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VATILEAKS 2 Lunedì 7 riapre il processo in Vaticano per la vicenda dei documenti rubati

Lunedì 7 dicembre, alle 9.30, si aprirà l’udienza in Vaticano per appropriazione e divulgazione illecita di documenti riservati. Cinque le persone sotto accusa. La data era stata fissata il 30 novembre scorso quando l’imputata Francesca Immacolata Chaouqui aveva revocato l’incarico all’avvocato Agnese Camilli e scelto come legale di fiducia Laura Sgrò, la quale aveva subito chiesto la concessione dei termini a difesa non inferiori a 5 giorni. Riunito in Camera di consiglio, il Tribunale aveva concesso il termine del 5 dicembre 2015 per il deposito di eventuali atti istruttori e fissato l’udienza del 7.
Non c’è dubbio che si tratti di un processo “anomalo” sotto numerosi aspetti. Innanzitutto, sono imputati anche due giornalisti italiani, cioè due persone sulle quali il Tribunale di Piazza Santa Marta non ha giurisdizione.

MANCA LA ROGATORIA
Non mi risulta che il presidente il conte Giuseppe Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto (un vero esperto in utroque iure tant’è che fu segretario della delegazione governativa italiana per la revisione del Concordato voluta da Bettino Craxi) abbia inoltrato la necessaria rogatoria internazionale. Forse la ragione sta nel potere di veto che hanno il ministro della Giustizia e la Corte d’Appello e sicuramente la rogatoria (a parte i tempi biblici procedurali italiani) sarebbe stata respinta. Entra in ballo, infatti, il diritto d’informazione, ma di questo in seguito.
Altro elemento inusuale è che non tutti gli avvocati sono ammessi nei tribunali dello Stato della Città del Vaticano.

UTROQUE IURE
Non tutti sono preparati in utroque iure, per cui non avendo la sufficiente dimestichezza con le norme ivi vigenti sarebbero dei difensori dannosi per gli imputati. Non c’è chi non sappia che la bravura dell’avvocato è essenziale per la conclusione positiva di qualsiasi processo. In Italia il costo di un difensore è proporzionato alle capacità professionali e alla ricchezza dell’imputato. L’argomento ci porterebbe lontano e mi fermo qui.
Esiste uno speciale albo di avvocati rotali e concistoriali. È talmente difficile farne parte che gli iscritti spiccano parcelle più che salate. Lo sanno quei coniugi che si son fatti annullare il matrimonio dalla Sacra Rota (e non «su tutte le ruote», come millantò Totò in un film con Aldo Fabrizi).

SERVE IL LATINO
Un elemento per niente accessorio è la conoscenza del latino, lingua coufficiale della Santa Sede. Le sentenze sono pubblicate nella lingua di Tertulliano, Sant’Agostino e padri della chiesa vari. Per gli specialisti è “latino ecclesiastico”. Se un avvocato è approdato a Giurisprudenza con un diploma di geometra, potrebbe mai fare il difensore nei saloni di Piazza Santa Marta dove pure le pietre parlano latino?
Non va ignorato, inoltre, che il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano applica le norme previste dall’ordinamento penale basato sul codice Zanardelli, che fu in vigore in Italia fino al 1930 quando fu sostituito dal codice Rocco.

IL CODICE FASCISTA
Annoto che, alla nascita della Repubblica italiana, furono in pochi a chiedere il ripristino del vecchio codice. Nonostante fosse fascista, il codice Rocco fu mantenuto in quanto giudicato più moderno e adeguato ai tempi. Nel corso degli anni, il Parlamento italiano ha modificato, aggiunto, cancellato molte norme. Per esempio, oggi il processo è di tipo accusatorio, mentre prima era inquisitorio. In buona sostanza, l’imputato ha più diritti e l’avvocato della difesa è teoricamente pari alla pubblica accusa. C’è ancora molta strada da fare, cominciando dalla separazione della carriera dei magistrati inquirenti da quella dei giudicanti, però siamo nella giusta direzione.

ANCHE IN VATICANO CI SI ADEGUA
Anche in Vaticano, il codice ha avuto aggiornamenti (abolizione della pena di morte, “nuovi” reati come il riciclaggio o il traffico di droga etc.) ma ne sappiamo poco, quasi quanto dei codici vigenti in Francia o a San Marino. E tutti c’illudiamo di conoscere i procedimenti giudiziari americani perché ne abbiamo visti a migliaia al cinema e in tv, fin dai tempi dei telefilm che avevano come protagonista l’avvocato Perry Mason (spalleggiato da un investigatore privato, cosa che in Italia ancora ha da venire).
Anche gli addetti ai lavori non ne sanno molto, per cui, ripeto, sono pochi gli avvocati italiani capaci di muoversi fra le maglie dell’ordinamento vaticano. Detto di straforo: l’Europa sarà più vera quando gli europei dovranno rispettare le stesse norme civili e penali. Anche qui ci sarebbe molto da dire, ma andrei fuori tema.

DIRITTO D’INFORMAZIONE
Abbiamo acclarato due fatti: 1) in Vaticano vige il codice Zanardelli aggiustato qua e là; 2) pochi conoscono norme e riti della giustizia vaticana.
Ciò posto cominciamo dalla fine e cioè da ciò che anche per me ha più valore: la libertà d’informazione.
Il giornalista ha il dovere di informare e il cittadino ha il diritto di sapere. C’è qualche “se” e qualche “ma”, che dipendono dal cronista, il quale può osservare o meno il codice deontologico professionale per cui (sintetizzo per comodità di esposizione) non si pubblica la foto di un bambino né se ne dice il nome tranne che in alcuni casi (rapimento etc.); mai dare una notizia senza verificarne la fonte e via così.
Come cronisti, abbiamo molti diritti, ma anche molti doveri. Ciascuno verifica da sé stesso la capacità di rispondere ad alcuni quesiti.

INTERROGATIVI RICORRENTI
Ecco qualcuno degli interrogativi diventati ricorrenti negli anni berlusconiani: mentre è in corso un processo, il giornalista può pubblicare intercettazioni telefoniche non rilevanti penalmente ma di indubbio impatto perché pruriginose o addirittura pornografiche? per la pubblicazione di atti coperti da segreto istruttorio, il giornalista va premiato per aver saputo agganciare un magistrato, un cancelliere, un usciere, oppure va punito?
Le polemiche in merito vengono da lontano e ci portano ancora più lontano. Sarebbe bello se tutto fosse così chiaro come ha spiegato il Papa sull’aereo di ritorno dall’Africa. Riporto le parole così come le ha trasmesse Radio vaticana.

COSA NE PENSA IL PAPA
«…la stampa professionale – ha scandito papa Francesco – deve dire tutto, senza cadere nei tre peccati più comuni: la disinformazione – dire la metà e non dire l’altra metà -, la calunnia – la stampa non professionale, quando non c’è professionalità, sporca l’altro con verità o senza verità – e la diffamazione, che è dire cose che tolgono la fama di una persona con cose che in questo momento non fanno male a niente, forse cose del passato … E questi sono i tre difetti che attentano alla professionalità della stampa. Ma abbiamo bisogno di professionalità, il giusto: la cosa è così, la cosa è così, la cosa è così. E sulla corruzione, vedere bene i dati e dirli, sì: c’è corruzione qui, per questo, per questo, per questo … Poi, un giornalista che sia un professionista vero, se sbaglia chiede scusa: eh, credevo, ma poi mi sono accorto di no; e così le cose vanno benissimo. Eh, è molto importante!».

DOVE SONO I CONFINI
Chi non condivide le parole di papa Bergoglio? Nella realtà quotidiana, però, i confini tra libertà d’informazione e calunnia, tra dovere di informare e crociata politica, tra corruzione provata e voci di corridoio, chi li traccia? Sono i processi e le sentenze a stabilire se c’è stata, per esempio, informazione o disinformazione. Ricordo alcuni processi impiantati per stabilire se quel mafioso potesse essere definito tale anche in assenza di sentenza definitiva.
La verità vera è che i confini della libertà d’informazione non sono affatto netti e mutano in rapporto al clima politico, al magistrato, all’impegno mediatico pro o contro qualcuno e, soprattutto, dipendono dall’imputato. Un giornalista su una corazzata della flotta De Benedetti ha più probabilità di essere assolto di un navigante su un vascello di centrodestra. Basta scorrere l’elenco delle sentenze per rendersene conto. Non credo che abbiano ragione coloro i quali sostengono che i giornalisti di sinistra siano più bravi. In alcuni casi è vero il contrario e resto convinto che la giustizia è come il timone, va dove la si gira, come aveva sentenziato Lao Tze più di duemilacinquecento anni fa.

DAL PRIMO VATILEAKS AL SECONDO
Entriamo adesso nello specifico del cosiddetto “Vatileaks 2”, con un necessario accenno al primo “Vatileaks”. Intanto, ricordo che questo appellativo l’ha usato il direttore della sala stampa della Santa Sede padre Federico Lombardi – Vati(cano) e l’inglese leaks, in italiano “fuga di notizie”-. Annoto che la Santa Sede è l’ente, diciamo così, che esercita la sovranità sullo Stato della Città del Vaticano. E mi fermo qui, sennò facciamo notte.
Tre anni fa (24 maggio 2012) la Gendarmeria vaticana (esattamente Corpo della gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano, polizia che oltre ai normali compiti di vigilanza e pubblica sicurezza svolge funzioni di intelligence) fermò un uomo in possesso di carteggi riservati del Papa.

IL MAGGIORDOMO DEL PAPA
Era Paolo Gabriele, aiutante di camera di Sua Santità, arrestato con l’accusa di furto aggravato. Il processo a Gabriele durò 4 udienze dal 29 settembre al 6 ottobre (le date non le so a memoria, le copio dai documenti ufficiali) con la condanna a tre anni di reclusione. Il maggiordomo del Papa restò nel carcere vaticano fino al 22 dicembre, quando Benedetto XVI andò a fargli visita e lo perdonò. C’era anche un altro imputato, ma in sostanza questo è stato il primo “Vatileaks”.

GLI ARRESTI DI NOVEMBRE
Adesso c’è il Vatileaks 2, che comincia lo scorso mese di novembre con l’arresto, il giorno 2, del segretario della Prefettura degli affari economici della Santa Sede monsignor Lucio Angel Vallejo Balda (spagnolo, 54 anni) accusato di aver divulgato documenti segreti. Stessa accusa per la già citata Chaouqui, una lobbista nata a San Sosti, Comune di circa duemila abitanti ad una settantina di chilometri da Cosenza. Di madre italiana e padre egiziano, titolare della società di pubbliche relazioni View Point Strategy, era stata inserita da papa Bergoglio nella Commissione referente sulle attività economiche della Santa Sede.

IL PENTIMENTO DI FRANCESCO
A proposito dei due, papa Francesco ha dichiarato: «Io credo che sia stato fatto un errore. Mons. Vallejo Balda è entrato per la carica che aveva e che ha avuta fino adesso. Lui era segretario della Prefettura degli Affari economici: lui è entrato. E poi, come è entrata lei, non sono sicuro ma credo di non sbagliare se dico – ma non sono sicuro – che sia stato lui a presentarla come una donna che conosceva il mondo dei rapporti commerciali».

LE ACCUSE AI GIORNALISTI
In relazione ai capi d’accusa addebitati ai giornalisti italiani, c’è una dichiarazione del Promotore aggiunto, prof. avv. Roberto Zannotti, il quale ha precisato che «non si contesta la pubblicazione di notizie o la diffamazione, ma il modo in cui sono stati acquisiti i documenti».
«Non si intende conculcare la libertà di stampa», ha aggiunto Zannotti, gli imputati sono chiamati «a rispondere della condotta dell’attività svolta per ottenere le notizie e i documenti pubblicati…».
Due parole su una “figura” che non esiste nell’ordinamento italiano.

IL PROMOTORE DI GIUSTIZIA
Nella Città leonina e nelle aree che godono della extraterritorialità, l’azione giudiziaria è condotta dal Promotore di giustizia, che per alcuni tratti assomiglia al Pubblico ministero italiano ma che, per altri aspetti, è più potente: può, infatti, decidere da solo e in piena autonomia il rinvio a giudizio di accusati di reati non particolarmente gravi.
Il Promotore esercita l’azione penale assistito dagli investigatori della Gendarmeria poi convoca l’imputato e – in un’udienza a porte chiuse e nel silenzio del difensore – gli contesta i capi d’accusa. In qualunque momento, l’imputato può consultarsi con l’avvocato e può rifiutarsi di rispondere.

PUBBLICO DIBATTIMENTO
L’istruttoria va avanti con il giudice istruttore e con il difensore che ha stavolta facoltà di intervenire.
Le fasi preprocessuali non sono pubbliche. Il dibattimento, invece, è a porte aperte. I gradi di giudizio sono tre: giudice unico o tribunale (secondo il reato) in prima istanza, Corte d’Appello e Corte di Cassazione, come in Italia.
La custodia cautelare (ci sono due celle nel Palazzo della Gendarmeria) non può andare oltre i 50 giorni (tranne che in casi di assoluta gravità); la carcerazione lunga viene affidata allo Stato italiano secondo le norme concordatarie.
A ricoprire l’incarico di Promotore di giustizia è l’avvocato nonché docente di Diritto canonico ed ecclesiastico Gian Piero Milano, nominato due anni fa da Papa Bergoglio.

IL COMUNICATO UFFICIALE
Chiudo incollando il comunicato ufficiale del 24 novembre scorso dal titolo “Prima udienza del processo per la divulgazione di notizie e documenti riservati”

«Questa mattina, alle ore 10.30, presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, ha avuto luogo la prima udienza del processo penale a carico di Mons. Angel Lucio Vallejo Balda, Francesca Immacolata Chaouqui, Nicola Maio, Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi, imputati di reati connessi con la divulgazione di notizie e documenti riservati.
Gli imputati erano tutti presenti, accompagnati dai rispettivi avvocati: Emanuela Bellardini per Mons Vallejo Balda, d’ufficio; Agnese Camilli per Francesca I. Chaouqui, d’ufficio; Rita Claudia Baffioni per Nicola Maio, d’ufficio; Lucia Musso per Emiliano Fittipaldi, di fiducia; Roberto Palombi, per Gianluigi Nuzzi, di fiducia.
Non era invece presente il rappresentante della parte lesa, cioè la Santa Sede.
Il Collegio giudicante era costituito dal Prof. Giuseppe Dalla Torre, in qualità di Presidente, e dai Prof. Avv. Piero Antonio Bonnet, Giudice, Prof. Avv. Paolo Papanti-Pelletier, Giudice, e Prof. Avv. Venerando Marano, Giudice supplente.
L’Ufficio del Promotore di giustizia era rappresentato dal Promotore, Prof. Avv. Gian Piero Milano, e dal Promotore aggiunto, prof. Avv. Roberto Zannotti.
Dopo la lettura dei capi di imputazione da parte del Cancelliere, il Presidente ha comunicato di aver trasmesso al Presidente della Corte d’Appello la richiesta della nomina di due ulteriori avvocati di fiducia da parte di Nuzzi e di Mons. Vallejo Balda, per la eventuale autorizzazione.
Sono quindi state ascoltate due eccezioni preliminari, da parte dell’avv. Bellardini sui tempi per la presentazione delle prove a difesa, e – dopo una dichiarazione di Emiliano Fittipaldi – da parte dell’avv. Musso sulla nullità della citazione in giudizio dello stesso Fittipaldi per mancanza di precisione sui fatti contestati.
Il Promotore di Giustizia, nella persona del prof Zannotti, ha risposto alla seconda eccezione, argomentando che non si intende conculcare la libertà di stampa, ma che l’imputato è chiamato a rispondere della condotta dell’attività svolta per ottenere le notizie e i documenti pubblicati, e che ciò era indicato nel capo di imputazione.
Il Collegio giudicante, dopo una riunione in camera di Consiglio durata circa tre quarti d’ora, ha respinto le due eccezioni presentate e ha indetto per il lunedì 30 novembre alle ore 9.30 la prossima udienza, in cui cominceranno gli interrogatori degli imputati, a cominciare da Mons. Vallejo Balda per seguire con la Signora Chaouqui, e successivamente con gli altri imputati. Si prevedono diverse udienze nel corso di quella settimana.
L’udienza si è chiusa prima delle 12
».

Ultima nota: il Papa avrebbe voluto la fine entro l’8 dicembre ma «non credo si potrà fare», ha detto, aggiungendo che è importante che gli avvocati abbiano tempo di organizzare bene le difese.
Giuseppe Spezzaferro

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