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Expo, due arabe, una borsa e i magici cartoncini tedeschi

Due donne mi si avvicinano al tavolo. La più giovane mi chiede se può lasciare la borsa mentre vanno a scegliersi qualcosa da bere. L’accento francese e il colore della pelle mi dicono che sono algerine o anche tunisine. Sono due arabe che mi affidano una borsa. Le seguo con gli occhi. Sono uno dei pochi convinti che in Italia non ci saranno attentati. I fattori “immunizzanti” sono parecchi: siamo un Paese di passaggio, le guardie non perseguitano i vucumprà e nemmeno i piccoli spacciatori (e ciò in cambio di “soffiate”), i controllori-ospitanti non accelerano le pratiche di identificazione (così prendono più soldi), i pubblici amministratori fanno tutto il possibile per dare assistenza (soldi, case, scuole, ospedali…) ai disperati che arrivano dalle terre che un tempo furono culle di civiltà incredibili, la gente non è razzista e se qualche volta reagisce male è perché ha paura (due negri ubriachi che ti vengono addosso non li auguro a nessuno), c’è l’intelligence (nonostante gli sfasci e gli incompetenti imposti contro i cosiddetti “servizi deviati”) e ci sono migliaia di “sensori” sul territorio (baristi, trattori, albergatori, guardie in borghese sui treni…) pronti a telefonare al brigadiere per segnalare i sospetti.

CHAMPAGNE
Insomma, l’Italia è un’area blindata anche se non si nota come in Inghilterra, per esempio.
Controllo che le due arabe non escano dal locale. Le vedo prendere una bottiglia di champagne e mi rimetto a mangiare tranquillo. Si siedono e mi invitano a bere con loro. Non capisco cosa stiano festeggiando e la più anziana (sulla settantina mentre l’altra, che scopro essere la figlia, ne compie cinquanta proprio quel giorno) mi fa l’occhiolino aprendo e chiudendo cinque volte le mani. Accetto e faccio gli auguri. Sono stanchissime. Hanno camminato tutto il giorno anche se la gran parte del tempo l’hanno passato in fila. Al padiglione del Giappone sono state cinque ore in coda, mi dicono entusiaste.

IL BADGE PASSEPARTOUT
Il badge che porto al collo mi dà dei privilegi ma non c’è una regola valida per tutti i Paesi. Funziona da passepartout soltanto con il consenso di chi gestisce le file. Meglio prenotare all’ufficio stampa le visite che il cronista intende fare, altrimenti tocca di volta in volta parlare con qualche responsabile (tutti hanno un fluente inglese ed uno scarso italiano) e farsi accompagnare oltre la fila.

ORGANIZZAZIONE MADE IN GERMANY
La Germania, per esempio, ha un infopoint dove ti registri e accedi ad una saletta con una trentina di posti. Ti metti comodo e aspetti che arrivi una gentilissima hostess poliglotta incaricata di accompagnare gli ospiti all’interno del padiglione. I tempi d’attesa sono in media di un quarto d’ora, chi è in fila fuori aspetta circa tre ore per poter entrare.

UN MONITOR PIEGHEVOLE
Dopo un breve benvenuto dato in più lingue, ti viene consegnato un cartoncino di circa 20 cm per 20 piegato in due, con cinque piccoli “nei” lucidi di carta stagnola (almeno all’apparenza) posizionati lungo tre lati. La spiegazione di come usarlo dura pochi secondi. È semplicissimo: basta aprirlo, volgerlo verso un tema di interesse (coltivazioni, mappe agricole mondiali, programmi di sviluppo, produzioni biologiche etc. etc.) e guardarsi il filmato che comincia a scorrere sul verso bianco del cartoncino trasformatosi in un monitor portatile.

FRUIZIONE AUTONOMA
Un miracolo della tecnologia tedesca? È semplicemente uno strumento che evita di doversi sorbire (come in altri padiglioni) interi filmati a loop per riuscire a vedere ciò che interessa. Nel pavillon teutonico, ciascuno sceglie in piena autonomia cosa vedere e quanto vederne. Basta ripiegare il “magico” cartoncino e andarsi a cercare qualcos’altro.

IL MESSAGGIO VATICANO
È raro che un visitatore segua un loop fino alla fine, ma nel padiglione della Santa Sede tutti si guardano il filmato di Papa Francesco. Le foto alle pareti, dove minacciose torrette di carri armati israeliani campeggiano tra volti sofferenti, lanciano un preciso messaggio. La Chiesa non ti dà magici pieghevoli: il messaggio deve essere lo stesso per tutti, senza granché di autonomia.
Giuseppe Spezzaferro

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