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La Volkswagen fra indiani e cinesi mentre il Corsera dà la colpa a Hitler

Una delle “voci” che giravano all’università all’epoca delle okkupazioni (Sessantotto e dintorni) riguardava la potentissima Volkswagen. Più o meno si vociferava che quell’azienda finanziasse gruppi “rivoluzionari” (con “Potere Operaio” in testa) per creare difficoltà alla Fiat. Non sono mai riuscito ad appurare la cosa, ma ci ho ripensato – guarda le giravolte della memoria – a proposito del cataclisma che ha colpito la casa automobilistica tedesca. Siamo appena agli inizi. L’International council on clean transportation (che sul sito si autodefinisce “nonprofit organization”) ha preso di mira tutta l’industria automobilistica germanica.

AUDI, BMW, MERCEDES...
Sotto accusa finiranno anche l’Audi, la Bmw e la Mercedes-Benz. I soldi che le aziende “incriminate” o in via di incriminazione stanno perdendo in Borsa sono tantissimi, ma molti di più se ne perderanno sui mercati (soprattutto su quello statunitense dove l’effetto gregge è più forte che altrove). L’alt alla “invasione” tedesca durerà parecchio.
La Volkswagen ha sacrificato l’amministratore delegato (Martin Winterkorn, subito rimpiazzato dall’ad della Porsche Matthias Mueller) e, per affrontare l’emergenza, ha stanziato una cifra record (50,2 miliardi di euro! un’enormità se paragonata alla manovra finanziaria del governo Renzi che è di 36 miliardi): soltanto la multa prevista in America potrebbe essere di 18 miliardi di dollari, cioè poco più di 16 miliardi di euro.

LA LOCOMOTIVA TEDESCA IN SALITA
Dinanzi alla locomotiva tedesca che, nonostante il costo delle sanzioni imposte dagli Usa contro la Russia, s’era rimessa a correre, si erge ora una brutta salita. La Germania rallenterà e questo si rifletterà sull’intera Europa (dovranno essere riviste al ribasso anche le previsioni del Pil italiano).
Chi inquina deve pagare, non c’è dubbio. La religione dell’ambiente va rispettata, ma, come tutte le religioni, può prestare il fianco ad eccessi e strumentalizzazioni. Pensate a quante “streghe” furono bruciate perché a qualcuno interessava mettere le mani su un pezzo di terra.

INTERESSI COPERTI
Ci sono due elementi che fanno pensare ad una strategia elaborata a tavolino. Con relativi interessi “coperti”.
Se diamo uno sguardo all’interno dell’International council on clean transportation, vediamo che tra i “soci” ci sono (l’elenco pubblicato dal sito risale al 2013) parecchie organizzazioni indiane e cinesi e che il rappresentante dell’Uba (Umwelt bundesamt, l’agenzia tedesca per la protezione dell’ambiente) è andato in pensione.
Non insinuo alcunché, ma per un eventuale approfondimento rimando al sito dell’Icct.

LA “TRUFFA” DEL CANCELLIERE
L’altro elemento è la “sparata” del “Corriere della Sera” sulla “truffa” della Volkswagen ordita nientemeno che dal Cancelliere Adolf Hitler. Fabrizio Dragosei ha scritto che i tedeschi pagarono un anticipo per avere un “maggiolino” che invece non fu loro mai consegnato. E perché? Spiega il lucido e non coinvolto giornalista: «Con il 1939 e l’invasione della Polonia, i programmi della fabbrica cambiarono. Si iniziarono a produrre (in buona parte grazie al lavoro degli schiavi prelevati dai campi di concentramento) le Kübelwagen, vetturette militari che la Wehrmacht usò su tutti i fronti».

KUBELWAGEN INVECE DI MAGGIOLINI
Quale sarebbe la truffa? Che invece di “maggiolini” sul fronte polacco arrivarono le camionette mastello (le Kübelwagen)? Forse la denuncia della “truffa” sarebbe stata più credibile se Dragosei avesse anche scritto che l’automobile per il popolo fu anche disegnata, oltre che voluta, da Hitler e che la fabbrica chiamata, appunto, Volkswagen nacque nel 1937 ed ebbe il tempo di produrre migliaia di maggiolini (e non un unico esemplare come falsamente ha scritto il Corsera) prima di essere convertita per l’industria bellica.

La demonizzazione della Volkswagen s’accompagna all’attacco ecologista. Hai visto mai che c’entra anche la Fiat (pardon la Fca) di Sergio Marchionne? L’italo-canadese più amato dagli americani (e un po’ meno dagli operai in Italia) ha oggi una qualche speranzella di poter riconquistare una fettina del mercato europeo dell’auto.
Giuseppe Spezzaferro

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