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Ciascuno ha il proprio Rubicone

“Passare il Rubicone” qualche giornalista ancora lo scrive per sottolineare l’irrevocabilità di una decisione presa, per rimarcare che quel politico, quel governo, quel sindacato hanno fatto una scelta senza ritorno. Nel linguaggio corrente si usa sempre di meno. Lo stesso si può dire dell’altro modo di dire collegato “il dado è tratto” o, addirittura in latino, “alea iacta est”.

Entrambi le locuzioni, dopo secoli di citazioni, compaiono, ripeto, in qualche articolo o nei salotti-cenacoli ma sono illustri sconosciute soprattutto fra i giovani. La presenza di “to cross the Rubicon” nel dizionario di lingua inglese fa ipotizzare che Oltremanica l’espressione sia tuttora in servizio attivo.

Oggi, 10 gennaio 2018, voglio ricordare il 10 gennaio del 49, il giorno che vide l’inizio della Marcia su Roma di Caio Giulio Cesare.

Duemilasessantasei anni fa, il fiume Rubicone segnava il confine tra l’Italia e la Gallia Cisalpina ed era proibito ai generali di attraversarlo in armi. La violazione era un atto di guerra e la Repubblica (SPQR, Senatus Populusque Romanus, il Senato e il Popolo di Roma) calzava l’elmo e si metteva in marcia per uccidere i trasgressori.

Il 10 gennaio del 49, dunque, alla testa di circa 5.000 legionari e 300 cavalieri, il conquistatore delle Gallie violò il confine per combattere contro Pompeo, il grande generale, suo ex genero, il quale, d’accordo con senatori e aristocratici vari, aveva deciso di metterlo sotto processo per cancellarlo dalla scena politica.

La tattica di eliminare gli avversari imbastendo golpe mediatico-giudiziari non è un’invenzione delle toghe rosse nostrane. Anche allora le accuse “legali” s’accompagnavano alla “voce pubblica”, che in quel caso era stata costruita ad arte per convincere la gente che Cesare era un pericoloso nemico di Roma.

Si sa come andò. Cesare corse appresso a Pompeo fino in Grecia, lo sconfisse etc. etc.

Più che della vicenda storica, qui vorrei trattare alcuni argomenti a margine.

Comincio dall’espressione usata dallo storico Svetonio “Iacta alea est” (chissà perché diventata nell’uso “alea iacta est”).

Quella frase era stata riportata in precedenza da un altro storico, stavolta greco, Plutarco il quale, però, aveva scritto “ἀνερρίφθω κύβος”, che tradotto è “si getti il dado” (ἀνερρίφθω è l’imperativo perfetto di ἀναρριπτῶ).

Sbagliò Svetonio a tradurre? È più probabile che sia stato l’errore di un amanuense (in sintesi un copista, ma ci sarebbe molto da dire) al quale era sfuggita una “o”. Lo storico latino, quindi, avrebbe tradotto correttamente dal greco in latino “Iacta alea esto” (si getti il dato, “esto” è imperativo futuro) e l’amanuense ha lasciato la “o” finale nel calamaio.

Stante il carattere di Cesare, mi sembra ovvio che lui volesse sfidare il destino gettando i dadi e non seguirlo passivamente. Non va dimenticato che faceva ripetere la “lettura” di fegati di pecore e voli di uccello, finché la divinazione sacerdotale non fosse in sintonia con l’azione che andava a compiere. Faccio notare, di sfuggita, che anche l’imperatore Giuliano, vissuto tre secoli dopo Cesare, chiedeva ai sacerdoti di rifare gli “esami” fino a che l’interpretazione della volontà divina non si trovasse coincidente con la volontà imperiale.

Un altro dato “collaterale” riguarda il fiume Rubicone.

Avendo cambiato più volte percorso durante i secoli, è oggi difficile individuare il luogo dove Cesare gettò i dadi (figurativamente parlando, è ovvio).

Nel Comune di Savignano sul Rubicone c’è una statua di Cesare (uguale a quella che è in via dei Fori Imperiali a Roma, tra l’altro destinati a sparire sotto il piccone antifascista) sul ponte romano sotto il quale scorre il fatidico fiume.

Siamo sulla via Emilia a circa 15 chilometri da Cesena e ad una quarantina da Forlì. Tutto farebbe credere che, nonostante tutto, si può dire: «Cesare passò qui il confine».

Ma c’è un ma, un ma grosso quanto l’odio antifascista. Quel Comune s’era chiamato Savignano di Romagna fino al 1933. Quell’anno, il 4 agosto, Benito Mussolini firmò il decreto che lo ribattezzava Savignano sul Rubicone identificando nel fiume chiamato Fiumicino quello attraversato dai legionari di Cesare.

Inutile dire che storici archeologi e studiosi vari, tutti con passaporto antifascista, si son dati da fare per definire il decreto del 1933 un  atto arbitrario prepotente violento e chi più ne ha più ne metta.

Ricordo che, cinque anni fa circa, a Cesena organizzarono un processo alla fine del quale fu stabilito che il vero Rubicone passava attraverso il Comune di Calisese.

Credo che la cosa non abbia avuto seguito per il fatto che quel fiume si chiama Pisciatello. Insomma una sorta di autodenuncia a significare di aver pisciato fuori del vaso.

Una terza nota mi piacerebbe farla a proposito delle narrazioni fatte da Plutarco e da Svetonio. Cesare che va a teatro e poi a pranzo per sviare i sospetti e poter partire da Rimini, di nascosto e su un carro preso in affitto, la marcia notturna e silenziosa tra i boschi, l’incertezza sul viottolo da prendere, l’aiuto provvidenziale di un pastore… insomma un vero film d’azione con tanto di suspense.

Lo storico tedesco Mommsen, morto agli inizi del Novecento, scrisse (nei momenti di riposo perché la sua fatica era la redazione del Corpus Inscriptionum Latinarum) una monumentale storia di Roma e descrive così l’inizio della guerra civile: «Cesare non aveva più di una legione (…) accampata presso Ravenna sulla strada maestra a circa cinquanta leghe da Roma. (…) Così Cesare entrò in Italia». La strada? «…la popilio-flaminia – precisa – che da Ravenna lungo la spiaggia dell’Adriatico conduceva a Fano, dove si divideva prendendo verso Ovest la direzione di Roma attraverso il Furlo…».

Di frasi fatidiche e attraversamenti di fiumi, Mommsen non parla, lui è uno storico mica un romanziere. La frase “Così Cesare entrò in Italia” è più che sufficiente.

Per un attimo ho pensato che “il dado è tratto” avesse lasciato il posto a “la va o la spacca”, ma ripensandoci anche questo modo di dire lo sento poco in giro. Chi sa a quale espressione ricorrano oggi i giovani. Mi piacerebbe proprio saperlo, in quanto una cosa è certa: ciascuno ha il proprio Rubicone, anche se lo chiama in altro modo; ma non Pisciatello, per carità.

Giuseppe Spezzaferro

 

 

 

 

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