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Nessuno fa la guerra al neoschiavismo in Cina perché è un affare d’oro

Siamo invasi dai prodotti cinesi e li compriamo volentieri perché sono a basso costo. Forse avremmo qualche scrupolo sapendo a quali condizioni si lavora nella Repubblica Popolare Cinese. È vero che Pechino ha sottoscritto le regole stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto, World trade organization) ma chi ne controlla l’applicazione? Qualche dubbio sul rispetto delle regole è più che legittimo, considerato che nella Cina Popolare c’è un solo sindacato (Fsc, Federazione dei sindacati della Cina). Con un’organizzazione sindacale unica e un solo partito (Pcc, Partito comunista cinese) non è che resti molto spazio per il dissenso.

I CAMPI DI LAVORO FORZATO
Sappiamo dell’esistenza dei gulag cinesi (i laogai) ma non ne conosciamo il numero e le dimensioni. È certo che in quei campi di lavoro migliaia di “criminali” producono a bassissimo costo milioni di oggetti Made in Prc (Made in People’s republic of China). Lo sfruttamento della manodopera è leggermente meno pesante nelle fabbriche “regolari”, ma è difficile trovare grandi differenze tra il lavoro forzato e quello libero.
In quei campi – scrive la Laogai research foundation (Lrf) italiana – «si trovano non solo criminali, ma anche persone scomode al regime cinese, come dissidenti politici e prigionieri di coscienza, tra cui i Cristiani, gli Uiguri, i Tibetani e i praticanti del Falun Gong. Qui si lavora anche 12-16 ore al giorno, senza il minimo rispetto dei diritti umani e se i prigionieri non rispettano i vincoli di produzione imposti dalle guardie carcerarie, vengono puniti con meno cibo, rispetto già a quel poco che hanno».

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Nei lagoai si produce di tutto: dall’elettronica ai giocattoli. I dati del rapporto “Laogai forced labor camps Listed in dun & bradstreet databases” indicavano che almeno 314 imprese commerciali nel 2008 erano collegate ai campi di lavoro.
Nel rapporto “I laogai e le importazioni agro-alimentari dalla Cina”, la Lrf stimava nel 2008 l’esistenza di almeno mille laogai. Almeno 110 laogai pubblicizzano le loro attività su siti commerciali internazionali, e 33 di questi lo fanno in italiano. Per evitare sanzioni, il Pcc ha cambiato nome ai lagoai.

LA DENUNCIA DI AMNESTY INTERNATIONAL
Secondo Amnesty International il nome è cambiato, ma “criminali” e “crimini” sono gli stessi: un terzo dei detenuti è composto da praticanti del Falun Gong (movimento spirituale fondato nel 1992 e che ha per simbolo la svastica).
Nelle fabbriche legalmente riconosciute si lavora fino a 16 ore al giorno, si sfruttano i minori e non ci sono ferie.

UNA LEGGE NECESSARIA
Nel 2011 la Lrf ha proposto una legge contro la produzione, l’importazione e il commercio di merci prodotte in schiavitù. Per garantire la sicurezza ai consumatori, la legge prevedeva di istituire un albo nazionale a cui le aziende potevano aderire per garantire che non usassero manodopera forzata. Ma il commercio con la Cina è troppo vantaggioso e pochi hanno il coraggio di combattere contro il neoschiavismo nell’ex Celeste Impero.
Giuspe

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