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Censis: gli Italiani hanno paura e non hanno la volontà di superare la crisi

C’è una domanda che, soprattutto fuori d’Italia, è stata a lungo senza risposta: come mai la crisi economico-finanziaria non ci ha colpito con quella stessa intensità che ha squassato altri Paesi? Il Centro studi investimenti sociali (Censis) l’ha spiegato oggi sviluppando il tema “L’economia italiana a-ciclica”. È entrato in funzione un meccanismo “omeostatico”, per cui si va dal risparmio cautelativo al consumo essenziale, dalla minore propensione all’indebitamento delle famiglie alla rinnovata spinta patrimonialista, dalla ridotta finanziarizzazione dell’economia al nuovo sommerso, fino alla riconferma di un modello di piccola impresa e di welfare familiare. Questo meccanismo “omeostatico” (cioè di riequilibri interni al sistema tra risparmi, consumi, investimenti, comportamenti di adattamento sommerso) che prima ha ammortizzato l’urto della crisi, oggi rende più difficile volare sulle ali della ripresa. L’Italia, dunque, ha sofferto di meno (i guai grossi ce li avevamo anche prima della crisi) perché non è un sistema. Non è un Paese coeso: la crisi non ha trovato un muro da sfondare (come in Germania o in Francia) ma un muro di gomma o, meglio, una rete con mille buchi. Che bello! Siamo canne che al vento si piegano e non si spezzano come i grossi alberi. C’è poco da gioire. È una falsa condizione di privilegio. Infatti, anche la ripresa, della quale i “sistemi” sono riusciti immediatamente a beneficiare, il non-sistema Italia la vede tuttora con il cannocchiale, perché è una economia in galleggiamento.

4.000 MILIARDI IN CASSAFORTE
Per capire meglio, vediamo le cifre in ballo. I dati dicono che sono stati 211 i miliardi di euro in più accantonati negli anni della crisi (2007-2014), 36 miliardi di euro in più solo nell’ultimo anno, per uno stock complessivo di quasi 1.300 miliardi di euro in contanti e depositi bancari. In più, c’è un boom del risparmio gestito, con le quote dei Fondi comuni aumentate nel triennio 2011-2014 di 144 miliardi di euro, una cifra, tanto per intenderci, che supera di oltre 41 miliardi il Pil dell’Ungheria. In totale, registra il Censis, le attività finanziarie nel portafoglio delle famiglie italiane arrivano a quasi 4.000 miliardi di euro.

IL 93,9% SI SENTE INSICURO
Anche chi dispone di scarsissime risorse tende a risparmiare, sono, infatti, 36,4 milioni gli Italiani che non credono che ci sarà la ripresa mentre circa 5 milioni sono convinti che sia già in atto. L’incertezza è unanime: il 93,9% degli italiani si sente insicuro rispetto al proprio futuro. E cerca di sfuggire ad una pressione fiscale mai vista. Più di 3 milioni sono i lavoratori non regolari e sono 11 milioni gli italiani che dichiarano di avere acquistato in nero, senza fattura, almeno una prestazione in un anno da strutture o professionisti della sanità. È, dice il Censis, un “out of pocket” fatto di soldi che girano dalle tasche dei pazienti a quelle dei professionisti sfuggendo alla tassazione.

IL SOMMERSO CONTRO LE TASSE
Gli Italiani che hanno acquistato in nero servizi per riparazioni o ristrutturazioni delle abitazioni sono 14 milioni. Il “sommerso” (altra espressione coniata anni fa dal Censis) è l’autodifesa più diffusa. È tutto un complesso di “rimedi”, è il “meccamismo omeostatico”: «una sorta di a-ciclicità socioeconomica del nostro Paese – scrive il Censis – a seguito di processi autoregolatori interni che di fronte alla segnalazione di shock esogeni, positivi o negativi, riportano la situazione in equilibrio».
Per essere processo reale, una ripresa, sottolinea il Centro, «ha bisogno di una intenzionalità e pratica di massa; vive di spinte sociali diffuse, di una moltiplicazione molecolare delle iniziative che devono esprimere energie sociali in cerca di un proprio percorso di crescita».
Le “caste” sono il bersaglio preferito. È vero, scrive il Censis, «che molte delle caste si sono delegittimate con comportamenti incoerenti, in molti casi illegali, di sicuro lontani dalle aspettative e anche dalla mission specifica del loro ruolo; tuttavia, è altrettanto indubbio che è cresciuta nel tempo una sfiducia sociale diffusa, radicata, che diventa incontenibile quando è in gioco la gestione del denaro pubblico».

I SOLDI PUBBLICI
La fiducia dei cittadini è particolarmente bassa nei confronti delle istituzioni locali e di tanti soggetti essenziali per il pieno dispiegarsi di un processo di sviluppo: il 79,3% non ha fiducia nella gestione del denaro pubblico da parte delle Regioni, il 70,9% non ha fiducia nella gestione del denaro pubblico da parte dei Comuni, il 56,9% nella gestione dell’Inps.
La nostra economia, dunque, non ha subito i danni della crisi con la stessa gravità di altri sistemi economici, ma allo stesso modo non beneficerà con altrettanta intensità dei vantaggi della ripresa.

RACCOMANDAZIONI E REGALINI
I dati del Censis dicono che 4,2 milioni di italiani, per ottenere un’autorizzazione o accelerare una pratica nella Pubblica amministrazione, si sono fatti raccomandare oppure sono stati aiutati da un parente o da un amico. In circa 800 mila hanno fatto un “regalino” per avere un favore (che, di solito, è il semplice riconoscimento di un diritto). In un anno, inoltre, circa 3,3 milioni di italiani hanno chiesto aiuto a un “soggetto di intermediazione”, cioè a un Caf, un patronato eccetera. Allo stesso tempo, quasi la metà degli italiani (il 45,3%) chiede il pugno di ferro contro i corrotti e il licenziamento dei finti malati; il 22,1% chiede che i dipendenti pubblici siano licenziabili come quelli che lavorano nel privato.

CONTRADDIZIONI
Affianco all’inefficienza e, non di rado, alla corruzione della Pubblica amministrazione (se si ha bisogno di raccomandazioni, regalini e mediatori, vuol dire che siamo ancora ai tempi delle seicentesche “grida” manzoniane e degli Azzeccarbugli), c’è più di un milione di società di capitali in grado di attirare risorse e agganciare la ripresa. Per questo le esportazioni sono cresciute generando un surplus commerciale di oltre 100 miliardi di euro nel 2014.
La crisi economico-finanziaria ci è stata scaraventata addosso dagli Usa (come periferia dell’impero dobbiamo pagare noi errori e debiti statunitensi) ma non ha trovato un corpo sano, un sistema come quello tedesco, per esempio.
Il Censis ci ricorda che siamo una società liquida che rende liquefatto il sistema. Senza ordine sistemico, spiegano gli analisti del Centro studi investimenti sociali, i singoli soggetti sono a disagio, si sentono abbandonati a sé stessi, in una obbligata solitudine. Tale estraneità porta a un fatalismo cinico e induce a una ulteriore propensione a vivere in orizzontale.

LE 7 GIARE
Il Censis ha coniato l’espressione “società delle sette giare”, cioè contenitori caratterizzati da una ricca potenza interna, ma senza processi esterni di scambio e di dialettica. Le “sette giare” sono:
1- i poteri sovranazionali,
2- la politica nazionale,
3- le sedi istituzionali,
4- le minoranze vitali,
5- la gente del quotidiano,
6- il sommerso,
7- il mondo della comunicazione.

INERZIA
Se si vuole evitare che la dinamica tutta interna alle sette giare porti a una perdita di energia collettiva, a una inerte accettazione dell’esistente, esse vanno connesse tramite una crescita della politica come funzione di rispecchiamento e orientamento della società, come arte di guida, riprendendo la propria funzione di promotore dell’interesse collettivo.

A CAVALLO DEL 1400…
Di fronte al problema del capitale inagito del Paese, il presidente del Censis Giuseppe De Rita ricorda il frate francescano Bernardino da Feltre, vissuto dal 1439 al 1494, il quale scrisse: «Moneta potest esse considerata vel rei vel, si movimentata est, capitale», cioè «la moneta può essere considerata una cosa oppure, se viene movimentata, capitale».
Quattro secoli prima di Marx, dunque, veniva usato il termine “capitale” in quanto “moneta movimentata”.
Presi dalla paura del domani, gli Italiani tendono a risparmiare il più possibile, accumulando, come abbiamo visto, un capitale enorme, che però, come dice il Censis, è “inagito”.

PA E POLITICANTI
Gli elementi che “congiurano” a nostro danno sono: una Pa da buttare e una politica incapace di collegare le “giare” tra loro.
Le risorse ci sono, le energie anche, ma non si riesce a decollare. Servirebbe una rinnovata e autentica volontà politica. Un miracolo, insomma.
Credo che non ci sarà alcun prodigio: avremo una ripresa lenta e molto dolorosa per le parti più deboli della società.
Giuseppe Spezzaferro

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