Prima / ATTUALITÀ / Economia / Cgia: vengono dal Lussemburgo a fare shopping di made in Italy

Cgia: vengono dal Lussemburgo a fare shopping di made in Italy

ANCHE QUESTO PEZZO, COME QUELLO DELL’ENI IN EGITTO, ERA SPARITO. LO RIPUBBLICO.

Le banche preferiscono campare di rendita lucrando sui titoli di Stato. Non tirano fuori un solo euro per investimenti e aspettano che altri soggetti – la Bce, l’Ue, il governo… – trovino (e paghino) un rimedio alla crisi. Intanto, l’Italia è un supermercato in fallimento: vende tutto sottocosto. Elaborando i dati dell’Unctad (United nations conference on trade and development), l’ufficio studi della Cgia (Associazione artigiani piccole imprese Mestre) ha calcolato che nel 2014 gli Ide (Investimenti diretti esteri) hanno superato i 281 miliardi di euro, crescendo così di 9 miliardi e mezzo rispetto al 2013.

C’è poco da stare allegri. «La situazione dello stock degli Ide in percentuale al Pil italiano – dicono gli analisti Cgia – rimane allarmante. Con un misero 17,4%, anche nel 2014, così come è avvenuto dall’inizio della crisi, ci troviamo in coda alla graduatoria europea. Solo la Grecia registra una situazione peggiore della nostra (8,5%)». Arrivano pochi soldi e per di più sono per facili shopping e non per nuovi investimenti.
Quei miliardi in più sono arrivati in gran parte dal Lussemburgo (39% del totale), dalla Francia (20,8%) e dal Belgio (12,4%). I compratori con sede nel Granducato (rimasto unico al mondo) non sono affatto lussemburghesi. Sono agguerrite multinazionali che vengono da lì perché beneficiano della fiscalità di vantaggio (il Lussemburgo è un paradiso fiscale al centro dell’Europa). I nomi sono noti, basta dare un rapido sguardo all’elenco delle aziende italiane passate di mano.

Spiega Paolo Zabeo (Cgia) che l’aumento del flusso Ide «è stato conseguito in massima parte grazie all’acquisizione, da parte dei grandi gruppi finanziari stranieri, di pezzi importanti del nostro made in Italy. Nel settore della moda, dei servizi, delle comunicazioni e dei trasporti, molti marchi storici sono finiti sotto il controllo degli investitori stranieri».
Poi avverte: «Se queste acquisizioni non daranno luogo a una fuga all’estero delle attività progettuali e produttive di questi nostri brand, tutto ciò va salutato positivamente».

Purtroppo di fughe all’estero ce ne sono di continuo e la spiegazione è semplice: il capitale cerca remunerazione e va dove sia maggiore. I soldi non hanno patria, né rispettano confini. Per di più, tutto in Italia scoraggia gli investitori (e favorisce gli speculatori). Zabeo sfoglia rapidamente il cahier de doleance, la lista degli impedimenti: «L’eccessivo peso delle tasse, le difficoltà legate ad una burocrazia arcaica e farraginosa, la proverbiale lentezza della nostra giustizia civile, lo spaventoso ritardo dei pagamenti nelle transazioni commerciali, il deficit infrastrutturale e il basso livello di sicurezza presente in alcune aree del Paese». Quest’ultimo dato si è purtroppo esteso e al momento nessun luogo d’Italia potrebbe essere definito “sicuro”.
Giuseppe Spezzaferro

Vedi anche

L’attentato di Istanbul e il business della morte

Cosa si può fare per fermare una persona imbottita di tritolo decisa a farsi esplodere? …

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close