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I Lidi giocavano per fame noi per vizio, pardon, per malattia e lo Stato-croupier incassa

Il barone giocava e rigiocava, giocava ancora e perdeva. Lo scapestrato rampollo firmava cambiali a babbo morto: avrebbe pagato i debiti di gioco dopo aver ereditato i quattrini del padre. Terre e castelli passavano di mano in mano sul tappeto verde. Non era soltanto la sciantosa a far dilapidare il patrimonio di famiglia. Spesso gioco e donne andavano a braccetto per togliere al tapino fino all’ultima camicia. Tempi che furono? Il vizio del gioco continua a mietere vittime. Con qualche piccola differenza. A far girare la pallina nella roulette è lo Stato-croupier e oggi il vizio si chiama ludopatia e si cura come una qualsiasi altra malattia, a carico del Servizio sanitario nazionale. Uno alla volta tutti i vizi sono stato derubricati in malattie del corpo e/o della mente. Anzi è anche capitato che un vizio diventato malattia sia stato poi nobilitato in libero orientamento, in gusto personale, in esercizio della libertà personale.

NESSUN VIZIOSO
Così, se non esistono più i viziosi, non ci sono più neanche i virtuosi. Senza il vizio non c’è virtù. Sopravvive la differenza tra chi è sano e chi è malato. E c’è anche chi è diversamente sano. Tutto qua.
Non dobbiamo meravigliarci se non si vedono in giro grandi passioni (partita di pallone a parte), se non ci sono combattenti (tranne qualche eccezione) per un ideale, se l’unica cosa che conta sia la ricerca della felicità. Ma quale felicità? La crociera alle Canarie? l’auto dai mille optional? le mutande firmate? l’orologio che è lo stesso che vedi al polso di quell’attore? fumare spinelli, bere assenzio, sfrenarsi al buio con la musica a palla? Non vedo felicità in giro. Vedo gente scontenta arrabbiata invidiosa delusa angosciata. Quanti più sforzi si fanno per procurarsi la felicità, tanto maggiori diventano le incertezze e le insoddisfazioni.

SOLDI A PALATE
Ma lasciamo perdere. Torniamo al gioco. Oggi, dunque, lo Stato fa le carte e incamera miliardi di euro. Secondo i documenti ufficiali, nel triennio 2015-2017 lo Stato prevede di incassare dal settore giochi circa 36 miliardi. La malavita (mafie varie e criminali assortiti) in un anno incassa quasi 23 miliardi da scommesse e giochi d’azzardo illegali. Le cifre del bilancio statale sono verificabili, le altre sono, ovviamente, stime di esperti.
Il grande business (medici, specialisti, medicine etc. etc.) che generano le ludopatie si affianca agli altri affari che si combinano, per esempio, sulle tossicodipendenze. Pensate soltanto a quanti convegni fioriscono con esperti che arrivano da tutte le parti (spese pagate e gettoni di presenza) e si accomodano in prestigiose sedi con segretarie e hostess e pubblicazioni e traduzioni simultanee e coffee break e colazioni di lavoro e ricche cene e auto a disposizione e ricordino omaggio. E chi paga? Statene certi, paghiamo noi. Tutti noi, volenti e nolenti.

BUSINESS GLOBALE
In questa società fabbricasoldi, qualunque fatto (una tragedia familiare, un fenomeno di costume, una malattia…) diventa un business. Si fanno perfino convegni e gruppi di studio sul perché questa nostra società sia tanto cinicamente orientata a fare soldi senza rispetto per niente e senza pietà per nessuno.
Giocare è attività diffusa. Un tempo si puntava l’indice accusatorio contro il popolino napoletano che sognava di imbroccare un terno al lotto. Insieme con la pizza e il mandolino, la smorfia (una sorta di vocabolario dei numeri) era l’inconfondibile marchio napoletano. Da buon meridionale gioco anch’io. Da quando c’è il superenalotto, faccio parte del popolo dei giocatori. E gioco d’azzardo (soprattutto stoppa, briscola, domino e 7 e mezzo) nei giorni di Natale. Secondo i canoni correnti, non posso vantarmi di essere un giocatore. Ma non me ne lamento.

TRUCCO ANTICO
I soliti intelligentoni dicono che il gioco è uno strumento di distrazione di massa: la gente s’addanna nel gioco e non pensa ad altro, cosicché il Potere (sempre con la maiuscola e rigorosamente anonimo) fa quello che gli pare senza problemi. A parte il fatto che, se milioni di italiani invece di giocare volessero attaccare il Potere, non saprebbero chi e/o cosa colpire, lo Stato-croupier non è invenzione d’oggi. Nemmeno il trucco di distrarre la gente con il gioco è roba moderna.

LA TESTIMONIANZA DI ERODOTO
C’è un storico greco vissuto duemilacinquecento anni fa che narra una storia poco nota ai più. Nel primo libro delle Storie, Erodoto (che, per inciso, fu tra i fondatori di Thurii, città della Calabria nata sulle rovine di Sibari) racconta anche le vicende di un popolo indoeuropeo che abitava la terra di Lidia (regione oggi della Turchia) dal VII secolo a.C.
I Lidi, dice Erodoto, si vantavano di aver inventato il gioco.
Qui lascio la parola allo storico greco (Erodoto, “Le Storie”, Bur 1963) e copio quasi integralmente il testo:

«Al tempo di Atis, figlio di Mane, una tremenda carestia si sarebbe abbattuta su tutta la Lidia: per un certo tempo i Lidi avevano resistito a condurre la solita vita; ma poi, siccome la crisi non accennava a finire, s’erano dati a cercare dei rimedi. Così sarebbero stati allora scoperti i dadi, gli astragali (dadi con i punti su 4 facce; ndr), la palla e tutte le altre specie di giochi, tranne gli scacchi, dei quali i Lidi non rivendicano a sé l’invenzione. Ed ecco come si valevano di quello che avevano inventato contro gli stimoli della fame: per un’intera giornata, si davano al gioco, per non essere indotti a cercare il cibo; il giorno dopo, interrompevano i giochi e mangiavano. In tal modo sarebbero vissuti per diciotto anni».

CONOSCERE LA STORIA
Uno storico di 2.500 anni fa riporta un fatto accaduto ad un popolo di circa duemilaottocento anni fa, per cui appare evidente che l’unica via per comprendere ciò che ci accade (e che probabilmente ci accadrà in futuro) è la conoscenza del passato.
I Lidi inventarono i dadi per combattere la fame e da allora il gioco è sempre stato una parte ineliminabile del vivere sociale.
Il vizio non è una condanna del gioco, bensì del vizioso. Pardon, del malato.
Giuseppe Spezzaferro

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