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Assobiomedica: negli ospedali pubblici la metà delle apparecchiature è vecchia

La Sanità in Italia è un libro giallo però senza la soluzione. I delitti sono tanti e i colpevoli non si trovano. O, meglio, sono ammanigliati fra di loro e con il prepotente mondo della politica. Non sapremo mai perché una siringa costi in un ospedale pubblico della Calabria molto di più che in un nosocomio lombardo. Non riusciremo mai a tagliare la ragnatela che consente al medico di rimandare alle calende greche un esame che, se fatto nella clinica privata con la quale collabora, lo si prenota per domattina. Nessuno spiegherà mai all’ammalato perché sarebbe stato meglio che si fosse ammalato di un’altra malattia per la quale i farmaci sono quasi a costo zero. Nemmeno ci diranno mai per quale motivo ci sono ospedali vuoti in aree poco popolate e sovraffollati nelle città. L’elenco è lunghissimo. La risposta a qualsiasi domanda fa l’altalena fra “abbiamo pochi soldi” e “manca il personale”.
In attesa che arrivi un castigamatti in grado di fare una vera riforma sanitaria, di cacciare gli imbroglioni e di restituire dignità al malato (cosa, questa, la più difficile perché siamo tuttora sudditi e non cittadini), segnalo un altro piccolo guasto, “bazzecole, quisquilie, pinzellacchere”, direbbe Totò.

SEIMILA APPARECCHIATURE DA BUTTARE
Il Centro studi Assobiomedica ha pubblicato i risultati secondo i quali sono da cambiare perché troppo vecchie oltre seimila apparecchiature di diagnostica per immagini. Sarebbe a dire che circa la metà di quei marchingegni usati nei pubblici ospedali è arretrata. C’è un gap tecnologico. Il sistema sanitario nazionale è tecnologicamente anemico, dunque.
Inutile dire che un macchinario vecchio si guasta di frequente e meno male che c’è la clinica privata vicina…
Secondo la Federazione di Confindustria – che comprende Anifa (audioprotesi), Assosubamed (dispositivi medici a base di sostanze), Biomedicali (strumenti chirurgici e protesi), Diagnostici in vitro (strumenti per analisi), Elettromedicali (diagnostica per immagini e ultrasuoni), Servizi e telemedicina (servizi di gestione e manutenzione e servizi di telemedicina) – «la scarsa qualità dei macchinari si ripercuote sulla qualità del servizio offerto ai pazienti, soprattutto in quei casi in cui una diagnosi tempestiva è fondamentale».

IL 72% DEI MAMMOGRAFI HA OLTRE 10 ANNI
Quali sono le apparecchiature più “rovinate”? Quelle usate per gli esami radiologici quali mammografi convenzionali e telecomandati, come Pet (tomografia a emissione di positroni), Rmn (risonanza magnetica) e Tc (Tomografia computerizzata).
Dall’indagine Assobiomedica risulta che il 72% dei mammografi ha un’età superiore ai 10 anni. Età superiore ai 10 anni presenta anche il 66% delle unità mobili radiografiche analogiche e il 60% dei sistemi telecomandati convenzionali.

UN GAP DA SUPERARE
«L’indagine, oltre a confermare il persistere di una grave situazione di invecchiamento del parco installato negli ospedali, registra un aggravamento del gap tecnologico con il risultato che l’Italia ha perso posizioni rispetto al ranking europeo dell’Ue 27 – ha spiegato Marco Campione, presidente dell’Associazione Elettromedicali – Nel nostro Paese, rispetto all’Europa di riferimento, esistono troppe apparecchiature per abitante, troppo vecchie e troppo poco utilizzate. È urgente investire in innovazione di qualità, anche per mezzo della dismissione di tecnologie obsolete».

Con apparecchi nuovi, i medici sarebbero in grado di notare avvisaglie di malattie, fare diagnosi più precise e intervenire in tempo. Ma questo a chi importa? C’è da sperare che esista una lobby di fabbricanti di macchinari per la sanità, così in Parlamento sarà oliato al massimo un intervento legislativo ad hoc.
Giuseppe Spezzaferro

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