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Ora nel mirino c’è Matteo Renzi La corruzione è parte del potere I processi sono strumenti di lotta

Qualche tempo fa (per la precisione nel 70 a.C.) Marco Tullio Cicerone diventò famosissimo processando per concussione un governatore della Sicilia di nome Gaio Licinio Verre. La cosa finì con l’esilio volontario (a Marsiglia) del ladrone, ma non mise fine alla corruzione. Avrei potuto citare mille altri casi del genere (e non soltanto nell’Antica Roma) e se ho scelto Verre è perché quel malandrino aveva “istituzionalizzato” un percorso seguito tutt’oggi dalla cosiddetta classe politica (salvo miracolose eccezioni).
Il governatore siciliano di duemila e passa anni fa dichiarò pubblicamente che erano necessari tre anni per fare un lavoro come si deve: il primo anno doveva essere impiegato per arricchirsi il più possibile, nel secondo toccava stornare fondi sufficienti per pagare i migliori avvocati e il terzo anno andava dedicato a giudici, giurati e testimoni distribuendo bustarelle a tutto spiano in modo da comprarsi l’assoluzione.

LA SFORTUNA DEL GOVERNATORE SICILIANO
Verre fu sfortunato perché incontrò un Cicerone con una voglia di sfondare talmente grossa che non c’era somma sufficiente a fermarlo.
Il poeta veronese Catullo (che tutti ricordano per il travagliato amore per Clodia, la perfida donna che nei versi diventò Lesbia) raccontò che, al rientro a Roma da un incarico svolto non ricordo più in quale Provincia dell’Impero, un amico gli aveva chiesto quanti soldi avesse incassato. Era normale fare quattrini sulla pelle dei provinciali. Oggi è più o meno lo stesso: lo Stato spreme i cittadini a reddito fisso, perché sono i più facili da colpire e non hanno “relazioni in alto loco”.

PROCESSI-TRAMPOLINO
Allora come oggi, gli accusatori erano solitamente ambiziosi in cerca di fama che usavano il processo come trampolino per la carriera politica. Guardate quanti magistrati fanno i deputati, i senatori, gli assessori etc. e anche qui non è cambiato granché.
La corruzione è parte del potere. In alcuni momenti, penso a Bisanzio, ne costituisce la “dote” principale. Ciò non dove fermare la caccia al corruttore, beninteso!, ma serve per capire come mai, per esempio, i magistrati inquisirono democristiani e socialisti e non i comunisti. Non dico che Dc e Psi non fossero attraversati in lungo e in largo da tangenti, bustarelle, appalti truccati, finanziamenti illeciti e via delinquendo; faccio semplicemente notare che il Pci (finanziato, fra l’altro, anche dall’Urss, potenza nemica, particolare non di poco conto) fu sfiorato senza conseguenze di rilievo.

CHI TOCCA I GIUDICI…
In questi giorni, spuntano inchieste giudiziarie, documenti istruttori e arresti che a me paiono avere un solo obiettivo. Fateci caso: il presidente del Consiglio Matteo Renzi parte con una campagna di rottamazione nel comparto giustizia (il tetto agli stipendi dei magistrati superpagati, il disegno di separazione delle carriere, le punture di spillo eccetera ecceterone) e scoppiano casi che coinvolgono la sua famiglia, i suoi amici, i suoi fedelissimi ed ora lui personalmente. Coincidenza? Uno sguardo alla Storia è sufficiente a dimostrare che la lotta per il potere non offre spazio alle coincidenze.

ALLA CORTE DEI BORBONI
Faccio un salto e vado a Napoli. Alla corte dei Borboni.

Ferdinando II
Il 4 di ottobre del 1832, Ferdinando II (padre dello sfortunato Franceschiello, ultimo Re delle Due Sicilie) emise un decreto anticorruzione (che qui riproduco) che all’articolo 1 recitava: «È espressamente vietato ad ogni impiegato di qualunque ramo delle nostre regie Amministrazioni di accettare sotto qualsivoglia pretesto la minima retribuzione da’ particolari, sia per disbrigo di affari, sia per maneggi diretti ad ottenere impieghi o promozioni, sia per tutt’altro di tal natura».

RE BOMBA CONTRO LE BUSTARELLE
Ferdinando II (“Re Bomba”, per la pubblicistica risorgimentale) risanò le dissestate finanze del Regno, diede inizio al processo di industrializzazione senza indebitarsi con le banche e tenne basse le tasse. Alla crescita del Regno, forse contribuì anche la campagna contro le bustarelle.
Sempre nella Storia, dagli Assiri in poi, e a tutte le latitudini e longitudini, i cacicchi, cioè i burocrati, i funzionari pubblici, coloro che esercitano a proprio vantaggio il potere in àmbito locale e nazionale, sono il vero nemico del risanamento e della crescita.

IL POTERE DEI CACICCHI
Il cacicco non vuole cambiamenti. Sta bene come sta. Coltiva l’orto pubblico a fini personali e forma consorterie, combriccole, congreghe, lobby, cricche più o meno lecite per difendersi dai politicanti.
È noto il detto “I ministri passano, i funzionari restano”. È arcinoto che è inutile cambiare i vertici se non si azzerano i direttori generali.
La burocrazia in Italia viene da lontano, da prima che il Paese fosse unito dai sovrani piemontesi e perciò è impastata di mille incrostazioni che la proteggono come una corazza.
Ricondurre all’ordine (come da Costituzione) la magistratura darebbe un sostanzioso e fecondo segnale.
Consiglio: le manette incombono ed è meglio affrettarsi.
Giuseppe Spezzaferro

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