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RAPPORTO CENSIS 2015 L’Italia è in un letargo esistenziale Vive giorno per giorno di “resti”

Il Rapporto 2015 del Centro studi investimenti sociali (Censis) dice che oggi in Italia «prevale una dinamica d’opinione messa in moto da quel che avviene giorno per giorno. È la vittoria della pura cronaca, che inietta nella vita quotidiana il virus della sconnessione». È vero. In giro non si sentono più idee ma soltanto opinioni. Con il corollario che chiunque rivendica orgogliosamente il diritto alla propria opinione su qualsivoglia argomento. Vincono, dice il Censis, l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale. Non maturano valori collettivi e una unità di interessi. «A ciò corrisponde – sottolinea il Rapporto – una profonda debolezza antropologica, un letargo esistenziale collettivo, dove i soggetti (individui, famiglie, imprese) restano in un recinto securizzante, ma inerziale. In sintesi, ne deriva una società a bassa consistenza e con scarsa autopropulsione: una sorta di “limbo italico” fatto di mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone».

IL CAFONE NON SA DI ESSERLO
Purtroppo è come al cinema quando il cafone con le dita nel naso e la masticazione rumorosa vede sullo schermo un cafone uguale e strilla a chi gli sta affianco: «Guarda quello come assomiglia a Gigetto!». Come il cafone non si riconosce nel personaggio del film, così la mezza persona non si rende conto di essere in letargo e accusa il governo… i preti… le banche… gli immigrati… e via ruminando. Il burino mastica a bocca aperta, tira su con il naso emettendo suoni belluini, lancia improperi a destra e sinistra, non rispetta niente e nessuno ed è più che sicuro di essere un uomo a tutti gli effetti.
C’è anche, dice il Censis, uno sviluppo fatto di basi storiche, capacità inventiva e processi vincenti.

TRE ELEMENTI DI SVILUPPO
«La società – ricorda il Rapporto – fa il proprio cammino innanzitutto valorizzando la nostra storia di lungo periodo: la “saggezza popolare” che ci ha fatto sempre scegliere bene nei momenti cruciali della nostra evoluzione, il decoroso modello di sviluppo creato a partire dagli anni ’70, una composizione sociale poliedrica (lontana dagli schemi di classe e di ceto)…». Inoltre, «la nostra società è capace di innovare in un continuo susseguirsi di processi e poteri soft (lontano dalla impressività dei poteri hard), gestisce la realtà attraverso un empirismo continuato con capacità di autoregolazione, esprime una forte tensione a una organizzazione socio-politica di tipo poliarchico, ha bisogno di liberare le energie individuali dalle burocrazie e dalle procedure uniformanti. Così, nell’indifferenza del dibattito socio-politico, si va costruendo uno sviluppo fatto di basi storiche, capacità inventiva e naturalezza dei processi oggi vincenti».

START UP E BED&BREAKFAST
Di questo tipo di sviluppo sono testimoni i giovani che vanno a lavorare all’estero o tentano la strada delle start up, le famiglie che accrescono il proprio patrimonio e lo mettono a reddito (con l’enorme incremento, ad esempio, dei bed&breakfast), le imprese che investono in innovazione continuata e green economy, i territori che diventano hub di relazionalità (la Milano dell’Expo come le città e i borghi turistici), la silenziosa integrazione degli stranieri nella nostra quotidianità.

DINAMICA SPONTANEA, RESIDUALE
La società appare ormai poco propensa a esprimersi come soggetto di domanda. Si esprime invece in una dinamica spontanea, che però è considerata residuale: un “resto” rispetto ai grandi temi che occupano la comunicazione di massa. Ma il “resto”, che finora non è entrato nella cronaca e nel dibattito socio-politico, comincia ad affermare una sua autoconsistenza.
Nei movimenti tettonici che ci portano avanti “vince il resto”: quel che non accede al proscenio e alle luci della visibilità. È proprio dal “grande resto” che può cominciare a partire la riappropriazione della nostra identità collettiva.

DE RITA E IL “RESTO”
Ha detto Giuseppe De Rita, presidente del Censis: «Nella nostra storia, il “resto” del mito della grande industria e dei settori avanzati è stata l’economia sommersa e lo sviluppo del lavoro autonomo. Il “resto” del mito dell’organizzazione complessa e del fordismo è stata la piccola impresa e la professionalizzazione molecolare. Il “resto” della lotta di classe nella grande fabbrica è stata la lunga deriva della cetomedizzazione. Il “resto” dell’attenzione all’egemonia della classe dirigente è stata la fungaia dei soggetti intermedi e la cultura dell’accompagnamento. Il “resto” del primato della metropoli è stato il localismo dei distretti e dei borghi. Il “resto” della spensierata stagione del consumismo (del consumo come status e della ricercatezza dei consumi) è la medietà del consumatore sobrio…».

L’Italia dei “resti” è vegeta, ma è sconnessa, non ha progettualità e vive giorno per giorno. Una società fatta di tanti “individui” ciascuno dei quali pensa a sé ha un futuro? Certo che sì; di albergatori, cuochi e accompagnatori turistici.
Giuspe

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