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L’ultracentenario che si suicidò Le amanti e i figli di Ferdinando Rocca

La testa sprofondava nel collo molliccio come la mota dello sterrato dopo la pioggia. Piccoli bitorzoli spuntavano sul cranio dove da decenni non c’era più traccia di capelli. Due piccoli occhi lacrimosi s’appuntavano come spilli sulla faccia di Mimmo.
A pugni chiusi e gambe divaricate, il vecchio lo stava minacciando: «Irina è mia. Non la devi toccare!».
Le dita ossute e il delta delle vene sui dorsi erano l’impronta della forza svanita. Con quelle mani Ferdinando Rocca aveva potato, tagliato, segato, zappato, impastato calce, costruito steccati e stalle. E minacciato. Aveva spaventato e convinto più di un sensale agitandogli sotto il naso le mani strette a pugno. Adesso era vecchio. La settimana prima aveva compiuto 101 anni. La mattina il figlio gli aveva fatto in fretta gli auguri ed era andato come al solito al bar.
Di sei figli Mimmo era l’unico rimasto in paese. Pasqualina, la moglie, ad ogni parto sperava che fosse femmina e invece partoriva maschi uno dietro l’altro. Mimmo era stato l’ultimo. La madre piangeva in silenzio di notte, seduta in cucina o, di giorno, accucciata nella stalla. Si disperava pensando che avrebbe sempre dovuto badare da sola alla casa e a tutto il resto. Avrebbe avuto tanto bisogno d’aiuto, ma nessuna le avrebbe alleggerito il peso. Si sa, una figlia è al servizio della madre in attesa di andare al servizio del marito. Da piccola impara a lavorare dentro casa e nella stalla, nell’orto e nel pollaio. A mano a mano che cresce, la madre le fa fare i lavori più pesanti, quelli che spaccano la schiena. Invece per Lina, come la chiamavano tutti, non ci sarebbe stato mai un attimo di tregua.

Quando smise di fare figli, invecchiò d’un subito e si spense come la candela quando s’è consumata la cera.
Nemmeno al marito, però, era andata bene. Nel volgere di tre anni, era rimasto senza le braccia che lui aveva generato apposta per metterle al lavoro: i figli s’erano sparsi per il mondo.
Il più grande, Nicola, minatore in Australia, nella regione del Pilbara, era vissuto a Port Hedland, una cittadina di 12 mila abitanti. Franco, il terzo figlio, e Giuseppe, il quinto, emigrati in Argentina, avevano allevato capre nella provincia di Río Negro in Patagonia. Quei caprini danno una lana pregiata, dalla quale si ricava il mohair, una fibra simile alla seta, e perciò i due fratelli avevano sognato di diventare ricchi in pochi anni. Non c’erano riusciti, perché il coraggio di tentare nuove strade e il lavoro delle mani non bastano. Bisogna avere soprattutto capacità imprenditoriali e loro, dal paese lontano, s’erano portati appresso pregiudizi e vecchi proverbi, buoni per tutte le occasioni e perciò inutili.
Diffidare di tutto e di tutti è soltanto una delle qualità necessarie all’imprenditore. È utile in campagna dove se non stai attento il vicino ti ruba qualche centimetro di terra spostando le pietre di confine. Se stai costantemente sul chi va là, nessuno t’imbroglia, né sul peso, né sulla misura. Ma l’imprenditore sa anche intuire quando dare fiducia e credito. È capace di delegare compiti e funzioni. E, soprattutto, non perde tempo in chiacchiere al vento che sono, invece, il marchio indelebile del paesano.

Luca, il secondo figlio, viveva con un altro uomo in India, dove aveva fatto molti mestieri prima di diventare proprietario di un bar a Mumbai. Le leggi indiane sono fondate sui codici imposti dai colonizzatori britannici e perciò sono molte severe per il reato di “rapporti contro natura”. Nel 2009 c’era stato un tentativo di cancellare gli articoli anti gay, ma nel 2013 la Corte suprema aveva confermato il reato di omosessualità. Luca avrebbe voluto lasciare l’India ma non era riuscito a convincere il compagno.
Il quarto, Matteo, era morto in Venezuela a nemmeno un mese dallo sbarco nel porto di Maracaibo. La versione ufficiale fu che era stato accoltellato in una rissa tra operai in un campo petrolifero a pochi chilometri a Sud-est della città. Era stato sepolto a spese della compagnia petrolifera e questo nelle chiacchiere di paese era la prova che «quei signori hanno la coscienza sporca, sennò non li spendevano tanti soldi per la tomba».

La memoria collettiva non è più quella d’un tempo. L’enorme flusso di informazioni quotidiane è una ragnatela che avvolge il cervello e il cuore della gente. È un indistinto continuo: la morte di un cantante si mescola con la cronaca del matrimonio del secolo, l’uccisione del braccio destro del boss (che però è mancino), il salvataggio di un capodoglio spiaggiato e il racconto della prossima fine del mondo per colpa dell’anidride carbonica. Durante la giornata, le notizie si accumulano, si confondono, si cancellano a vicenda. Niente sopravvive a questo bombardamento. Gli scienziati hanno misurato la capacità d’attenzione e la durata della memoria, concludendo che ne hanno di più i pesci rossi. È un dato sconvolgente. I pesci rossi nella boccia di vetro girano continuamente e senza impazzire perché la loro memoria tiene per 9 secondi, dopodiché dimenticano i giri fatti e nuotano come fosse un viaggio appena iniziato. L’incallito teledipendente, l’uomo inchiavardato al pc, il giovane incollato al telefonino hanno perso capacità d’attenzione e la loro memoria dura un secondo in meno di quella dei pesci rossi.
Il ricordo di Matteo svanì presto e quando la televisione raccontava di un omicidio senza colpevole, nessuno più diceva: «Non sapremo mai la verità, com’è capitato per il figlio di Ferdinando Rocca morto in Venezuela».

Quei figli Ferdinando non era stato capace di capirli. Che andavano cercando lontano da casa? Il lavoro non mancava e insieme avrebbero potuto comprare altra terra e altri animali e diventare proprietari. Lui si alzava un’ora prima dell’alba. A piedi andava nella terra di don Nicola a curare la sua vigna, poi si faceva una scarpinata di un paio di chilometri per arrivare all’uliveto del barone. Tornando a casa, si fermava a zappare il pezzettino di terra della quale era orgoglioso proprietario e con la luna alta nel cielo andava a dormire dopo aver divorato una pentola di fave e cicoria con una mezza pagnotta di pane. Il giorno dopo ricominciava, con la bisaccia a tracolla con dentro pane, formaggio e un fiasco di vino. «Non ci manca niente»: diceva ai figli. E ammoniva con l’aria di chi la sa lunga: «Chi troppo vuole…».
Non l’avevano ascoltato e se n’erano andati.
«Bravo Mimmo – gli diceva Ferdinando battendogli forte la mano sul petto – Vedrai che noi due ce la faremo e speriamo che tra qualche anno i tuoi figli ci aiuteranno e non faranno come i tuoi fratelli».

Finché c’erano stati i fratelli, Mimmo aveva scansato ogni fatica. Gli pesava anche spingere una carriola vuota. Si stancava subito e si fermava ogni cinque minuti per riprendere fiato. Rimasto solo, si ammalò la madre. Gli toccò tirare su l’acqua dal pozzo, spaccare la legna, girare la polenta perché Lina era troppo debole.
Non è che la povera donna se ne stesse tutto il tempo a letto. Sbrigava le faccende che poteva, finché spossata doveva stendersi. Dall’alba al tramonto, per lei era un continuo salire e scendere dal letto. Un giorno Ferdinando fermò il veterinario, che era stato chiamato dal barone, e lo convinse a dare un’occhiata alla moglie.
«Roba di cinque minuti – gli disse – giusto il tempo per un bicchiere di vino. Non posso pagare ma vi faccio un bel regalo». Era indeciso se dargli una dozzina di uova oppure un panierino di funghi. «Ci penso dopo»: rimuginò, mentre spingeva con tutta la delicatezza di cui era capace il dottor Fattori verso il letto della malata.
«Non vi dovevate incomodare – disse subito Lina, mentre si tirava le coperte fino al naso – non ho tosse e non ho febbre… ho soltanto una debolezza che non riesco a capire… Mio marito non mi fa mancare niente e da mangiare ce n’è assai…». La poverina ricordava che da ragazzina aveva sentito spesso raccontare che quello e quell’altro erano morti di fame e non voleva che il signor dottore raccontasse a tutti che Lina era debole perché non mangiava a sufficienza.
Fattori le sentì il polso, la guardò nel fondo degli occhi e si voltò verso Ferdinando: «Tua moglie è malata. La devi portare in ospedale. Io non ci posso fare niente». Si alzò senza toccare il bicchiere di vino e uscì a mani vuote.
Se ne andò dando forte di speroni al cavallo.

Ferdinando imprecò contro quelli che fanno i sapientoni e non sanno che una casa non funziona senza una donna, anche se è una donna malata.
Lina morì senza rumore. Fu una tragedia per Mimmo. Il padre avrebbe messo un’altra dentro casa e lui non avrebbe più potuto dire: «Meglio se resto a casa. Aiuto mamma, spacco un po’ di legna e affilo il falcetto che è tutto rovinato». Il padre bofonchiava ma non più di tanto: s’era rassegnato. In fin dei conti, un figlio così buono di cuore sarebbe stato utile pure a lui quando sarebbe diventato vecchio.
Il giorno dopo i funerali, disse al figlio: «La fatica fa passare più presto il dolore. Ormai è inutile che resti a casa. Vieni con me».
Mimmo guardò il padre negli occhi e mormorò: «Non me la sento. Forse domani. Lasciami stare». Girò le spalle e rientrò in casa.
Ferdinando dovette convincersi che s’era sbagliato: quel figlio era uno sfaticato, ecco perché non se n’era andato via come gli altri a cercar fortuna nel mondo. Aveva scelto di restare per la schifosa pigrizia e non perché convinto dai discorsi del padre. Era riuscito a nasconderlo al padre, ma non alla madre che un giorno gli disse: «Povero figlio mio, prega che la mano di Dio ti tocchi».
Lui capì e fece spallucce. «Finché dura fa verdura»: si ripeteva soddisfatto.
Poi successe. «Tu non hai voglia di fare niente… – l’accusò inferocito Ferdinando – sei un mangiapane a tradimento… non voglio mantenerti più… ti caccio di casa».

Mimmo se l’aspettava da un po’ di tempo, cioè da quando il padre aveva smesso di lavorare e ciondolava tra l’orto, il pollaio, la cucina e la poltrona davanti alla tv. Preso dal lavoro, il padre non aveva mai fatto due più due. Un conto che, invece, gli venne facile mentre dava da mangiare alle galline: quel figlio non gli dava più conforto dei suoi fratelli lontani. La mattina in tv, un esperto aveva sentenziato: «Un giovane tossicodipendente non rinuncerà mai alla droga finché i genitori lo sosterranno. Debbono, invece, trovare il coraggio di farlo soffrire e costringerlo a disintossicarsi».
Perciò fece come Cortez che aveva bruciato le navi per cancellare il desiderio di tornare indietro. Allo storico che aveva raccontato la vicenda in televisione quel conquistatore spagnolo non stava granché simpatico e Ferdinando aveva pensato che se non fosse stato un avventuriero sarebbe rimasto a casa a fare il pasticciere o la guardia alla dogana. Ci rifletté a lungo e trovò chi avrebbe svolto la stessa funzione dei vascelli bruciati.
«Stai ancora qui?…te ne devi andare… qua non ti ci voglio e poi… poi aspetto una persona e non deve trovarti qui… lei sa che sono solo e non deve pensare che sono un bugiardo…».

Mimmo fece la valigia e se ne andò. C’era un paesano che viveva nel Varesotto e che ogni anno in agosto arrivava in paese con una macchina nuova e sempre di grossa cilindrata. Raccontava al bar storie di donne e di affari in Svizzera dove gli svizzerotti, come diceva lui, non sono per niente furbi. Una volta, Mimmo con tono di sfida gli chiese: «Ma se vengo a casa tua, mi ospiti?» e Nicolino con lo stesso tono replicò: «Tu da qui non ti muovi nemmeno se scende Cristo dalla croce». Un anno, prima di ripartire, gli aveva sussurrato: «Sto a Santa Maria del Monte. È un borgo che conoscono tutti perché c’è un santuario assai antico».
Negli anni seguenti, non ne avevano più parlato. Mentre faceva la valigia, Mimmo aveva deciso: «Vado da Nicolino».

Alla stazione di Varese prese il bus della linea C per il Sacro Monte e nel borgo tutti conoscevano Nicolino, il meridionale che faceva piccoli santuari di terracotta per i turisti.
Tempo un mese e Mimmo scoprì che quell’attività era una copertura. Nicolino era in una banda di rapinatori. Aveva da parte già parecchi milioni e quando ne avesse avuti abbastanza sarebbe andato a Rio de Janeiro a fare la bella vita. «Se vuoi – gli propose d’improvviso una sera, mentre mangiavano una rusticiana con polenta, un piatto locale preparato con lonza e spalla di maiale a tocchetti e luganiga a pezzi – se ti va, domani lavoriamo e c’è un posto per te perché uno dei nostri s’è preso la bronchite».
Aveva risposto di sì senza nemmeno pensarci ma passò una notte d’inferno.

Fece due rapine in banca. Non aveva mai visto tanti soldi tutti insieme e non vedeva l’ora di spenderli. Nicolino gli spiegò che le cose erano sempre andate bene perché ognuno di loro aveva un’attività con tanto di dichiarazione dei redditi.
«Ma le macchine di lusso quando vieni in paese?»: gli chiese Mimmo con quell’aria che hanno i paesani quando fanno le domande a trabocchetto; che poi sono la norma; domande per sapere davvero qualcosa non si fanno, altrimenti si fa la figura di quello che non sa le cose.
«Le noleggio a Varese e spiego sempre che è per fare bella figura al mio paese e che ho risparmiato tutto l’anno per permettermi questo lusso»: rispose Nicolino schiacciando il povero Mimmo con la superiorità di chi ne sa una più del diavolo.

Alla terza rapina, però, le cose andarono male. In banca c’era un carabiniere in borghese con tanto di 9 millimetri nel giubbotto. Era giovane ed era un entusiasta. Stava dalla nonna in licenza e il giorno dopo sarebbe dovuto tornare a Livorno nei ranghi del battaglione paracadutisti Tuscania. Come si dice? Un nome, una garanzia. Quelli del Tuscania era cazzuti e Achille lo dimostrò tirando fuori la Beretta 92 e sparando al rapinatore armato di un Martial Compact, un micidiale fucile a pompa calibro 12 a 6 colpi prodotto dalla Fabarm, una fabbrica di Brescia. Quel fucile faceva parte di uno stock di armi rubate cinque anni prima da un container in partenza per gli Stati Uniti dal porto di Genova. Mimmo gettò via la pistola, una Carry 38, monofilare a canna lunga prodotta dalla Armi Dallera Custom di Brescia, e alzò le mani. Gli altri due spararono senza nemmeno scalfire il parà, il quale ginocchio a terra sparava provando la stessa identica eccitazione che lo prendeva al poligono d’addestramento. Era calmo e preciso: Nicolino venne colpito due volte, l’altro, del quale Mimmo non ricordava il nome, una sola volta alla gola. Ugo, quello del fucile, contorto sul pavimento strillava dal dolore e si premeva le mani sullo stomaco.
Fu una magra consolazione per Mimmo sapere che il carabiniere era finito sotto processo per aver agito senza riflettere mettendo a rischio le vite di decine di persone. Nessun rapinatore puntava l’arma contro di lui e perciò non poteva nemmeno invocare la legittima difesa. Comunque, Mimmo finì in galera con una condanna a 20 anni.

In paese, il fatto si seppe quasi subito. C’è un misterioso telegrafo senza fili che collega i paesani di tutto il mondo. Nessun fatto resta segreto per lungo tempo. Prima o poi, tutti vengono a sapere i fatti di tutti.
Ferdinando reagì a modo suo: «Chi sbaglia, paga» e non disse altro. Era orgoglioso di essere un lavoratore della terra e non sapeva che, invece, era un perfetto modello di capitalista, perché lui risparmiava e accumulava. Quando ebbe messo da parte il primo gruzzoletto, comprò un pezzo di terra. Dopo qualche anno, comprò dei buoni postali. Nel corso degli anni, diventò un esperto di risparmio postale. Nell’ufficio del paese fra gli impiegati c’era un tale Giovanni Lacedonio, figlio del sergente che Ferdinando aveva portato in spalla per un giorno intero durante la marcia nel deserto fino ad Alessandria d’Egitto.

Avevano avuto fortuna entrambi: fatti prigionieri dai neozelandesi vicino Tobruk, erano destinati ad essere imbarcati per l’India, dove i campi di prigionia erano autentici mattatoi.
La storia dei campi come quello di Yol alle pendici dell’Himalaya è nota soltanto ai pochi sopravvissuti. Nessuno ha battuto la grancassa per i morti di stenti in quello sperduto paesino indiano. E nessuno ha pensato di fare un film sulla vicenda del sommergibilista della X Flottiglia MAS Elios Toschi, il quale aveva affiancato Teseo Tesei nella trasformazione della “mignatta” (mezzo d’assalto semisubacqueo ideato durante la Prima guerra mondiale) in “maiale” (il sommergibile tascabile diventato famoso per l’affondamento delle navi da battaglia inglesi Valiant e Queen Elizabeth).
Toschi era stato prigioniero nel campo di Yol e ne era evaso, riuscendo a raggiungere Goa (all’epoca territorio portoghese) e da lì l’Italia. Roba da “Mission: Impossible”, ma nessuno ne ha fatto un film. Probabilmente, l’esaltazione di un eroe fascista avrebbe contagiato gli italiani non ancora sufficientemente vaccinati dall’antifascismo.
Caso volle che, all’arrivo nel porto egiziano, le navi per Bombay fossero stracolme, per cui furono imbarcati per Montreal per essere internati vicino Farnham, una cittadina di poche migliaia di abitanti.

Il campo era contrassegnato dal numero 40 e distava una cinquantina di chilometri dalla metropoli del Québec. La prigionia fu abbastanza sopportabile.
Ferdinando aveva salvato la vita al sergente Mario Lacedonio e in paese lo vennero a sapere tutti quando arrivò la prima lettera tramite la Croce Rossa Internazionale. Dopo due anni, Lacedonio morì per una broncopolmonite: anche in paese faceva la neve ma per pochi giorni l’anno, lì non nevicava soltanto per qualche settimana a luglio e agosto. Nonostante nelle baracche ci fossero le stufe, il sergente s’era ammalato più volte, finché non fu più possibile curarlo. Le industrie farmaceutiche americane avevano cominciato a produrre la pennicillina nel 1941, ma la produzione era interamente assorbita dalle truppe a stelle e a strisce. Quando il sergente s’ammalò, la pennicillina non era ancora arrivata fino al campo n°40.

Suo figlio, Giovanni, aveva ereditato la riconoscenza per Ferdinando Rocca e perciò lo consigliava al meglio su come investire i risparmi. In paese, quasi tutti avevano il libretto di risparmio postale e pochi compravano Buoni fruttiferi. In un paio di decenni, Ferdinando aveva accumulato una piccola fortuna. Il primo investimento era stato un pezzo di terra. L’aveva pagato poco e il proprietario, Pasquale il macellaio, che l’aveva ereditato da uno zio di sua moglie morto senza figli, era stato felicissimo di sbarazzarsene perché era un terreno umido, malsano, senza un filo d’erba, povero all’incirca come una sassaia.
Ferdinando in Canada aveva imparato che c’era un albero, l’ontano, che aveva le radici capaci di fissare l’azoto al terreno. Non aveva capito granché del processo di azotofissazione, ma aveva colto l’essenziale: quegli alberi erano una benedizione per i terreni poveri. Non era pensabile procurarsi i miracolosi ontani canadesi, i Red adler, ma i cosiddetti ontani napoletani facevano lo stesso lavoro di azotofissazione ed erano facili da trovare.

In paese si sparse subito la voce che sulla terra che non produceva niente Ferdinando Testadura, e mai un soprannome era stato più azzeccato, s’era messo a piantare piccoli alberelli dai quali pendevano frutti simili alle carrube ma più lunghi e più fini. Non sapevano che quelli era fiori e che quegli alberi si autofecondavano perché le inflorescenze erano sia maschili che femminili. Non sapevano nemmeno che erano alberi particolarmente resistenti all’acqua, come dimostrava Venezia che da secoli si reggeva su pali di ontano. Negli Stati Uniti e in molte altre parti del mondo, gli ontani, di qualunque specie fossero (e di specie se ne contano più di trenta), sono usati per la biorimediazione. Grazie alla loro resistenza ed alla velocità di crescita, gli ontani sono miracolosi per il recupero di cave, di miniere abbandonate, di aree incendiate e di tutti quei terreni sui quali non cresce niente di buono.

In capo a due anni, il terreno era pronto per essere coltivato. Ferdinando meditò, calcolò, si guardò intorno, lesse per due mesi di fila il bollettino dell’associazione agricoltori e decise: «Pianto albicocchi Polonais».
Azzeccò la scelta: quella varietà di pianta era tardiva e dava frutti a fine luglio, quando sul mercato cominciavano a scarseggiare le altre albicocche.
Sfruttando sapientemente il rendimento dei buoni postali e i guadagni ricavati dalla terra, l’uomo era diventato senza rendersene conto un capitalista a tutti gli effetti.

Un giorno il barone Manfredini gli chiese: «Perché continui a lavorare per me? Hai abbastanza quattrini per faticare di meno».
La risposta fu secca: «Voglio il massimo della pensione e mi servono le marchette vostre».
L’anno seguente il barone gli disse: «Con gli anni di lavoro che hai maturato, puoi già andare in pensione. Hanno fatto una legge apposta. A novembre e dicembre prossimo il tuo salario sarà raddoppiato, perché la pensione è calcolata sulle ultime buste paga, così avrai il massimo».
Ferdinando non replicò subito. Sapeva che nessuno ti dava niente per niente. Guardò perplesso il grasso e placido uomo che lo sovrastava di almeno dieci centimetri e aspettò.
«Ti stai chiedendo perché faccio questo. Vero, Testadura?»: disse il barone ridendo.
Lui fece una smorfia e lo guardò dritto negli occhi.
E arrivò la spiegazione: «In paese, ci sono troppi scansafatiche. Parlano male del barone. Invidiano le ricchezze del barone. Lanciano maledizioni contro il palazzo del barone. Sbavano per le donne del barone. Passano il tempo a lamentarsi che non hanno avuto la fortuna di nascere baroni. Tu sei la dimostrazione che loro sono degli incapaci. Hai sempre lavorato duro e ti sei fatto apprezzare. Ora hai abbastanza soldi per fare il padrone e ancora non ti fermi. Da tempo, nutro la speranza che le maledizioni dei paesani siano equamente ripartite tra me e te. Quella è gente che vegeta dando le colpe agli altri e così ce ne pigliamo un po’ per uno».

Il barone Carlo Maria Manfredini di Castellamare e Rovereto era un uomo taciturno. Lo sapeva chiunque e Gina, la serva, restò con l’orecchio attaccato al buco della serratura, stupita come se avesse sentito parlare un muto. Il suo padrone non aveva mai parlato tanto a lungo e questo cavolo di Ferdinando Rocca doveva essere davvero speciale se aveva perso tutto quel tempo con lui.
La ragazza, magrolina, gli occhi neri sotto sopracciglia nere foltissime, i lunghi peli neri che punteggiavano le calze di lana fatte a mano, era diventata importante da quando era entrata al servizio del barone. Quando usciva la domenica mattina presto per andare alla prima messa, le si formava intorno un capannello di comari impiccione che la subissavano di domande. Ciò che accadeva nel palazzo baronale durante la settimana diventava di dominio pubblico la domenica. A Gina piacevano gli ohhh! e i davverooo? che strappava alle attentissime ascoltatrici e stavolta sarebbe stato un putiferio di occhi sgranati appena avrebbe raccontato ciò che aveva sentito dire dal barone a quell’avaro di Ferdinando. L’aria si sarebbe di sicuro infuocata come alla festa di san Quirico scoppiettante di fuochi d’artificio.

Povera ragazza, che altro poteva aspettarsi dalla vita? Senza dote, matrimoni non se ne combinavano e brutta com’era cos’altro avrebbe potuto fare se non la serva? Era entrata a Palazzo Manfredini per sostituire la vecchia serva portata in città all’ospizio dei poveri. Se fosse stata fortunata, anche lei sarebbe invecchiata fra quelle stanze gonfie di stucchi per poi finalmente andarsi a riposare all’ospizio.
Assorta in quei pensieri, Gina si staccò appena in tempo dalla porta prima che si aprisse sotto la spinta di Ferdinando Rocca.
«Questo barone – rimuginava l’uomo – è davvero fino. Dividere con lui le maledizioni della gente… ma guarda che diavolo va a pensare…».
Ferdinando si diresse verso la chiesa. Don Carlo doveva procurargli un’altra donna. La prima, Nadežda, che si faceva chiamare Nadia, era arrivata quando lui aveva sfrattato il figlio. Era una quarantenne forte, dai lunghi capelli biondi e un seno straripante. Fecero presto amicizia e vissero come marito e moglie finché lei gli chiese di regolarizzare il rapporto, disse proprio così: «Dobbiamo regolarizzare la nostra posizione».

Ferdinando non ci aveva mai pensato. Con lei che faceva i servizi, cucinava, curava la stalla, il pollaio, l’orto, i conigli e gli scaldava il letto, lui lavorava con maggior lena sentendo a malapena la stanchezza. Zappava pensando che a casa avrebbe trovato conforto e piacere.
Nadia gli diceva di continuo che l’amava, ma lui lo sapeva bene che erano cose da donne. Anche al Campo 40 aveva avuto qualche donna. Contadine, dalle braccia robuste, gambe forti e cosce che stritolavano. In quell’insediamento c’erano donne, vecchi e bambini. Gli uomini abili erano in guerra. Aveva imparato che “ailaviù” significava “ti amo” e lo ripeteva di continuo quando s’accoppiava di notte a ridosso delle torrette di guardia. Le guardie lasciavano fare. Gli italiani era meglio che si sfogassero con donne consenzienti piuttosto che mettendo sotto i più giovani e deboli. Erano bestie, incapaci di controllarsi. Avevano sentito racconti di pastori che s’accoppiavano con le pecore, di contadini che l’infilavano nelle vacche; e ridevano con aria schifata.
Gli ufficiali italiani erano di tutt’altra pasta, i più di sangue nobile. Maniaci della pulizia, non si mescolavano alla truppa ed era stato uno di loro a raccontare quelle storiacce mentre sorbiva elegantemente il tè con il comandante canadese. Disse anche era più prudente tenersi lontano da quelle bestie perché loro non tenevano a freno gli istinti. Altri avevano raccontato di padri che violentavano le figlie e perfino di galline penetrate senza vergogna. «In Italia – disse un ufficiale di cavalleria – c’è un abisso tra noi e il popolino. Pensate che in alcuni paesi vivono ancora nelle caverne e dormono insieme con asini e muli».

Gli “ailaviù” non significavano niente e a Ferdinando piaceva dirlo perché la donna in quel momento lo stringeva più forte. Aveva anche imparato altre frasi. Alcune, come “iuarbiuttiful“, “tu sei bella”, le sussurrava mentre infilava la sinistra nel maglione dietro al collo e la destra sotto la gonna a cercare le mutande. Che spesso nemmeno c’erano.
Ora Nadia gli diceva che l’amava e voleva “regolarizzare”. Ferdinando aveva come l’impressione di essere intrappolato più di quanto il filo spinato del Campo 40 l’avesse mai fatto sentire prigioniero.
Fu duro e definitivo: «Non mi risposerò mai. Te ne puoi anche tornare… da dove sei venuta». Stava per pronunciare il nome del paese ma l’istinto lo bloccò perché le poche volte che era riuscito a pronunciarlo, Nadia era scoppiata a ridere.
Il giorno dopo, tornando dai campi, capì che la donna se n’era andata vedendo che dal camino non usciva fumo. Lei s’era portata via i vestiti, un po’ di biancheria, qualche piatto e la foto della Madonna di Zarvanytsia appesa sopra al letto.

Don Carlo lo accolse in malo modo. Aveva sopportato la relazione peccaminosa con la speranza che un giorno sarebbe stata benedetta da lui, cioè da Dio, per cui assolveva Nadia che in confessione chiedeva perdono e comprensione. La donna gli diceva che pregava ogni notte la Madonna affinché le facesse la grazia di piegare quell’uomo.
Segaligno, la lunga tonaca che gli pendeva dalle spalle come fosse appesa a una stampella, le mani costantemente giunte, quel prete era un mistero. Per alcuni era un sant’uomo, per altri un vero demonio. Gli occhi infossati in cerchi tra il bluastro e il violaceo rivelavano tormentose notti. Molte storie di santi raccontavano di lunghe notti trascorse in ginocchio per fugare le tentazioni del diavolo. Don Carlo, però, non era un santo. La sua magrezza non era il risultato di digiuni e mortificazioni della carne; era così per costituzione. Ed era rassegnato alle polluzioni notturne provocate da sogni lascivi e peccaminosi: il demonio non c’entrava per niente, doveva aspettare che con l’avanzare dell’età il sesso si sarebbe spento.
«Cosa ti serve?»: l’apostrofò senza tanti complimenti. Che Ferdinando Testadura andasse a fargli visita, l’aveva subito messo in guardia. Il prete era un professionista dell’animo umano e quello era un uomo che deviava dalle solite ripetitive quotidiane occupazioni esclusivamente per ottenerne un vantaggio.
«M’abbisogna d’un’altra serva»: gli rispose asciutto, senza nemmeno dire buongiorno e nemmeno fare l’atto di baciargli la mano.
«Nadia s’è scocciata d’aspettare? È stata tanti anni nel peccato e guardate cosa ne ha ricavato. Povera donna!».
«Ne avete un’altra sottomano, sì o no?»: chiese Ferdinando mettendosi le mani in tasca.

E così Veselina entrò nella sua vita. Aveva da poco passato i quaranta ma era energica e agile come una ventenne. Gli disse no e glielo ripeté per settimane. Gli italiani chiamano vasellina una crema lubrificante dai molti usi, ma uno solo di essi l’ha resa famosa. In paese, molti avevano imparato a servirsene per risparmiare un inutile dolore alla donna, anzi, con la vasellina, lei muggiva di piacere.
Il prete aveva consigliato Veselina di scegliersi un altro nome. Le aveva detto che in italiano quella parola aveva un brutto significato e lei se l’era fatto scrivere su un pezzo di carta del pane. Non c’era voluto molto per capire l’imbarazzo del prete, gli ammiccamenti dei maschi e i sorrisetti delle femmine, ma Veselina decise che non si sarebbe chiamata Maria, Anna o Antonietta. Ciò che non uccide fortifica e le occhiate allusive non avevano mai ucciso. Era una donna coraggiosa e Ferdinando smise di bussare alla sua porta quando capì che doveva cambiare tattica.

Alla fine c’era riuscito. A cena le aveva toccato una mano come per caso. L’aveva ascoltata mentre raccontava dell’infanzia, della povertà e della cattiveria degli uomini. Alla fiera, le aveva comprato uno scialle di seta pakistana. Stando bene attento a non esagerare con le gentilezze, Ferdinando ne aveva conquistato la confidenza. Adesso non si ritraeva di scatto quando lui le si sedeva accanto. Di notte sprangava la porta, ma non sobbalzava più per un qualsiasi rumore. Poco alla volta, Veselina si acquetò. L’aria guardinga sparì e i panni, sempre stretti fino al mento, s’allentarono a far intravedere l’attaccatura del collo. Veselina si sentiva a casa e sciolse i lunghi capelli, perennemente accroccati in cima nascosti dal fazzolettone, li intrecciò e li lasciò liberi di svolazzare di qua e di là ad ogni movimento del capo.
Ferdinando andò alla carica vittoriosa portando a casa due bottiglie di vodka. Lei bevve e si ubriacò. Poi lo abbracciò e lo baciò forte sulle guance e lui le infilò le mani sotto la gonna.
Il giorno dopo, lo svegliò con una carezza e cominciò la vita coniugale.

Ferdinando continuò a farle piccoli regali perché gli faceva piacere guardarla mentre sorrideva compiaciuta e affettuosa. S’era anche autogratificato. Per sé aveva comprato una catena d’oro per l’orologio e aveva gettato in un cassetto quella d’argento, regalatagli dalla moglie a costo di chissà quanti sacrifici.
La vita dà e toglie; a caso; senza un perché. E anche Veselina andò via.
Una mattina al mercato, un’amica le aveva detto che c’era un tizio di città che dietro compenso trovava un marito italiano a quelle come loro. Aveva riso e risposto che non le interessava. In seguito ci aveva ripensato. Con Ferdinando stava bene, era trattata come una moglie, ma domani? Chi le garantiva il futuro? Aveva messo qualche soldo da parte ma non abbastanza per una vecchiaia tranquilla e quell’uomo non le aveva mai giurato eterno amore nemmeno nei momenti più appassionati.
Incontrò il promesso sposo. Era un vecchio malandato bisognoso d’assistenza. Aveva una pensione d’artigiano e una casa di proprietà. Gli unici parenti erano due nipoti, figli della sorella morta in un incidente d’auto. Veselina non ebbe dubbi: il domani non l’avrebbe più preoccupata.
Disse a Ferdinando: «Me ne vado. Mi trasferisco in città».
Non gli diede spiegazioni. Non parlò del matrimonio. Non impose l’alternativa: o mi sposi o non mi vedi più. Se lui avesse voluto fermarla, l’avrebbe potuto. Lo sapevano entrambi. Perciò lo guardò senza dire altro.
«Va bene – mormorò lui – se hai deciso così…» e se ne andò a spaccare un po’ di legna. Siccome quello era uno dei lavori di Veselina, significò: «Come vedi, già faccio a meno di te».

Irina fu la terza. Rotondetta, con il doppio mento, larghi occhi azzurri e un grande culo dondolante, quella donna arrivò quando Ferdinando coltivava ancora l’illusione del vigore maschile. Lei gli insegnò a farla godere usando le dita nodose e poco alla volta lui si rassegnò ad avere tra le gambe un pezzo di carne morta.
Irina lo faceva stare bene. Quando lo lavava, faceva scorrere le mani fra le natiche, gli carezzava i capezzoli con il sapone, gli stringeva la faccia tra le tette morbide e sempre profumate.
Quello non era il sesso al quale era avvezzo, ma era molto piacevole. A volte gli sembrava di avere la forza necessaria per farle sentire il forte desiderio che gli scatenava.

Una mattina arrivarono gli idraulici e i muratori. Ferdinando aveva comprato un’enorme vasca e fu necessario sfondare una parete per montarla. La vecchia rubinetteria fu sostituita da miscelatori e ugelli dal flusso regolabile. Il rito del bagno diventò trisettimanale. Il profumo del bagnoschiuma non era mai lo stesso così come quello delle creme. Irina alternava i prodotti perché sapeva che l’abitudine uccide qualsiasi sensazione e che un profumo per quanto esaltante a lungo andare non lo si avverte più, quasi fosse diventato inodore.
Ferdinando invecchiava bene. Mangiava con appetito e non si faceva mancare il bicchiere di vino a pranzo e a cena. Non fece obiezioni quando Irina gli annunciò che avrebbe preso una serva per i lavori pesanti e non l’accusò di spendere troppi soldi. Si sorprese a pensare di sposarla.
«Se va via, un’altra così non la trovo di sicuro»: si diceva, ma rimandava sempre il momento. L’istinto lo frenava. Era un passo impegnativo. Doveva pensarci bene. Mica si trattava di comprare un’altra vacca o un nuovo trattore. Ferdinando ragionava come se davanti avesse una lunga vita da vivere. Aveva festeggiato i 90 e non se li sentiva affatto addosso. Era come se i bagni li facesse in una vasca dell’eterna giovinezza. Anche Irina non poteva nascondere la meraviglia, quando infilandogli il medio nell’ano lui aveva un brivido di piacere.

Poi Mimmo ritornò. Aveva scontato la pena ed era tornato a casa. Dove sarebbe potuto andare altrimenti? Il padre lo accolse con una smorfia di rassegnazione. In fin dei conti, era suo figlio, aveva quasi settant’anni e di primo acchito appariva più malandato di lui che ne aveva 91.
Irina storse la bocca. Non era preparata a badare a due vecchi e lo disse. Ferdinando replicò che aveva abbastanza soldi per pagare un’altra badante e che, se lei voleva, poteva andare dal prete a chiedergli di trovargliela.
«Don Carlo è morto; te lo ricordi? Con il prete nuovo non ci hai parlato nemmeno una volta. Per confessarti, ti fai venire a casa un cappuccino del convento di San Prospero. La messa la senti alla televisione… quando la senti – aggiunse con gli occhi divertiti – e non fai finta…».
«Va bene, ho capito – l’interruppe tirando fuori il tono da padrone – e allora cosa vorresti? Che cacciassi mio figlio?».

Cominciò così il rapporto a tre. Mimmo era stato al Nord, aveva frequentato le bische clandestine e i casini camuffati da night club. Aveva tante storie da raccontare. In prigione aveva conosciuto banditi d’ogni genere ma anche molta brava gente e un paio di innocenti incarcerati per errore. Fumava sigarette americane senza filtro in un bocchino d’avorio che finiva con un cerchietto d’oro.
La prima volta che le mise le mani addosso, lei non protestò. Anche Mimmo scoprì le meraviglie del bagno. La pelle di Irina era senza rughe. Qualche piccolo segno dell’età era intorno ai grandi occhi celesti. Le mani morbide e profumate dalle unghie appena appena un po’ lunghe sfioravano e titillavano con astuto piacere.
Ferdinando ne era all’oscuro. S’addormentava davanti alla tv e restava sulla poltrona fino al canto del gallo. Lei lo aiutava ad alzarsi, lo spogliava facendolo ridacchiare di piacere e lo metteva a letto. Poi gli portava la colazione e gli diceva: «Adesso dormi, più tardi ti faccio un massaggino». Chiudeva gli scuri e scendeva di sotto, dove Mimmo era già pronto per i giochetti quotidiani. Irina aveva insistito a spostare la camera da letto matrimoniale sopra le scale: «Non voglio che tuo figlio ci senta. Qui ci stiamo soltanto noi e nessuno deve venirci». Lui aveva acconsentito tutto contento anche quando lei gli disse che era necessario fare un altro bagno: «Ce lo possiamo permettere. È una bella comodità».

Gli anni passarono l’uno appresso all’altro senza che niente mutasse. I due mondi, quello del piano di sopra e quello del piano di sotto, parevano distanti anni luce l’uno dall’altro. Irina li amministrava pianamente. Era immune dalle ansie e le angosce che travagliano solitamente la donna divisa tra due uomini.
Poi, successe. Ferdinando irruppe nella cadenza quotidiana e i due mondi entrarono violentemente in contatto tra loro. L’esplosione distrusse anni di tranquille abitudini. Ancora eccitato per il compleanno che da poche settimane l’aveva portato di un anno oltre il secolo, Ferdinando aveva affrontato da solo la scala. E gli mancavano due soli gradini quando sentì risuonare accavallandosi le voci di Irina e di Mimmo.
Suo figlio stava dicendo: «…è inutile che protesti, quando sarà morto, lasceremo questa casa e andremo a vivere in città, in un bell’albergo».
«Te lo ripeto – Irina aveva ritrovato l’accento duro della lingua madre – non voglio sprecare i soldi facendo la bella vita, come dici tu. Non durerai quanto tuo padre e io mi ritroverò vecchia e povera»; una pausa e poi sibilò: «Niente da fare. Smettila o non ti farò più il bagno…».
«E io racconto tutto a mio padre…». Anche Mimmo aveva indurito la voce. Era deciso a continuare nel braccio di ferro fino alla vittoria. Ma Irina trovò il modo di chiuderla lì: «Tuo padre non è ancora morto. Ne riparleremo dopo i funerali, se non moriremo prima noi…». Tra i due complici calò il silenzio della morte invocata, da una parte, e temuta, dall’altra.

Ferdinando riprese a salire. Difficile stabilire quale fosse maggiore tra lo sforzo per tornare indietro e quello fatto per non urlare ai due complici la fine della festa, ma i gradini in salita gli furono meno faticosi. La rabbia e il dolore avevano generato un’energia supplementare in quel corpo nodoso come un antico ulivo. L’uomo si stese sul letto e cominciò a pensare.
Due giorni dopo ordinò: «Irina, va’ a chiamare frate Zaccaria».
«Non puoi aspettare domenica?»: disse la donna con un’aria di dolce preoccupazione.
«Va’ e non rompere». A 101 anni era più padrone che mai. Più di quanto lo fosse stato il barone morto vent’anni prima.
Uscita Irina, chiamò Mimmo. Al terzo urlo, il figlio fece capolino dalla porta.
«Irina è mia. Non la devi toccare!». Poi si corresse: «Non la dovevi toccare, ma l’hai fatto. E lei c’è stata».
«Ah, te l’ha confessato lei?»: chiese Mimmo mentre cercava qualcosa da dire. Non voleva essere trattato come il bambino sorpreso con le dita nel boccaccio dell’uva sotto spirito.
Il padre ignorò la domanda e continuò: «Te ne devi andare. Ve ne dovete andare tutt’e due. Ci metto poco a comprarmi un’altra donna. E me la piglio pure più giovane…».

Ecco. Era arrivato il momento di comportarsi da adulto: «Lei la puoi cacciare, non m’interessa. Io resto. Sono tuo figlio e questa casa è anche mia».
Ferdinando l’aveva previsto. La scena l’aveva fatta per prendersi una soddisfazione, ma sapeva che Mimmo nemmeno la legge avrebbe potuto metterlo fuori dell’uscio.
«Bene. Non caccio nemmeno Irina, allora… – disse mentre coglieva negli occhi del figlio un lampo di vittoria – …e adesso torna di sotto e qua non venirci più finché sarò vivo…».
Mimmo girò le spalle soddisfatto: se l’era cavata senza danni, il padre aveva smesso di mettergli paura, finalmente. Era tutto merito di Irina. Brava! Aveva fatto benissimo a dire di loro due. Non avrebbero più dovuto stare attenti a non fare rumore, a ridere a bocca chiusa e a riempire la vasca attaccando al rubinetto un tubo in modo da non far gorgogliare l’acqua. Che bella cosa, la libertà!
Irina ritornò con il frate. Le bastò un’occhiata per capire che qualcosa era successo. Mimmo aveva una faccia che non gli aveva mai visto. Se le fosse stato chiesto di spiegarsi, avrebbe detto che era una faccia da padrone.
Accompagnò il fraticello di sopra, salutò Ferdinando con un sorriso e tornò di sotto.

«Irina m’ha detto che era cosa urgente»: cominciò il monaco accomodandosi sulla sponda del letto.
Ferdinando non disse una parola più del necessario. Diede una chiave al frate e gli indicò un cassetto da aprire. Gli fece raccogliere tutte le carte e spiegò: «Fate opere di bene». Insieme con un fascio di banconote, c’erano titoli di Stato, buoni postali, certificati obbligazionari e gli atti di proprietà di terre e frutteti… erano tutto il capitale accumulato in una vita. Alla posta, sul conto corrente c’era poco e, pagate le tasse, agli eredi sarebbe rimasta un’elemosina.
«Ferdinando, state bene? avete riflettuto su quello che state facendo? forse è meglio che torni un’altra volta… questi sono tanti soldi e…».
«È una decisione che ho preso… caro frate, voi la dovete accettare. Vi giuro che se non portate via questa roba, io ne faccio un falò. Le proprietà le dono al convento. Ho scritto questo documento e voi ora lo firmate confermando che è tutto in regola… Lo so ci vorrebbe un’altra firma e, se non volete che mio figlio si riprenda le terre… che rovinerebbe e lo sapete bene, fate firmare qualcun altro…».

Frate Zaccaria aveva visto un paio di grossi peccatori pentirsi sul letto di morte e regalare soldi con la speranza di comprarsi un posto in cielo. Quell’uomo, però, non stava morendo e non sembrava scimunito; parlava senza incespicare sulle parole, gli occhi non bruciavano di febbre e le mani avevano il naturale tremolio di un ultracentenario. Dovette giurare di mantenere il segreto e di non rivelare ai beneficati il nome del benefattore.
«Ma così vi perdete le preghiere delle persone alle quali fate del bene… le preghiere non sono mai troppe..».
«Quando sarà, mi basteranno le vostre!»: l’interruppe Ferdinando e gli baciò il cordone mentre gli faceva segno di infilare quel bendidìo sotto il saio.

Al piano di sotto, Irina era sconvolta. Del padrone conosceva tutto. Avrebbe potuto disegnare una mappa del suo corpo, centimetro per centimetro, senza perdersi un neo, un piega, un solo pelo. Sapeva esattamente cosa fare nei suoi sbalzi d’umore. Ne conosceva gesti e occhiate, gusti e piaceri, antipatie e dolori. Aveva quell’uomo stampato dentro e per questo non condivideva la stupida soddisfazione di Mimmo.
Ferdinando non era tipo da rassegnarsi; non aveva il brutto vizio, come lo chiamava lui, di fare regali; nemmeno nei rari momenti di euforica felicità alcolica, si sarebbe mai sognato di condividere una proprietà con altri; era vendicativo e non lasciava mai un’offesa senza una risposta adeguata. Perché aveva ceduto al figlio? Perché a lei non aveva detto niente? Perché aveva voluto il frate?

Irina entrò nella stanza. Lui faceva finta di dormire, ma lei disse: «Lo so che sei sveglio… Mimmo m’ha detto che…».
L’interruppe senza alzare la voce: «Ho chiamato il frate per chiedergli di farmi quest’anno anche una marmellata di limoni. Da te e mio figlio non m’aspettavo il tradimento, ma mi rendo conto che ci sono cose senza rimedio. Hai ancora i soldi per la luce e il gas. Spendeteveli stasera a cena in città. Domani ne avrai altri per pagare le bollette. A me lasciami una tazza di brodo e una mela affettata. Rientrerete tardi e perciò non fate rumore. Lo sai che, se mi sveglio in piena notte, poi non prendo più sonno».
Irina non se l’aspettava, ma era abituata ad obbedire. Scese e informò Mimmo del programma deciso dal padre.
«Non ho voglia… – disse lui irritato – …non vado a cena al ristorante solo perché me lo comanda mio padre… e c’è troppa strada da fare… restiamo qui…».
«Dobbiamo parlare fuori di qui – replicò lei carezzandogli la camicia all’altezza dei capezzoli – e ci fa bene accontentarlo… poi lui accontenterà noi… Ha deciso di mangiare marmellata di limoni quest’estate, ma non credo che ci arriverà…». Disse quest’ultima frase, pizzicandogli forte i capezzoli e guardandolo negli occhi con l’aria di dire: «Siamo complici… sta’ tranquillo».

Ferdinando sentì la macchina uscire dal cancello e affrontò di nuovo la scala. Mezz’ora dopo era in cucina ad armeggiare con il tubo del gas. Manomise le due stufe al pianterreno come aveva fatto con la stufa che Irina per stemperare l’aria di sopra gli accendeva un’ora la sera e un’ora la mattina. In quella casa c’erano quattro bombole di gas in funzione e due di scorta nello stanzino. Tolse i sigilli e aprì anche quelle due.
Non avrebbe lasciato ai due miserabili traditori le terre coltivate e comprate con tanti sacrifici, i soldi accumulati con pazienza e prudenza, la casa impastata di ricordi sacri e sofferenze e godimenti.
Dio aveva punito Adamo ed Eva per avergli disobbedito e aveva fatto più che bene. Quei due avrebbero scontato il tradimento.
In paese sentirono l’esplosione ma non ne capirono l’origine finché non videro il fumo salire dalla terra dov’era la casa di Ferdinando Testadura.
Giuseppe Spezzaferro

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