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La crisi non è uguale per tutti: Luxottica, Doria e Brembo volano La Cina svaluta e il Giappone si riarma

Dal mondo economico-finanziario arrivano segnali di ripresa e l’industria ha ripreso la marcia. Ma quand’è che la crisi finirà anche per il disoccupato? per il pensionato al minimo? per il giovane in cerca di un lavoro?
Tocca aspettare ancora un po’, prima che le cose migliorino per noi gente normale. Ad avere la precedenza è chi (banche & affini) ha perso quattrini a causa dei debiti partoriti dai subprime americani. La crisi esportata dagli Usa, l’hanno pagata i sudditi dell’impero, in primis l’Europa.
Ciò posto, va detto che la crisi non è stata uguale per tutti e, per alcuni, è come se non ci fosse stata.

SELEZIONE FORZATA
Il primo, immediato, contraccolpo è stato subito da aziende e imprenditori che stavano sul mercato grazie alle commesse pubbliche. Una selezione forzata (con annesso darwinismo sociale) ha messo in ginocchio chi già non si reggeva in piedi da solo.
Esempio: se una tipografia campa stampando moduli per un Comune, non sopravvive se perde l’appalto. Sono così finite tutte le attività esistenti grazie ad “accordi” con pubbliche amministrazioni varie.
Altre aziende sono sopravvissute usando mille accorgimenti (e licenziando), moltissime si sono lanciate sui mercati esteri (il nostro export è in attivo sparato) e parecchie si sono ristrutturate guadagnando quattrini a palate.

AUTOCITAZIONI
Il 9 ottobre del 2008, scrivevo: «Viva la crisi, malattia esantematica di un giovane mondo in crescita» (https://ilnostroarcipelago.com/220/viva-la-crisi) perché nella crisi vedevo (e tuttora vedo) un’occasione per adeguare l’Europa alle nuove sfide e per svecchiare, se non proprio modernizzare, un sistema come quello italiano, ingessato e sclerotico.

Il 22 novembre del 2012, scrivevo (https://ilnostroarcipelago.com/1116/la-crisi-ce-chi-fabbrica-soldi-come-la-fiat): «Le banche cadranno sempre in piedi. Le aziende lamentano il credit crunch, cioè le banche tengono i soldi in cassaforte e non concedono fidi. Senza fidi le aziende non possono investire e quindi frenano e quindi licenziano e quindi chiudono e quindi chi stava restituendo un prestito si trova senza soldi e smette di pagare. Le banche hanno fatto speculazioni sbagliate? Bene, dobbiamo pagare tutti. Questa è la regola. La Banca centrale europea ha distribuito un bel po’ di quattrini per rimettere in moto l’economia in crisi. Le banche italiane hanno preso da Francoforte al tasso dello 0,75% circa 250 miliardi di euro. E come li hanno usati? Comprando titoli di Stato che danno sostanziosi redditi. Intesa San Paolo sui titoli di Stato ha raddoppiato i guadagni: da 750 milioni a 1,5 miliardi di euro».
Facevo notare che la crisi (lo so, mi ripeto, ma tant’è) non era uguale per tutti.

Il 3 luglio 2013 scrivevo (https://ilnostroarcipelago.com/1370/la-crisi-non-tocca-gli-agnelli-anzi-fanno-piu-soldi): «Ovviamente Agnelli e soci fanno gli affari propri, non si può pretendere che si comportino da missionari chiedendo loro di fare sacrifici. Sarebbe cosa contro natura, a dir poco. La logica imprenditoriale funziona così: se si prevede di guadagnare 10 e si guadagna 8 si dichiara una perdita di 2. Lo Stato che rifiuta di accettare questa logica si autocondanna alla desertificazione industriale. I soldi vanno dove possono moltiplicarsi in base al principio del minimo sforzo e del massimo guadagno. E’ inutile (oltre che stupido) rimproverare, per esempio, alla Fiat di aver munto la vacca-Stato a volontà e per decenni. Di essere ingrata. E simili amenità. Invece di piangere sul latte munto, lo Stato dovrebbe organizzarsi in modo da mettere un freno alla fuga delle aziende dall’Italia. Senza dimenticare che la carota senza il bastone genera sempre una perdita secca».

L’ANALISI DEL CENSIS
Il 3 giugno di quest’anno, ho riportato una ricerca del Censis (https://ilnostroarcipelago.com/2224/censis-gli-italiani-hanno-paura-non-ce-volonta-di-superare-la-crisi) che spiegava come l’economia italiana fosse “a-ciclica”. Scrivevo: «È entrato in funzione un meccanismo “omeostatico”, per cui si va dal risparmio cautelativo al consumo essenziale, dalla minore propensione all’indebitamento delle famiglie alla rinnovata spinta patrimonialista, dalla ridotta finanziarizzazione dell’economia al nuovo sommerso, fino alla riconferma di un modello di piccola impresa e di welfare familiare. Questo meccanismo “omeostatico” (cioè di riequilibri interni al sistema tra risparmi, consumi, investimenti, comportamenti di adattamento sommerso) che prima ha ammortizzato l’urto della crisi, oggi rende più difficile volare sulle ali della ripresa. L’Italia, dunque, ha sofferto di meno (i guai grossi ce li avevamo anche prima della crisi) perché non è un sistema. Non è un Paese coeso: la crisi non ha trovato un muro da sfondare (come in Germania o in Francia) ma un muro di gomma o, meglio, una rete con mille buchi. Che bello! Siamo canne che al vento si piegano e non si spezzano come i grossi alberi. C’è poco da gioire. È una falsa condizione di privilegio. Infatti, anche la ripresa, della quale i “sistemi” sono riusciti immediatamente a beneficiare, il non-sistema Italia la vede tuttora con il cannocchiale, perché è una economia in galleggiamento».

TWITTER PERDE QUATTRINI
Con queste autocitazioni, ho cercato di sintetizzare al massimo. In pratica: la crisi ha espulso le aziende “mantenute” dai soldi pubblici (non tutte, comunque), ha spinto molte all’innovazione, non ha nemmeno sfiorato quelle più solide e non ha impedito che parecchie altre si arricchissero.
Parlo di aziende italiane che producono cose concrete. Sono esempi illuminanti soprattutto se si fa il confronto, per esempio, con Twitter che perde quattrini in Borsa (è precipitato del 33%) e che non riesce ad avere i 400 milioni di utenti previsti due anni e mezzo fa (Facebook ne ha un miliardo e mezzo circa).

IL BOOM UNICREDIT
In Italia, nel primo semestre, UniCredit, per esempio, ha fatto utili per un miliardo di euro. Il “Sole” ha fatto un lungo elenco di aziende che in questi anni di crisi hanno macinato utili. Il titolo Luxottica (gigante mondiale degli occhiali) valeva meno di 20 euro nell’estate del 2010 e oggi è oltre i 66 euro.
Il titolo Azimut (colosso del risparmio gestito) è più che triplicato: da 6 euro a 22.
Nel periodo 2010-2015, l’azienda di succhi di frutta e pomodoro Doria ha registrato un +50% nei ricavi e +150% negli utili. In 5 anni, il titolo è salito da meno di 2 euro a 13 euro. Se il risparmiatore, invece di farsi attirare da titoli tipo Twitter, si fosse fermato sui succhi Doria oggi si troverebbe in tasca un bel po’ di quattrini.
In cinque anni, un’azienda che produce freni per auto, la Brembo, ha visto salire il proprio titolo in Borsa addirittura del 630%!

RENMINBI SVALUTATO
L’elenco, ripeto, è lungo ed è pubblicato dal “Sole 24 Ore”, ne ho citato qualcuna per dimostrare che la crisi non colpisce chi è ben strutturato. Pensate soltanto alla Brembo che, in piena recessione del mercato dell’auto, riesce a fare un gigantesco balzo in Borsa.
Usando l’euro, l’Italia non può più giocare sulla svalutazione della lira per “drogare” l’economia in crisi, ed è un bene. Oggi la Cina ha svalutato la moneta nazionale, il renminbi (più noto come yuan) per rilanciare l’export che negli ultimi tempi ha smesso di correre. La svalutazione è arma a doppio taglio, però. Adesso il petrolio, tanto per dirne una, costerà di più ai cinesi (anche se il greggio è sotto i 50 dollari al barile).
Tra manodopera forzata (https://ilnostroarcipelago.com/2325/nessuno-fa-la-guerra-al-neoschiavismo-in-cina-perche-e-un-affare-doro), sfruttamento dei bambini e svalutazione monetaria, il Partito comunista cinese mantiene il controllo della situazione. Ma sarà così anche domani?

FINMECCANICA IN GIAPPONE
Fra l’altro, dobbiamo tener conto del fatto che il Giappone da anni ha perso la spinta e marcia a rilento. L’Impero del Sol Levante sta correndo ai ripari, soprattutto modificando la Costituzione (scritta e imposta dagli americani all’ombra dei funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki). Il primo segnale che la tutela statunitense è finita verrà dalla riforma della Difesa. L’industria degli armamenti è un grande volano di crescita (verrà un giorno nel quale le armi saranno inutili ma è ancora molto lontano) e questa volta Matteo Renzi ha fatto un intervento intelligente andando in Giappone, parlando anche con l’Imperatore e facendo da testimonial alla Finmeccanica, azienda che è tra le prime 10 al mondo nel settore dell’aerospazio e che produce elicotteri, elettronica e sistemi di difesa. Una proficua intesa Italia-Giappone darebbe anche qualche posto-lavoro in più. Stavolta, bravo Renzi (e speriamo che nessun temporale giudiziario si abbatta sull’azienda guidata da Mauro Moretti).
Giuseppe Spezzaferro

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