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Sanzioni Ue contro la Russia: alla Camera ne parlano ma dopo che sono state prorogate

Alla Camera dei deputati hanno discusso mozioni relative ad «iniziative volte alla revoca delle sanzioni dell’Unione europea contro la Federazione russa e al raggiungimento di una soluzione politico-diplomatica della crisi ucraina».
Parliamo sempre malissimo dei “nostri” rappresentanti in Parlamento e invece vedete come sono tempestivi? e con quale puntigliosa precisione affrontano anche i grandi temi internazionali? Bravi, eh? Manco per niente!
C’è un piccolo particolare, una nuance, una pinzillacchera, roba di poco, insomma. Di cosa si tratta? I ministri degli Esteri dell’Ue hanno già deciso di approvare il prolungamento delle sanzioni alla Russia fino al 31 gennaio prossimo.
Vi rendete conto? Questi politicanti a caccia di visibilità si sono messi a discettare su un fatto già deciso e chiuso in alto loco. L’unica risposta seria sarebbe stato un rifiuto ad accodarsi alle decisioni Ue, ma il “nostro” ministro degli Esteri Paolo Gentiloni (che s’è fatto le ossa come portavoce di Francesco Rutelli… e mi fermo qui) non mi pare che abbia espresso, non dico dissenso, ma almeno una qualche perplessità.
Assodato che il dibattito a Montecitorio è stato inutile, propongo qui di seguito qualche straccio, pardon, stralcio di intervento per assodare un paio di altre cose.

I SOLDI CHE PERDE L’ITALIA
Innanzitutto la questione dei quattrini persi a causa delle sanzioni.
Carlo Calenda, viceministro dello Sviluppo economico, ha detto: «La stima sulla contrazione delle esportazioni (verso la Russia; ndr) per tutto il 2015 è, comunque, inferiore all’1% del totale dell’export italiano di beni. Una perdita, peraltro, ampiamente recuperata dall’aumento dell’export italiano verso gli USA nel solo primo quadrimestre di quest’anno».
Per avere i numeri precisi, guardiamo i dati Istat di maggio, secondo i quali sono in forte calo «le vendite verso la Russia (-30,6%)» mentre è dell1% «la crescita delle esportazioni verso gli Stati Uniti». Da una parte, quindi, abbiamo un calo dell’export verso la Russia del 30,6% e dall’altra una crescita dell’1% verso gli Usa. È sulla base di questi dati che il viceministro Calenda (passato da Scelta civica al Pd) ha assicurato che la perdita di export verso la Russia è stata «ampiamente recuperata dall’aumento dell’export italiano verso gli Usa»?

I DATI COLDIRETTI
Roberto Capelli (Centro democratico) ha prima riportato i dati della “Confederazione nazionale coltivatori diretti” e poi ha smentito Calenda citando le sue stesse parole: «Per la Coldiretti, nel primo quadrimestre del 2015 sono crollate del 29,4% le esportazioni di prodotti made in Italy in Russia. Ma la percentuale sale al 48,2% per i prodotti agroalimentari, che sono direttamente colpiti dall’embargo posto da Putin, che riguarda frutta, verdura, formaggi, carne, salumi, ma anche pesce. Inoltre, lo stesso viceministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha dichiarato di recente che stiamo parlando di un rischio di perdite in termini di esportazioni totali di circa 3 miliardi di euro, per un totale di esportazioni di beni italiani nel mondo di 400 miliardi di euro».

DUE PUNTI ASSODATI
Gianfranco Librandi (eletto nelle liste di Scelta civica) ha sottolineato: «Secondo i dati dell’Istituto austriaco per la ricerca economica, le sanzioni fanno bruciare all’Italia circa 80 mila posti di lavoro e 4 miliardi di prodotto interno nel breve periodo, che potrebbero salire a 200 mila posti di lavoro e 12 miliardi nel medio e lungo periodo, qualora il regime sanzionatorio dovesse durare a lungo. Il perdurare della situazione negativa oltre il 2015 produrrebbe un danno per l’intera Unione europea stimato, dall’istituto austriaco, in circa 1,9 milioni di posti di lavoro e in quasi 80 miliardi di euro di valore aggiunto alla produzione».
Abbiamo perciò assodato:
1° La discussione alla Camera è inutile perché lunedì a Lussemburgo è stato deciso di prolungare le sanzioni.
2° Le sanzioni fanno male alla Russia, ma fanno malissimo a noi e all’Europa: ci rimettiamo quattrini a palate.

IL DIKTAT USA
C’è un altro punto da assodare, alquanto spinoso: le radici delle sanzioni.
Roberto Capelli ha chiesto: «Quanto questa politica è influenzata dalla politica non europea, in particolare americana?».
Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia) ha tolto il punto interrogativo: «Qui, l’Europa sembra che sia andata, in buona sostanza, sulla scia delle decisioni degli Stati Uniti d’America, di Barack Obama e sembra che l’abbia voluto fare in maniera acritica, così come acriticamente si sono stabilite altre relazioni che ancora non sono diventate mature e non hanno previsto l’approvazione di trattati, ma che sono lì a inquietarci alla stessa maniera rispetto all’applicazione delle sanzioni, come se non ci fosse la consapevolezza delle conseguenze delle decisioni che si assumono».
Poi ha spiegato: «La Russia è Europa. Nell’epoca dell’economia globale, con il gigante statunitense, da un lato, e l’incalzante crescita, sembra irreversibile, della Cina e di una parte del terzo mondo, l’Europa o si tiene insieme con la Russia o è destinata a perdere la battaglia della competizione internazionale, una battaglia politica, istituzionale e commerciale, quindi economica. Quindi, come si fa a non avere chiaro il principio che difendere la possibilità delle relazioni aperte con l’Europa e revocare le sanzioni significa tutelare gli interessi dell’Italia e viceversa accettare supinamente la logica delle sanzioni e subire l’embargo significa non tutelare gli interessi dell’Italia, sia da un punto di vista delle proprie relazioni diplomatiche e politiche e sia da un punto di vista delle pessime ricadute economiche e commerciali che ci sono sottolineate, in buona sostanza, da tutte le imprese che svolgono attività di produzione e di esportazione».

ALLE ORIGINI DEL PROBLEMA
Come si sia arrivati all’assurdo delle sanzioni, Gianluca Pini (Lega) l’ha così sintetizzato: «Il tutto nasce, ricordiamocelo, dall’accordo di associazione dell’Ucraina nei confronti dell’Unione europea, che ha causato quattro disastri sistematici, uno dietro l’altro. Il primo, lo sappiamo benissimo anche se qualcuno potrebbe non essere d’accordo, ma anche questo è un dato oggettivo e non soggettivo, è stato il rovesciamento di un presidente democraticamente eletto, Yanukovich. La conseguenza è stata l’instaurazione di un nuovo governo a Kiev, un governo filonazionalista che spinge sicuramente nella direzione di una maggiore, anzi di una stretta alleanza fra l’Europa e l’area atlantica della stessa Ucraina e contestualmente questo governo ha in qualche modo tolto ogni tipo di autonomia a tutte quelle zone russofone; altra conseguenza drammatica è stato il legittimo passaggio di autodeterminazione da parte della Crimea e quindi poi l’adesione alla Federazione russa e, non ultimo, lo scoppio del conflitto nel Donbass. Bene, in questo scenario, la Mogherini, Renzi, in generale tutte le istituzioni a livello europeo non hanno fatto nulla per dare un segnale di distensione nei confronti della Russia che legittimamente pensa che tutto quello che è successo è una prima fase di destabilizzazione politica e commerciale per poi arrivare a un rovesciamento della leadership che c’è in questo momento nella Russia».

DEBOLE EUROPA
Assodato il punto 3°: Putin non è il cattivo di turno, anzi lo è, ma per gli americani non per gli europei. L’Ue non ha l’autonomia, la forza e il coraggio di opporsi ai diktat di Washington e in Italia stiamo ancora peggio. I parlamentari italiani fanno come i tifosi che continuano a parlare della partita per giorni e giorni dopo il fischio dell’arbitro.
Giuseppe Spezzaferro

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