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L’Italia deve tornare in Libia: contro i mercanti di carne umana contro il Daish; e per il petrolio

È arrivato il momento di ritornare in Libia. L’inviato speciale dell’Onu, il diplomatico spagnolo Bernardino Leon, sta lavorando per mettere allo stesso tavolo le fazioni libiche e farle parlare con il governo di Tobruk (quello riconosciuto a livello internazionale). L’obiettivo? Un governo di unità nazionale, strumento necessario per affrontare l’emergenza aggravata dall’avanzata del Daish (Al-Dawlah Al-Islamiyah fe Al-Iraq wa Al-Sham) più conosciuto come Isis. Le fazioni si contano in un paio di dozzine e la più difficile da condurre al tavolo è quella insediata a Tripoli, ma l’isolamento non paga e perciò l’accordo appare inevitabile.

GOVERNO LIBICO D’EMERGENZA
Con l’insediamento di un governo comprendente tutte o quasi le componenti libiche (che si articolano in circa 140 tribù), sarà necessaria la presenza di un “garante” e cioè dell’Italia, l’unico Paese in possesso del giusto know-how e in grado di farlo. I nostri soldati l’anno dimostrato in Libano, in Kosovo, in Afghanistan (tanto per citare i teatri di guerra più grossi) e un loro intervento sarebbe ben visto dalla popolazione libica.
I motivi per i quali rimettere i piedi nello “scatolone di sabbia” (come lo definì nel 1911 lo storico Gaetano Salvemini per bocciare la guerra di conquista italiana) non sono pochi.

ALT AI FLUSSI MIGRATORI
È noto che i maggiori flussi di migranti verso l’Italia e la Grecia provengono dalle sponde libiche ed è altrettanto noto che lì ci sono le basi dei mercanti di carne umana (scafisti e compari vari). La presenza militare italiana sul territorio scaccerebbe quasi automaticamente i neoschiavisti dalle coste. Inoltre, potremmo creare campi di accoglienza e di smistamento per i profughi che scappano dalle guerre.
Il secondo immediato risultato sarebbe la ripresa della produzione libica di petrolio e gas. Ne ha bisogno l’economia di quel Paese e serve anche all’Eni.
Il terzo buon motivo sarebbe l’immediato arresto dell’avanzata del Daish e la fine di stragi come quella fatta a Sirte, la città portuale occupata dalle brigate islamiche.

L’ONU E L’ENI
La guerra civile libica e la frantumazione politica sono state volute dalla Francia, dagli Usa e da Israele (non forzatamente in quest’ordine) ed hanno colpito soprattutto l’Italia. L’Onu deve metterci riparo affidando al governo italiano (ahi! ahi!) il compito di controllare la pace libica.
Lo so, è difficile credere che con un ministro degli Esteri del livello di Gentiloni (e un presidente del Consiglio a digiuno di politica estera) l’Italia possa davvero prendere in mano la situazione. Ho però fiducia nel lavoro dell’inviato Onu e nell’Eni. La loro forza ed esperienza riusciranno a far fare bella figura perfino all’attuale okkupante della Farnesina.
Giuseppe Spezzaferro

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