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Mafia Capitale. Finora, quattro spiccioli il malloppo grosso è ancora nascosto Le colpe di Alemanno, i meriti di Marino

È soltanto la seconda puntata. La raffica di arresti e comunicazioni giudiziarie ha colpito più in alto, ma non il vertice della piramide. Lo sporco affare, battezzato fin dall’inizio “Mafia Capitale”, alla fine dei conti non è un granché. Si tratta di qualche centinaia di migliaia di euro. Ben poca cosa se pensiamo che il bilancio del Comune di Roma supera i 5 miliardi di euro. I novantamila euro sporchi intascati da una cooperativa si perdono nel mare magnum degli oltre cinquantamila milioni capitolini.
Per l’esattezza, il bilancio capitolino (di previsione, intendiamoci) per il 2015 approvato a marzo scorso assomma a 5,25 miliardi di euro, in massima parte di spese correnti (4,58 miliardi). A fronte di un tesoro del genere, i quaranta ladroni (si fa per dire, sono molti di più) si sarebbero limitati a grattare pochi spiccioli? Non ci credo. E non ci credono nemmeno gli investigatori e i magistrati che hanno scatenato ieri la seconda caccia all’uomo (la prima scattò a dicembre scorso).

IL TESORO REGIONALE
Nel mirino è finita anche la Regione Lazio. Nei confronti del tesorone regionale i soldi fregati dai 40 e passa ladroni fanno la figura della mancia che lasciamo al bar per il caffè. La Regione calcola per il 2015 circa 39 miliardi di euro di entrate (per l’esattezza, 38.663.867.141,53) e 41,7 miliardi di uscite (la cifra esatta mi manca), per cui il conto è in rosso per circa 3 miliardi.
Il bilancio regionale approvato a dicembre scorso è di 16 miliardi di euro. Nella ripartizione delle spese (la fetta più grossa va alla sanità: 12 miliardi) si annidano i mille e mille rivoli di quattrini che scivolano nelle tasche di ladroni nuovi e vecchi.

FIUMI DI SOLDI
Non m’azzardo a fare qualche esempio (quando si hanno le prove, le denunce si fanno in tribunale…) e mi limito a sottolineare che la politica, soprattutto a Roma, è fatta di affari. Anche leciti, per carità, ma sempre di affari si tratta.
Chi si occupa dei disperati sentatetto ci guadagna.
Il buonista che accoglie l’immigrato ci guadagna.
Si fanno affari sull’acquisto di nuovi autobus inadatti per le stradine di Roma, sulla costruzione della nuova metropolitana, sulle licenze agli ambulanti.
Si chiude un occhio (in realtà, tutt’e due) sugli abusivi che occupano marciapiedi e porticati.
Basta girare per la città e le magagne saltano agli occhi. Qui c’è la sede dell’associazione per la cura del cancro dei piccioni, là c’è il centro di ricerche sulle strofe perse dal Belli, più in avanti troviamo il sodalizio per lo studio di cosa disse in realtà l’ultimo dei Mohicani (disse Aspettatemi!”, ma se lo ammettessero dovrebbero andare a casa).

ASSOCIAZIONI SUCCHIAQUATTRINI
Sul pilastro di un aristocratico portone del centro leggiamo di una società per la lotta alla dissenteria africana e su quello affianco c’è la splendente targa di una agenzia per lo sviluppo dell’economia spaziale.
Sindacati e affini, partiti e loro affiliazioni, dipartimenti pubblici e uffici collegati… a Roma ci sono tutti e mangiano a quattro ganasce. Ci sono perfino le ambasciate regionali. Ogni Regione ha nella capitale una sede di rappresentanza come ce l’hanno il Belgio e la Mongolia. È tutto a nostre spese.
Delle cosiddette associazioni culturali (quelle vere sono poche decine) provo a fare un elenco con indirizzi e scopi. Sono migliaia e, quando credo di aver finito, mi telefona qualcuno per informarmi che in quel tale palazzo (ovviamente d’epoca) ne è spuntata un’altra.
Tanti anni fa, spulciando tra le migliaia di pagine del bilancio dello Stato m’imbattei in voci incredibili, del tipo “15 milioni di lire allo Yacht Club di Trieste”. I poveretti possessori di yacht e motoscafi (oggi si usa, indovinate perché, il più modesto “barca”) avevano bisogno dell’aiuto statale sennò avrebbero chiuso una storica sede e bla bla.

TUTTI ALÌ BABÀ
Cito quel club perché non credo che prenda più soldi pubblici e non cito quelli che li continuano a prendere, perché l’elenco sarebbe incompleto e potrei essere accusato di aver fatto killeraggio a vantaggio di qualche amico.
Chi ne avesse voglia, potrebbe farsi un giro al centro di Roma e guardare, invece che le vetrine, i citofoni e le targhe sui portoni. Questa sì che sarebbe una vera caccia al tesoro: ciascuno sarebbe un Alì Babà.

SECONDA TAPPA
Torniamo a “mafia capitale”. Il blitz di ieri nel Lazio, in Sicilia, in Abruzzo e in Emilia, con l’arresto di politici e amministratori di diversi partiti, è la seconda tappa. Non è affatto lo striscione d’arrivo del motocross tra le dune dei ladroni.
Mentre aspettiamo un terzo blitz, diamo uno sguardo al Campidoglio.
Rapiti (dai carabinieri) 4 consiglieri, il Consiglio comunale torna al numero legale mettendo al loro posto i primi non eletti di ciascun lista. E sono: Alessandro Cochi (Fi), Liliana Mannocchi (Pd), Cecilia Fannunza (Pd) e Daniele Parrucci (lista civica).

ANTIMAFIA IN CAMPIDOGLIO
Basta per tornare alla normalità? Secondo la legge contro le infiltrazioni mafiose negli enti locali (del 1991 modificata nel 2009), un Consiglio comunale inquinato da mafia dev’essere sciolto. Non ci sono santi.
Fermo restando che i reati contestati ad arrestati e indagati sono contemplati dal Codice penale laddove (art. 416-bis) stabilisce quando un’associazione criminale sia mafiosa, va anche detto che lo scioglimento interviene quando è dimostrato che a comandare in quel dato Comune sia la mafia. Ora, per onestà intellettuale mi debbo chiedere se il Campidoglio sia o meno pilotato da mafiosi.
Il quesito è semplice: i consiglieri e gli amministratori entrati nel mirino del tribunale decidevano la strategia del Comune di Roma?
Premesso che qualcuno potrebbe alla fine anche risultare non colpevole, a dirigere il Campidoglio non erano di certo gli arrestati o gli indagati di “mafia capitale”.

DA ALEMANNO A MARINO
Ignazio Roberto Maria Marino è senz’altro un sindaco incapace. Riuscì a mettersi la fascia tricolore grazie all’ostinazione dello sputtanato Gianni Alemanno, il quale non aveva voluto cedere il passo a un altro candidato.
Da quando c’è il medico rimpatriato dall’America, Roma è in completo abbandono.
Nei parchi pubblici – da Colle Oppio ai meno noti giardini di via Flaminia – bivacca gente d’ogni colore.
Ad ogni angolo di strada, ci sono persone sdraiate che dormono, mangiano, pisciano e chiedono soldi.
I cassonetti sono sfasciati, maleodoranti e troppo spesso traboccanti di fetenzie.
L’illuminazione pubblica è scarsa e in certi posti inesistente. Affianco ad una strada cortissima e supersorvegliata come via Cesare Balbo, dove da una parte c’è il muraglione del Viminale e dall’altra una sinagoga, ce ne sono cento altre senza nemmeno una telecamera. Non pretendo le dieci telecamere nei novanta metri di via Balbo ma almeno una ogni cento metri.

ROMA ABBANDONATA
Chi vive a Roma ha la netta sensazione di essere alla mercé di un qualunque squinternato, ubriaco, drogato.
Ignazio Roberto Maria Marino, però, non è mafioso e non è dimostrato che sia la mafia a comandare in Campidoglio, perciò non mi unisco al coro di coloro che ne chiedono le dimissioni. In ogni caso deciderà il prefetto entro il 30 luglio.
Detto questo, aggiungo anche una valutazione politica.
È più che probabile, in caso di elezioni anticipate, una vittoria dei cinquestelle. Temo questa eventualità più di quanto non mi repella Ignazio Marino sindaco.

“DAGLI AL LADRONE” NON BASTA
È vero che nel movimento fondato dal comico Beppe Grillo ci siano già dei sindaci. È altrettanto vero che parecchi fra i deputati e i senatori pentastellati siano diventati politici a tutti gli effetti e si comportino di conseguenza. Ma ciò non mi rassicura bastantemente.
Roma ha bisogno di un governo capace e con una strategia ben delineata.
Mandare in Campidoglio (fra l’altro, con il Giubileo in programma dal prossimo 8 dicembre fino al 20 novembre dell’anno venturo) una giunta di “dàgli! dàgli! al ladrone!” (don Lisander, mi perdoni) sarebbe un errore.
Non basta autoproclamarsi campioni di legalità per fare buona amministrazione.
Per poter sventolare alta, non so quanto dovrà aspettare la bandiera della corretta nonché efficiente amministrazione (che discende da una politica realmente indirizzata al servizio della comunità), ma so che toccato il fondo non si può che risalire. E siamo lì lì per toccarlo.
Giuseppe Spezzaferro

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