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Censis: aumentate le aziende italiane che guadagnano e danno lavoro all’estero

Circa 22 mila imprese estere sono controllate da società italiane e occupano 1,7 milioni di addetti. Per capirci, rispetto al 2007 l’aumento è di circa duemila imprese e 330 mila addetti. Ma non basta. Dal 2007, le multinazionali italiane all’estero hanno registrato un +8,9%, in termini numerici, e un +23,4% di addetti. A livello di fatturato sono passate da 389 miliardi di euro a 546 miliardi (+40,4%). Sono migliaia, dunque, le aziende italiane che non danno più lavoro in Italia e assumono all’estero.
Sono alcuni dei dati pubblicati dal Centro studi investimenti sociali (Censis) nella ricerca intitolata “L’economia apolide”, nell’ambito dell’annuale appuntamento di riflessione di giugno “Un mese di sociale”, giunto alla XXVII edizione, dedicato quest’anno al tema “Rivedere i fondamentali della società italiana”.
Migliaia di aziende hanno affrontato la crisi ed evitato di essere schiacciate da una pressione fiscale criminale andandosene oltre confine.

L’ECONOMIA APOLIDE
In Romania, per esempio, lavorano 3.237 aziende che danno lavoro a 117.221 addetti. A non parlare degli Stati Uniti, dove 2.066 aziende con 225.450 addetti generano un fatturato vale il 18% delle multinazionali italiane nel mondo.
L’economia italiana, dice il Censis, si trasforma: sarà sempre più apolide. E, concludono i ricercatori del Centro, «l’economia apolide ci salverà».
«Dei primi 15 gruppi industriali italiani per volume d’affari – leggiamo nella ricerca – oggi sono soltanto in 2 a realizzare in Italia la maggior parte del loro fatturato. Per tutti gli altri il giro d’affari all’estero vale tra il 60% e l’80% del fatturato complessivo».
Come fare a ridurre la disoccupazione? Come aumentare l’occupazione? Se le aziende più vitali, vanno all’estero per non morire soffocate in Italia (da fisco, burocrazia, corruzione etc.), è evidente la necessità di abbattere gli ostacoli. Anzi, è urgente allettare le aziende e farle restare qui.

L’IMPRENDITORE NON È UN MISSIONARIO
È inutile continuare ad accusare gli imprenditori di diserzione perché all’estero trovano condizioni più vantaggiose. L’imprenditore non è un missionario né una Dama di San Vincenzo. Egli va dove spunta l’utile maggiore. Lo muove il guadagno. Non ha altre motivazioni se non il denaro. Ed è giusto che sia così. Uno Stato serio, perciò, dovrebbe indirizzare a vantaggio della comunità le barche pilotate dai capitani d’industria. Incentivi e sgravi fiscali vanno però affiancati a severe punizioni per chi acciuffa soldi pubblici e poi se ne va all’estero.

COSTRUTTORI ITALIANI ALL’ESTERO
Uno dei settori che maggiormente ha subito i contraccolpi della crisi economico-finanziaria esportata dagli Usa è quello delle costruzioni. Già il comparto era nel mirino di ambientalisti e talebani ecologisti sempre pronti a denunciare le cementificazione del territorio, poi è arrivata la crisi e buonanotte al secchio.
Non c’è bisogno di ricordare che meno costruzioni significa meno lavoro, oltre che per gli addetti, per una lunghissima filiera che va dal legno alle ceramiche, dall’impiantistica (elettrica, idraulica…) ai produttori di ascensori, caldaie, condizionatori d’aria etc.
Ebbene, il Censis ci ricorda che «le grandi imprese di costruzioni italiane, che nel periodo 2004-2013 hanno registrato una caduta del 7,2% del fatturato interno, hanno incrementato del 204,6% il fatturato realizzato all’estero». In pratica, i due terzi del loro giro d’affari oggi li realizzano all’estero.

LA SALVEZZA NEGLI HUB
Lasciando da parte il fatto che in Italia di lavoro ce n’è pochino, il Censis individua le linee utili ad un maggior sostegno per le aziende italiane che lavorano (e danno lavoro) oltre confine. «Nell’economia apolide – chiedono gli analisti – il territorio di insediamento originario conterà ancora?». E rispondono: «Sì, a condizione che sappia modificare il tipo di valore che trasferisce alle imprese rispondendo a domande differenti da quelle del passato. Oggi ai territori non si chiede più di essere solo accoglienti, ma di caratterizzarsi come “hub” che connettono con il mondo. Non più solo istituzioni di prossimità, infrastrutture e servizi locali. I territori produttivi devono aprirsi all’esterno, creare le condizioni di insediamento di imprese innovative e sviluppare relazioni, aiutando le imprese presenti a “stare nel mondo”».
Dovrebbero anche, aggiungo io, essere aiutate a stare in Italia. L’una cosa non esclude l’altra.
Giuseppe Spezzaferro

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