghese e dalla stampa di destra e di sinistra per evitare un più serio confronto…».

Non c’è stato niente da fare, siamo tutt’oggi i nazimao del Sessantotto italiano.

Pag.23 del settimanale LdP del 10 marzo 1972

Sulla Cina di Mao, è – credo – sufficiente riportare due commenti. Sul nostro settimanale (numero del 10 marzo 1972), a proposito dell’incontro Nixon-Mao esprimevamo apprezzamento per «i rappresentanti cinesi» i quali avevano «favorito un incontro che sul piano strategico rappresenta la possibilità di rompere la santa alleanza russo-americana». Su un numero del giornale ciclostilato (7/XI/’72) davamo spazio al ministro cinese degli Esteri il quale aveva dichiarato che «le azioni di tutte le superpotenze volte a legalizzare la divisione dell’Europa in due sfere d’influenza sono inaccettabili».

Settimanale murale LdP di martedì 7/XI/1972

Eccolo qua tutto il nostro maoismo!

Abbiamo provato a stigmatizzare il pressapochismo di molti cronisti (qui riporto un comunicato Ansa che fa parecchia confusione…) ma la semplificazione giornalistica faceva troppo comodo soprattutto a missini e ambienti collegati. E  vengo al punto per me dolente, molto dolente: la condanna di Julius Evola, puntualmente riportata da Villano.

Take Ansa del 24 novembre 1969

Agirono due fattori concomitanti.

Il primo riguarda Ugone e me. Ugo Cascella, che avrà sempre la mia riconoscenza perché fu lui a portarmi da Evola le prime volte, insisteva con la lotta del popolo cinese per affrancarsi e Evola trovava sempre il modo di sfotticchiarlo chiedendo nel bel mezzo di una conversazione: che ne pensa il nostro cinese? Il fatto è che noi coltivavamo la pretesa di fare di Evola il nostro Marcuse, ma non avevamo tenuto conto che da lui andavano regolarmente anche altri, tipo Gianna Preda e Mario Tedeschi. La destra borghese, insomma, gli raccontava delle nostre “infatuazioni maoiste”, calcando la mano sulle nostre contraddizioni. Alla base avevano ragione: mentre gli altri avevano le loro bibbie (i compagni si tenevano stretti Marx, Lenin etc.), noi tentavamo di scrivere una nuova bibbia. Di questo, però, scriverò in altro momento.

Per concludere sulla nostra “infatuazione maoista”, non posso fare a meno di citare Claudio Mutti, la cui ricerca del vero è poi approdata all’Islam. Insieme con Claudio scrissi il manifesto per Freda, imputato per la strage di Piazza Fontana a Milano, e insieme abbiamo fatto un tratto di strada. Quando fu incarcerato, pubblicammo una sua lettera nella quale, tra l’altro, scriveva: «Nelle rivoluzioni maoista e islamica io ho scorto, al di là dei rivestimenti culturali tipici di ambienti storici diversi, il tentativo di realizzare politicamente quella sintesi di Socialismo e Tradizione che costituisce l’unica possibile alternativa al mondo borghese».

Sono sicuro che in una prossima seconda edizione Villano terrà conto anche di queste mie note.

Giuseppe Spezzaferro

(già Puccio Borbonico)

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