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Bankitalia funziona come tipografia e Giovanna d’Arco era una nazionalista

La proposizione “stampare moneta” non si esaurisce nella mera funzione tipografica. Essa significa molto di più: racconta il diritto ad emettere moneta. Ebbene la Banca d’Italia questo diritto non ce l’ha. È una tipografia d’alto livello, con professionisti di vaglia, ma resta uno strumento gestito da altri, cioè dalla Bce. Sull’euro c’è la firma di Draghi, cioè della Banca centrale europea, e non più del governatore della Banca d’Italia.
Luigi Einaudi, universalmente riconosciuto come “persona informata dei fatti”, parlando del Federalismo, spiegava che esso comportava la riduzione della sovranità economica di ognuno degli Stati federati e aggiungeva: «Viene trasferito qualcos’altro che è molto più dello stesso regolamento del traffico internazionale: il diritto cioè di stampare moneta di carta». Evidentemente non si riferiva all’azione tipografica.
Basta scorrere qualche testo di economia e/o di finanza o leggere la stampa specializzata per verificare la valenza dello “stampare moneta”.

DAL PROFESSOR TONIOLO A FACEBOOK
Gianni Toniolo – è un esempio che ho scelto tra migliaia – che accademicamente sta a posto (research professor of economics etc. etc.) ha narrato sul “Sole24Ore”: «Governi deboli, come l’imperatore del Faust, ricorsero alla stampa di moneta come al mezzo politicamente meno costoso per accomodare le enormi tensioni sociali esplose negli anni Settanta». Quei governi stampavano moneta perché ne avevano il diritto e non perché gestissero tipografie.
Perché sto scrivendo ciò? Il fatto è che m’hanno detto che su facebook qualcuno ha scritto che il mio pezzullo https://ilnostroarcipelago.com/2498/la-banca-ditalia-non-stampa-soldi-e-non-vigila-ma-a-cosa-serve è sbagliato perché Bankitalia ha più di 400 dipendenti che stampano quattrini.

PALAZZO KOCH E LA PISTA DA BALLO
Limitare il mio “non stampa soldi” all’azione fisica della stampa denuncia altri… limiti. Non sono iscritto a facebook e perciò ho ripreso qui l’argomento. Forse per qualcuno non sarò esauriente, qualche altro insisterà che sono un asino sulle faccende di Palazzo Koch e dintorni… ma non so esattamente i termini delle, diciamo così, precisazioni su facebook e perciò rispondo al buio. Faccio presente, comunque, che su internettuale.net non ci sono limiti ai commenti.
Facebook è una grande pista da ballo. Vi si esibiscono provetti ballerini, appassionati di danza e gente che non sa ballare ma che si diverte ad agitarsi cercando di seguire la musica. Fermo restando che anche questi imbranati hanno diritto al divertimento, annoto che, quando t’arrivano addosso facendoti cadere o semplicemente facendoti perdere il ritmo, il loro diritto alla felicità ballerina (nel senso di vacillante) non ha più… diritto alcuno.
Essendo il numero di coloro che scendono in pista esclusivamente per fare casino superiore agli altri, ecco perché su facebook la maggioranza degli interventi è alquanto scombinata. E dico poco.

IN MANO ALLE LOBBY
Sono stato bannato due volte da facebook. La gente scriveva: ma chi ti credi di essere?; fai il maestrino che mi correggi; la grammatica è una convenzione e scrivo come mi pare; Napoleone era gay, lo sanno tutti; gli americani non sono mai sbarcati sulla Luna;… e via scemeggiando.
Come fai a bannare qualcuno? Basta cliccare su un tasto e vieni cancellato per contenuti osceni e offensivi. Scrissi per sapere quali fossero state le mie oscenità e gli americani mi risposero che non entravano nel merito: era la quantità dei clic a decidere.
In una lobby (quella delle femministe, mettiamo) s’innesta il passaparola, le invasate cliccano a gogò e tu sei fregato.
Non so se oggi funzioni lo stesso sistema, ma dal poco che so preferisco frequentare altre piste da ballo.

LE TRAPPOLE GIURIDICHE
Detto ciò, accennerò qualcosa a proposito di leggi, regolamenti, patti etc. Per non annoiare i miei tre lettori, faccio qualche esempio.
Pressappoco seicento anni fa, una giovane donna guerriera fu arsa viva condannata per eresia. Ancora oggi più di qualcuno dà la colpa a quei preti malvagi che condannarono Giovanna d’Arco al rogo. In effetti, quelli furono degli esecutori (dei tipografi, stavo per dire); a decidere furono gli inglesi che temevano il nazionalismo della Pulzella d’Orléans.

LONDRA: AL ROGO LA PULZELLA
Il regno d’Inghilterra si stava pappando l’intera Francia (giochi dinastici, trucchi giuridici, occupazioni militari etc.) e il nascente nazionalismo francese stimolato da quella invasata lorenese andava stroncato prima che si radicasse. Di striscio, informo quei pochi che non lo sappiano che il complice degli inglesi, il vescovo che aveva organizzato il processo, venne poi scomunicato dal papa.
Fu deciso il rogo e non la decapitazione perché, negando che Giovanna d’Arco fosse in comunicazione con santi e angeli, ne derivava automaticamente la desacralizzazione dell’unzione di Carlo VII quale re di Francia. La vicenda è complicata, ma il dato è: la condanna fu politica e gli atti processuali coprirono la realtà con mille artifizi.

IL PROIETTILE E IL REFERENDUM
Il burocratese o il giuridichese sono linguaggi che servono a nascondere i dati reali. Lo so, ho dato qualche esame di giurisprudenza, ma gli insegnamenti veri l’ho avuti dalla vita.
Una volta, un militante di destra fu arrestato per possesso di munizioni da guerra. L’avvocato cercò di spiegare in tribunale che un solo proiettile trovato a casa del suo assistito non era un reato dato che il codice parlava di munizioni, al plurale e non al singolare.
Il giudice stabilì che una sola munizione era bastante per la condanna. In tempi nei quali i compagni scrivevano che “uccidere un fascista non è reato” (e molti ancora lo pensano) la condanna era inevitabile.
Per una serie di rapporti che qui sarebbe lungo oltre che inutile descrivere, chiesi al professor Paolo Ungari, persona straordinaria (morì precipitando nel vano dell’ascensore… e qui non dico altro), di scrivere un parere su un referendum che Scanzano, frazione di Montalbano Jonico, aveva indetto per diventare Comune autonomo. Ungari invitò a casa una pattuglia di docenti e costituzionalisti (c’ero anch’io, giusto per prendere appunti) e la conclusione fu che la norma parlava di “popolazioni interessate” per cui al referendum avrebbero dovuto partecipare anche i montalbanesi. Il parere fu ignorato e oggi c’è il Comune di Scanzano Jonico.

SPAGHETTI E LINGUINE
Ci sono situazioni nelle quali il “pelo nell’uovo” fa la differenza e altre nelle quali è soltanto un pelo (Azzecca-garbugli docet).
A volte ci si ride su. Nel film “La strana coppia”, Oscar-Matthau rimprovera Felix-Lemmon perché sta mangiando gli spaghetti sul suo tavolo da poker e Felix ironico replica: «Non sono spaghetti, sono linguine». Oscar reagisce scaraventando il piatto contro il muro e dichiarando serafico: «Ora sono spazzatura».
La scena fa ridere; al cinema. Nella vita quotidiana, c’è parecchia gente che s’attacca ai distinguo per dimostrare di essere fini. In realtà, sono povericristi puniti dalla vita e che valgono meno del telefonino che usano.

TAVOLINI E SGABELLI
Oppure sono bambini. Mio figlio Adolfo, un giorno che la madre gli disse di togliere i piedi dal tavolino, puntualizzò: «È uno sgabello, non un tavolino». Non aveva nemmeno 4 anni e fu divertente. Se un adulto con i piedi sul tavolo reagisse come mio figlio, gli farei molto male. Così imparerebbe che i distinguo a volte fanno ridere, altre volte sono penosi oltre che posticci e in alcuni casi (con un fascista, per esempio) attirano schiaffoni. E, come ripete spesso una persona che conosco, «peccato, se quello mi stava più vicino!».
Giuseppe Spezzaferro

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