Prima / FOCUS / Geopolitica / KAMIKAZE A PARIGI Il Daish (Isis) rivendica gli attacchi suicidi Il presidente iraniano non va più dal Papa

KAMIKAZE A PARIGI Il Daish (Isis) rivendica gli attacchi suicidi Il presidente iraniano non va più dal Papa

Non ci hanno ancora detto chi fossero gli uomini che a Parigi hanno ucciso e si sono fatti saltare in aria insanguinando strade, teatri e ristoranti. L’esperienza ci porta a credere che non fossero clandestini arrivati in Francia con il compito di uccidere nel nome di Allah. È più probabile che fossero immigrati di lunga data o addirittura che fossero nati a Parigi. Le continue rivolte nelle periferie (banlieue) parigine vedono protagonisti giovani della seconda generazione di immigrati dalle ex colonie francesi. Le tensioni si accumulano e, quando scoppiano, pare che colgano sempre di sorpresa. Sono molte le città della Francia che debbono registrare sommosse nei sobborghi. Anche gli scontri del maggio scorso a Bobigny, un comune della banlieue Nordest di Parigi, erano prevedibili dopo l’assoluzione dei poliziotti processati per la morte nel 2005 di due ragazzini. Forse tra i manifestanti c’è anche qualche “professionista”, ma le esplosioni di violenza sono state finora legate a tensioni sociali e/o a brutali repressioni.

1.600 MILIONI DI MUSULMSANI SONO TRANQUILLI
La Francia non è l’Algeria, dove la maggioranza araba voleva l’indipendenza dalla minoranza francese. Nel 1957, Algeri fu squassata dalle bombe (nel mese di novembre la media fu di 6 attentati al giorno) piazzate nei bar, nei ristoranti, nei cinema. Non c’erano kamikaze. Nessuno si faceva saltare in aria gridando Allah akbar (Dio è il più grande) perché la parola d’ordine era Istiqlal (Indipendenza). L’Islam come teologia della liberazione è roba recente e, tra l’altro, diffusa in circoli ristretti. In generale i 1.600 milioni di musulmani nel mondo stanno bene come stanno, guardano la tv e desiderano le comodità della società opulenta.

TROPPI GHETTI IN EUROPA
Se in Francia a sparare sulla gente sono “arabi” con carta d’identità francese (come succede in Gran Bretagna con gli arabo-inglesi), c’è poco da fare negli aeroporti, nei porti e nelle stazioni ferroviarie e invece ce n’è molto nelle banlieue, nelle scuole e nelle università.
Sono compiti per l’intelligence e non per il poliziotto alla frontiera. Il fatto è che a Parigi, come a Londra, la ghettizzazione degli “stranieri” è cosa normale.

A ROMA NON C’È NEMMENO CHINATOWN
A Roma, nemmeno i cinesi sono riusciti a farsi il loro quartiere esclusivo. Nella cosiddetta Chinatown di Piazza Vittorio, vivono pakistani, somali, bengalesi, indiani, nigeriani e perfino romani. Non ci sono ghetti. Ci sono quartieri più degradati, dove la povertà è più diffusa, così come ci sono immigrati che campano di espedienti o di scippi e spaccio, ma nemmeno le manifestazioni contro i campi rom sono paragonabili alle rivolte nelle banlieue.

RIVENDICAZIONI SENZA SANGUE
In breve: un esaltato disposto a morire per Allah è più facile trovarlo in un ghetto londinese che al tiburtino terzo. Non è che in Italia manchino le guardie pronte a manganellare o l’incazzato che s’è visto rubare il lavoro da un filippino oppure il fessacchiottone deciso a “farla finita con gli immigrati”. Il fatto puro e semplice è che gli extracomunitari, così come i polacchi e i rumeni, in Italia stanno bene e non hanno nulla da rivendicare nel nome di Allah o di Buddha o di Shiva.
Se in Italia ci sarà qualche attentato non sarà di certo fatto in casa. Il pericolo per noi è oltreconfine, perciò dobbiamo risolvere a tamburo battente la questione libica, collaborare con Mosca per il problema siriano e prendere le dovute distanze dalle crociate made in Usa.

SANGUE CHIAMA SANGUE
Allah a parte, c’è anche la vendetta all’origine di molti attentati. Sangue chiama sangue. Lo si vede nella guerra di Israele contro i Palestinesi. L’uccisione di un ragazzo scatena la reazione del fratello e poi quella del cugino e via di seguito. Un paio di giorni fa, un drone americano ha distrutto un’auto a Raqqa, in Siria. Pare che a bordo ci fosse Mohammed Emwazi, un londinese di origine kuwaitiana diventato famoso per essersi fatto filmare mentre decapitava giornalisti. E se le “forze speciali” di Fort Bragg (North Carolina) non avessero colpito il boia britannico, ma qualche parente dei kamikaze di Parigi?

LE MINACCE CONTRO ROMA
Il Daish (Al-Dawlah Al-Islamiyah fe Al-Iraq wa Al-Sham) più conosciuto come Isis o Stato Islamico ha rivendicato le uccisioni nella capitale francese ed ha minacciato che colpirà anche Roma, Londra e Washington. Nel mirino ci sono anche le nazioni (Spagna e Portogallo) che secoli fa ospitarono califfati arabi e, per questo, l’Europa tutta è in stato di massima allerta.

IL PRESIDENTE DELL’IRAN ANNULLA LA VISITA AL PAPA
Dal canto suo il Viminale fa sapere che ha innalzato il livello dei controlli in Italia. Ma la cosa non ha affatto rassicurato il presidente iraniano Hassan Rohani, il quale s’è affrettato ad annullare le previste visite a Roma e in Vaticano. Anche il Papa è preoccupato: l’8 dicembre, infatti, comincerà il suo Giubileo della Misericordia.

LA SOLUZIONE È POLITICA
Sul piano militare in una settimana al massimo l’Isis potrebbe essere distrutto. Non è difficile tagliare una testa operativa (poi ne comparirà un’altra, ma questo è inevitabile), è che il nodo cruciale non lo si scioglie con i droni. Le continue ingerenze negli affari interni degli “arabi” (la distruzione dell’Iraq, la polverizzazione della Libia, la guerra alla Siria…) fanno incazzare molti ed è facile che spunti qualche “fanatico” votato alla vendetta e alla morte. Su questo, tocca riflettere.
Giuseppe Spezzaferro

Vedi anche

A Gerusalemme il matrimonio dell’orrore In Cisgiordania i soldati israeliani uccidono

Non sempre le semplificazioni aiutano a comprendere. Prendiamo il video di una festa di nozze …

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close