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Renzi fa risorgere l’Unità ma dovrà fare altri miracoli per De Luca e Chiamparino

Quanto le mosse del presidente del Consiglio Renzi siano utili anche a Matteo segretario del Pd, e viceversa, è un mistero tranne che per loro due, cioè per Matteo e per Renzi. Due in uno. È probabile che stiano lavorando per diventare uno e trino. Com’è noto, non ci sono limiti alla provvidenza renziana. Non m’azzardo ad addentrarmi in complicati quanto insidiosi travagli (non ti frusciare Marco, tu non c’entri) teologici e annoto soltanto un paio di fatterelli.
Dopo un anno dalla “scomparsa”, torna in edicola l’Unità. Il quotidiano comunista, che per decenni aveva “aggiustato” le notizie sull’esempio della Pravda e che aveva chiuso i battenti per debiti, ritorna all’insegna di una confessione, tardiva ma onesta, concentrata nello slogan “Il passato sta cambiando”. Il foglio che fu del Pci di Togliatti, il quale fu l’uomo di Stalin in Italia, annuncia che con il comunismo, il postcomunismo, il neocomunismo e il retrocomunismo non c’entra.

GLI UOMINI DI MATTEO
Renzi ha fatto il miracolo facendo risorgere il giornale, a patto che sia renziano invece che togliattiano.
Il direttore è un suo uomo di fiducia. Fino a ieri capo a Palazzo Chigi della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico, Erasmo D’Angelis è un esponente toscano del Pd particolarmente attento all’Alta Velocità (è stato anche sottosegretario ai Trasporti nel governo Letta). Le sue qualifiche, quindi, sono utili specialmente con i nuovi padroni de l’Unità. Che sono: Guido Stefanelli, amministratore delegato della Pessina Costruzioni, e Massimo Pessina, il costruttore milanese presidente della omonima società. A scanso di equivoci, la società editrice de l’Unità appartiene per l’80% alla Piesse che è di proprietà (come si capisce facilmente dalla pi e dalla esse) di Pessina (con il 40%) e di Stefanelli (con il 60%). Il restante 20% è del Pd di Renzi.

LE PRIME VENDITE
Di recente hanno fatto parecchio rumore alcuni appalti assegnati alla Pessina Costruzioni come, per esempio, quello per un megaospedale alla Spezia, ma è chiaro che appalti e chiacchiere sull’Expo non c’entrino con la resurrezione de l’Unità. Come non c’entra, altro esempio a caso, l’appalto per una scuola da 11 milioni e passa a Melzi.
Ora l’Unità è in edicola e il primo giorno ha venduto (dicono i padroni) 140 mila copie. Una bella cifra, ma al di sotto delle aspettative, mi sembra, visto che di copie ne avevano stampate e diffuse 250 mila.

IL VICEDIRETTORE TROMBATO
Nei prossimi mesi aspettiamoci il primo appello per “non far morire un giornale che è una voce libera eccetera ecceterone” accompagnato da manifesti e messaggi di sostegno e incoraggiamento firmati da intellettuali, semintellettuali e… affini, come direbbe Totò.
Vicedirettore (era convinto di avere la nomina a direttore ma la politica è l’arte del possibile perché tutto è imprevedibile) è Vladimiro Frulletti, l’uomo-macchina del risorto quotidiano e attento corifeo di Renzi.
È stato fatto tutto nel più bello stile italiano cioè sul filo di lana del traguardo: se il primo numero, infatti, non fosse stato distribuito prima della fine di giugno, la miracolata impalcatura sarebbe crollata in forza di un complicato gioco degno dei migliori commercialisti specializzati in diritto fallimentare. Ultima noterella: il vecchio editore Guido Veneziani ha dovuto mollare perché indagato per bancarotta e… collaterali (riecco Totò).

LA NAVE TRA I MAROSI
L’Unità ha salpato le rotative (di solito sono le ancore che si salpano, ma una licenza me la merito pure io ogni tanto) nel bel mezzo di una burrasca scoppiata nel mare interno del Pd e di una tempesta nelle acque internazionali (dalla Grecia alla Tunisia e dintorni). Dico la verità: non l’ho letto. È un grande errore. Come si fa a parlare di un giornale senza leggerlo? Ma il numero 1 di un quotidiano ha di solito parecchie pagine fredde (preparate nei giorni precedenti) e perciò mi riprometto di leggerlo fra qualche giorno, quando il precotto sarà stato esaurito.

BURRASCA DE LUCA
Resto nel mare interno e cito la spinosa questione di Vincenzo De Luca, il neogovernatore della Campania sospeso.
La notizia è arcinota: il presidente del Consiglio ha firmato il decreto di sospensione e De Luca ha presentato ricorso al tribunale di Napoli. Sembra una faccenda piana (sarebbe così in Germania, per esempio) ma in realtà dietro, sotto, ai lati e sopra ci sono molte complicazioni.
Il primo pasticcio si chiama legge Severino. In forza di questa legge, che impone la sospensione da qualsiasi carica elettiva per i condannati in primo grado, Silvio Berlusconi è stato escluso dal Senato e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris è stato sospeso dalla carica.

DE MAGISTRIS VINCE
Berlusconi si è rivolto alla Corte europea dei diritti dell’uomo e De Magistris più modestamente ha fatto ricorso al tribunale napoletano. L’ex presidente del Consiglio nonché ex senatore sta aspettando la risposta dai magistrati di Strasburgo (che mi pare fino a oggi abbiano diramato soltanto il seguente comunicato: «Nessuno dei ricorsi presentati da Silvio Berlusconi alla Corte europea dei diritti dell’uomo è stato sinora oggetto di una decisione sull’ammissibilità».
Il magistrato De Magistris (ah! nomen omen) ha ottenuto la sospensione della sospensione ed è tornato ad amministrare (si fa per dire) la sfortunata città di Napoli.

REGIONE CAMPANIA PARALIZZATA
La legge Severino, dunque, funziona a intermittenza? È più complicato di quanto sembri. Qui basti dire che è all’esame della Corte costituzionale per sospetta incostituzionalità.
La situazione è pericolosa perché una bocciatura della Consulta non toglierebbe dai pasticci soltanto De Luca e De Magistris, quanto e soprattutto ridarebbe fiato a Silvio Berlusconi e tutti sanno cosa riesce a fare il tycoon di Arcore con un megafono in mano.
Cosa fa la Regione Campania mentre decidono i magistrati ordinari e i potentissimi ermellini? Sta ferma. Dopo un mese di tira e molla, la presidente provvisoria del Consiglio regionale, la piddina Rosa D’Amelio, ha deciso la sconvocazione dell’Assemblea onde evitare che il Consiglio prendesse atto della sospensione del governatore aprendo la strada a nuove elezioni.

LE SCADENZE DEL 9 E DEL 12 LUGLIO
Di tempo, comunque, ne è rimasto poco: entro il 12 luglio (dicono gli esperti di norme e regolamenti) il Consiglio regionale della Campania dovrà insediarsi. Se non lo farà, arriverà un commissario che gestirà la Regione fino alle elezioni di un nuovo governatore.
La prima metà di luglio sarà particolarmente “calda” per Renzi (e per l’Unità), perché c’è anche la faccenda di Sergio Chiamparino, il sindaco di Torino coinvolto in una sgradevole vicenda della quale pare sia stato responsabile un fedelissimo renziano. In breve: il 9 luglio il Tar deciderà sul ricorso presentato dalla Lega per le firme false (chi doveva autenticare le liste alle ultime elezioni stava da un’altra parte e perciò le elezioni dovrebbero essere rifatte).

IL TAR DEL PIEMONTE
Il Tribunale amministrativo regionale respingerà il ricorso? rinvierà a dopo l’estate? accoglierà il ricorso? o si metterà in standby in attesa della sentenza penale?
Chiamparino, vecchio compagno di carattere, ha annunciato che resterà al proprio posto soltanto se il Tar respingerà il ricorso. Quindi, il Piemonte potrebbe essere richiamato a votare.
Scoppieranno i bubboni di Campania e Piemonte? Nessuno lo pensa sul serio. Altrimenti non sarebbe vera l’affermazione “la Giustizia è come il timone, dove la giri va”. Aspettiamo quanto e come spareranno i cannoni della corazzata tascabile evocante il passato che sta cambiando.
Giuseppe Spezzaferro

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