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Immigrazione. Pacificare la Libia prima che esploda il Nord Africa

La guerra del 2011 contro la Libia e l’omicidio del suo leader Mu’ammar Gheddafi hanno spalancato i cancelli dietro i quali s’arrestavano le ondate migratorie africane. Sanno tutti che non si trattò di una vera guerra civile per abbattere chi stava dal 1969 a capo del Paese, bensì di un’aggressione voluta da un pool formato da Usa, Francia e Israele. La posta in gioco primaria era il petrolio, ma s’erano affiancate anche cause contingenti (carta elettorale per Nicolas Sarkozy) e opportunità tattiche di geografia militare (Washington-Tel Aviv).
Oggi la Libia è un gigantesco porto di partenza per i disperati dell’Africa. Nessuno è in grado di fermare le ondate migratorie che, con il progredire della bella stagione, aumentano in frequenza e in quantità.

SOS DELL’ITALIA ALL’UE
L’Italia chiede l’aiuto dell’Europa, la quale traccheggia perché altri Paesi Ue se la cavano da soli, a cominciare dalla Germania, che secondo i dati Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel 2012 ha accolto oltre 400 mila profughi.
La Bulgaria (secondo i dati del 2013 gli immigrati erano stati circa 10 mila) sta costruendo una recinzione di 160 chilometri lungo il confine della Turchia con un soldato ogni 100 metri.
Ciascun Paese affronta il problema a modo suo. È ovvio che sarebbe necessaria una strategia europea in merito alle grandi migrazioni di questo secolo. L’Oim (Organizzazione mondiale per le migrazioni) calcola che nel 2050 gli emigranti nel mondo saranno circa 230 milioni. I dati più recenti parlano di 11 milioni di emigranti dal Messico (ed è un problema degli Usa) e di circa 4 milioni sia dalla Cina che dall’India. È sufficiente una passeggiata per Roma per “contare” cinesi, indiani, pakistani e bengalesi oltre agli africani.

SOLUZIONE ALL’ITALIANA
Mentre a Bruxelles si comincerà a capire che la questione-immigrazione non potrà più essere scaricata sui singoli Paesi, cosa può fare l’Italia? Niente. È questa la verità. L’unica via d’uscita sarebbe quella di dare a tutti gli immigrati appena sbarcati un bel permesso di soggiorno in modo da favorirne la diaspora oltreconfine. Una classica soluzione all’italiana, nell’attesa che l’Ue decida.
Per quelli che resteranno in Italia, sarà difficile trovare casa e lavoro, per cui dovremo registrare un aumento di attività delinquenziali.

IL VUOTO LIBICO
L’urgenza di chiudere di nuovo i cancelli libici si scontra con l’impossibilità di avere un interlocutore: nel vuoto creato dall’uccisione di Gheddafi si sono addensati gli scontri tra Tripolitania e Cirenaica (regioni che l’Italia con la guerra del 1911 unificò con la forza sotto l’etichetta “Libia”), antiche rivalità tribali e scontri tra “stranieri” (franco-italiani soprattutto, ma non si può dire perché sono Paesi civili amici fratelli europei) per l’egemonia.
Si potrebbe fare un’altra guerra con la scusa di riportare ordine e democrazia in un Paese sconvolto, ma l’Onu non pare disposto a fornire il proprio ombrello e gli Usa (d’accordo con Israele) non hanno alcun interesse a mettere pace sulla sponda mediterranea dell’Africa. Anzi, c’è il serio rischio che diano il via ad un’altra spontanea esplosione della cosiddetta “primavera araba”.

IL PERICOLO DELLE “PRIMAVERE ARABE”
Non dimentichiamo che le guerre “civili” in Siria e Libia sono il risultato più sanguinoso delle sommosse del 2010-2011 che agitarono anche l’Egitto, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco, la Giordania, il Sudan, l’Arabia saudita… l’elenco è lungo. In sintesi, le “primavere arabe” sconvolsero il Nord Africa e l’Oriente (medio e vicino) e c’è tuttora il rischio che siano abbattuti altri cancelli.

LA SPAGNA IN MAROCCO
Per esempio in Marocco, la Spagna controlla due barriere di separazione per fermare i flussi migratori: una a Melilla (lunga 12 chilometri) e una a Ceuta (lunga 8). Qui ricordo soltanto due fatti: le barriere di filo spinato sono state finanziate dall’Europa e al Marocco non va giù che la Spagna occupi ancora una parte del suo territorio.
Il fronte “pericoloso”, dunque, non è soltanto la Libia.
Cominciando dallo Stretto di Gibilterra, ci sono il Marocco, l’Algeria, la Tunisia e l’Egitto. Oltre il Sinai, c’è la polveriera orientale che grava in special modo su Grecia e Turchia.

L’INVASIONE DELL’ISIS
Non ci vuole un’arca di scienza per capire che vanno rinsaldati i legami economico-politici con tutti i Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo. Se il fronte si sgretolasse in un altro punto, in Marocco come in Tunisia, le ondate migratorie spazzerebbero via qualsivoglia ostacolo frapposto, se e quando, dall’Europa.
Sul fronte oltre il canale di Suez, la Siria e l’Iraq potrebbero da un momento all’altro far esplodere l’intera regione. E qui c’è anche il problema dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) che, grazie alla disastrosa strategia interventista delle “democrazie”, minaccia un’invasione di altra e più sanguinosa natura.
Giuseppe Spezzaferro

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