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Ai miei quattro lettori

Ho messo internettuale.net online nel 2001. Mentre scrivevo un articolo, rispondendo all’input del cervello che cercava una parola che sfottesse gli intelligentoni del web, le dita avevano digitato “internettuale”. Coniai così un neologismo destinato ad avere fortuna. Non subito, però. Ci son voluti un po’ d’anni prima che i media autorevoli (Corsera in testa) scoprissero la parola e la facessero propria. Non mi sono mai sentito defraudato. Alla mia vanità bastava e sopravanzava che intellettuali di grido, santoni della carta stampata e importanti aziende usassero la parola da me partorita alla tastiera.

Quando il mio amico (ed editore) Gilbert mi ha comunicato la morte del mio sito, causa tilt del server, l’ho presa con rassegnazione. Niente dura in eterno, a non parlare delle cose che faccio io, le quali hanno tutte il destino di nascere sotto il segno della precarietà.

Internettuale.net era un altro capitolo che si chiudeva, destinato ad essere imbalsamato dal ricordo.

Sul finire dell’anno, Gilbert ha resuscitato il sito. Non avevo alcuna intenzione di ricominciare: era una pratica archiviata e mai ho riaperto pratiche chiuse.

Il cielo grigio, l’orchestra del mare spumeggiante di cavalloni, la spiaggia di pietre umide, non so cosa in realtà, ma qualcosa oggi mi ha riportato alla tastiera di internettuale. Ed eccomi qua.

Alla radio c’è gente che parla del Sessantotto. Roba di cinquant’anni fa. Mezzo secolo dritto a cavallo di due millenni. Detto così è notevole assai. A sentire gli ospiti pareva che un’intera generazione si fosse riversata in piazza a contestare società e poteri costituiti. La mitizzazione è tale proprio perché contiene una parte di verità. Credo che a fare casino sia stato sì e no il 10% della popolazione studentesca. La maggioranza era, allora come oggi, dedita a tutt’altre occupazioni (eh, che finezza): il calcio, la moda, le macchine, le motociclette, le vacanze… La vera attrattiva della contestazione fu la libertà sessuale. Finalmente si scopava senza grandi difficoltà. Il femminismo è stata una grande cosa, ha messo in libertà la passera (però bisognava fare attenzione a non incappare nelle lesbiche arrabbiate perché erano molto ma molto pericolose).

Non so gli altri, ma io mi gettai nella mischia del Sessantotto come alternativa ad un orizzonte di responsabilità. In seguito, in corso d’opera, cominciai a pensare di fare per davvero qualcosa di utile per la società, ma al principio fu per me una comoda fuga dalla realtà. Mi immersi nel mondo dell’utopia infantile per non diventare adulto.

Tutto cominciò in piscina, a Salerno, una mattina di luglio. All’epoca (1966, avevo finito il secondo anno di liceo classico) per i giovanotti a caccia di femmine, i mesi d’estate erano l’occasione per fare cammellaggio, cioè per acchiappare sfrenate giocherellone straniere. A Salerno non si batteva chiodo. La verginità era una barriera inviolabile e soltanto i belli bravi e fortunati riuscivano a collezionare carezze e baci. Le ragazze che te la davano erano pochine e in più incombeva costantemente la condanna al matrimonio riparatore.

Con le straniere non c’erano problemi. Non soltanto per delle sane soddisfacenti divertenti chiavate, ma soprattutto perché erano di passaggio. Al massimo te le spupazzavi per una settimana. Dopodiché, baci e abbracci, promesse fasulle e lacrimosi addii. Sotto un’altra; e si ricominciava.

Quando dico straniere, oltre a tedesche, americane, belghe, francesi e via sconfinando, mi riferisco anche a torinesi, milanesi, toscane, romane… per noi erano tutte del Nord né più né meno delle scandinave.

Insomma, d’estate si faceva come i cammelli che s’abboffano d’acqua prima di affrontare la traversata del deserto. Noi facevamo scorpacciate di femmine così da soffrire di meno per la quasi certa astinenza invernale.

In piscina, dunque, abbordai una romana che in pochi giorni aveva già mandato a scopare il mare quelli che ci avevano provato. Se ne stava tranquilla a leggere: arrivava in piscina verso le 10, dopo un’oretta interrompeva la lettura per farsi un paio di vasche, tornava a leggere sdraiata al sole e all’una se ne andava.

La tizia con la quale stavo, una torinese che masticava di continuo cicles (da quelle parti così chiamano la gomma americana), mi stava piangendo addosso perché quello era l’ultimo giorno. Doveva tornare a casa e voleva che l’accompagnassi: sarai ospite di una mia amica – mi diceva singhiozzando – e poi a settembre troveremo una soluzione per restare insieme e non lasciarci mai più. Guardandola negli occhi, le chiesi: ti ho mai detto ti amo? e le spiegai che mancavano le basi per trasformare un’avventura estiva in amore eterno. Capì che, tra i due, era lei a desiderarlo e s’infuriò. M’aspettava il terzo liceo con annessa maturità e luglio era già agli sgoccioli. Le dissi che mi dispiaceva, le feci notare che non l’avevo mai illusa, le augurai di trovare un giorno il grande amore come su Grand Hotel (il giornale di fotoromanzi che vendeva un milione di copie a settimana) e di diventare una famosa coiffeuse (mi aveva raccontato che il suo sogno era di mettersi per conto proprio con uno scicchissimo salone di parrucchiera). Mi tuffai per evitare l’esplosione di contumelie che devi sempre aspettarti da una donna. Anche la più intelligente educata colta femmina erutta le peggio bestialità quando si sente tradita offesa trascurata etc. Vai con una donna? Non c’è cautela dolcezza riguardo che ti possa salvare dal rabbioso scoppio di accuse e insolenza che ti scaraventa addosso una donna quando la lasci. L’ideale è farsi lasciare, ma non sempre ti riesce quando sei bello bravo e fortunato.

Il fatto che fosse lei a partire metteva la straniera su un piedistallo: le davi il meglio di te. All’orizzonte vedevi una nave, un aereo, un treno e un bell’addio.

Uscendo dall’acqua, m’accorsi (fu un nanosecondo ma mi bastò) che la romana m’aveva lanciato un’occhiata di disprezzo. Ne fui felice. Era un buon inizio: l’indifferenza non la smonti facilmente ma qualsiasi altro sentimento offre sufficienti appigli per una rivoluzione.

Ah, la rivoluzione. La sto facendo troppo lunga e abbrevio: stemmo insieme quell’estate e anche la seguente. Nel 1967, in autunno, mi iscrissi alla facoltà di legge alla Sapienza. Conobbi la famiglia e il mio futuro fu incardinato (lei aveva anche appuntato i nomi per i nostri futuri figli). M’aspettava un quadriennio di studi senza sgarrare, poi il lavoro e una carriera pianificata. Era fatta. Mai più pazzie e scopate sulla spiaggia, avventurosi autostop senza meta – basta che vai lontano e la vita ti sorride – e allegre bevute con gente nient’affatto intenzionata a crescere, a diventare adulta, a sistemarsi, a farsi carico di doveri e responsabilità.

M’infilai nella goliardia sperando di godermela almeno un po’, ma quello fu l’ultimo anno di vita del Pontificatus Romani Archigymnasii (l’ordine sovrano goliardico di Roma). Feci appena in tempo a fare qualche goliardata e irruppe il Sessantotto. Lei abitava a poca distanza dalla facoltà di architettura e quel primo marzo mi trovai per caso a Valle Giulia.

Fu entusiasmante, divertente e appagante. Avevo trovato come sfangarmela e mi diedi anima e corpo alla rivoluzione.

Dall’alto dei miei settant’anni e passa me ne posso serenamente impipare della riprovazione che piove facilmente su chi non apra l’ombrello dell’ipocrisia.

Forse gli altri coprotagonisti (sì, perché ci diedi talmente dentro che diventai un comprimario di quella rappresentazione) alzarono i vessilli della contestazione – importata dai campus statunitensi e poi tradotta a maggio in francese – perché afferrrati dall’afflato mistico del cambiamento a favore delle masse oppresse e derelitte.

Ho riflettuto su questo e c’è un dato che mi fa dubitare di essere l’unico ad avere usato il Sessantotto per scopi personali. Il dato è che tutti (non quasi tutti, ma tutti) i coprotagonisti hanno fatto carriera: parlamentari, direttori di giornali, mezzibusti televisivi… Di tutto, quindi, mi accuso tranne di essere stato un carrierista.

Mi fermo qui e aggiungo una foto di fine estate di me in piscina a Salerno. È un’immagine impietosa: il coastman, l’habitué della Costiera amalfitana, il moscone dei templi di Paestum, il giovane abbordatore vanitoso, l’impunito scugnizzo con le scarpe. Un po’ di vergogna a firmarmi ce l’ho, ma ndò scappo?

Giuseppe Spezzaferro

 

 

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