Prima / ATTUALITÀ / Economia / Visco (Bankitalia): non c’è innovazione e ci deve aiutare la Germania

Visco (Bankitalia): non c’è innovazione e ci deve aiutare la Germania

Nonostante l’attivo sia calato, nel 2014, a 530,6 miliardi di euro (24 miliardi in meno rispetto al 2013), la Banca d’Italia eroga agli azionisti dividendi per 340 milioni di euro e allo Stato un importo di 1,9 miliardi. Lo ha annunciato a Roma il governatore Ignazio Visco, nel corso dell’annuale assemblea degli azionisti Bankitalia. La relazione letta a Palazzo Koch porta per tradizione il titolo di “Considerazioni finali” e delinea lo scenario economico-finanziario dell’Italia con rapide incursioni nell’economia globale.
In breve, il governatore ha parlato della vigilanza bancaria (messa in cattiva luce dai recenti imbrogli del MontePaschi), delle sofferenze bancarie, della mancata crescita italiana e della necessità di rafforzare l’Unione bancaria europea.

MERKEL, PENSACI TU
Intanto, la Banca d’Italia segue un programma di acquisto definitivo di titoli privati e pubblici che implica interventi quotidiani pari in media a oltre 450 milioni di euro. Dopo aver precisato che «la politica monetaria da sola non può garantire una crescita duratura ed elevata», Visco ha aggiunto che per la crescita «un contributo potrebbe essere fornito dai Paesi con debito più basso e finanze pubbliche più solide» ed ha auspicato una «rapida attuazione al Piano di investimenti per l’Europa».
In pratica, l’Italia non ce la fa, Bankitalia fa il massimo ma non è sufficiente, e perciò la Germania (sì, proprio quella della cattivissima Kanzlerin) da sempre “locomotiva dell’Europa” deve mettersi a tirare anche il treno-Italia, in ritardo sulla ripresa in atto.

LE IMPRESE ITALIANE NON FANNO RICERCA
Qui il governatore Visco deve ammettere che «l’attività innovativa è in Italia meno intensa che negli altri principali Paesi avanzati, soprattutto nel settore privato» e che è «molto inferiore, per le imprese italiane, la capacità di svolgere attività di ricerca e sviluppo al loro interno e di collaborare con università e altre istituzioni di alta formazione».
È la solita storia: in Italia tutti campavano (e molti ancora campano) con i soldi pubblici. I grandi “capitani d’industria” di casa nostra (a cominciare dagli Agnelli) piuttosto che nel proprio portafoglio hanno sempre preferito mettere le mani nelle casse dello Stato, cioè sui nostri soldi. La crisi e, soprattutto, i vincoli europei hanno ridotto (purtroppo non li hanno chiusi del tutto) i flussi di pubblico denaro verso le imprese private. La logica che ha reso vincenti questi “capitani” consiste in pratica nella prassi di “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”.

5 MILIONI DI EURO AI SINDACATI
Sono “capitani” che non scuciono un euro (tranne pregevoli eccezioni individuabili tra i medi e piccoli imprenditori) per la ricerca e per l’ammodernamento. Poverini, non hanno soldi da spendere per l’innovazione. Nessuno sborsa. Nemmeno i sindacati, i quali, per organizzare i corsi di formazione svolti da sindacalisti per i sindacalisti, hanno avuto dallo Stato 5 milioni di euro. Susanna Camusso, arrabbiato leader Cgil, ringrazia Matteo Renzi per la mancia ricevuta.
Visco, dunque, dopo aver dedicato quattro righe alle industrie che non innovano, disegna questo quadro: «La complessità del quadro normativo, la scarsa efficienza delle procedure e delle azioni delle amministrazioni pubbliche, i ritardi della giustizia, le carenze nel sistema dell’istruzione e della formazione frenano lo spostamento di risorse produttive verso le aziende più efficienti, uno dei principali meccanismi alla base della crescita della produttività. Una situazione, questa, aggravata dai fenomeni di corruzione e in più aree dall’operare della criminalità organizzata».

I CACICCHI NASCOSTI
Ecco fatto: la colpa è della mafia, di chi acciuffa bustarelle e dalla burocrazia nella Pa e nella Giustizia. Nemmeno una parola contro i cacicchi, cioè contro i direttori generali, i capi dipartimento, i presidenti, i funzionari direttivi, i quali tutti formano una casta ben più potente di quella politica, più forte della mafia, più radicata della massoneria e più reazionaria della chiesa.
Si potrebbe dire che lo stesso Visco sia un cacicco, ma di altro genere: luu è visibile, mentre i cacicchi sono quelli che comandano, ma che compaiono sui giornali soltanto quando la fanno davvero grossa. Sono illustri sconosciuti per il grande pubblico. E sono inamovibili. Molti restano al loro posto anche dopo aver superato l’età di pensionamento.
Il rottamatore Renzi spero abbia in animo di fare un po’ di pulizia. Al momento non li ha nemmeno sfiorati. Per qualche ora ha fatto incazzare i magistrati per la storia degli stipendi e delle ferie, ma la Corte Costituzionale ha rimesso tutto a posto e amen.

IL GOVERNATORE NON SI SBILANCIA
Visco non si sbilancia nemmeno a proposito del cosiddetto Jobs Act, l’intervento di Renzi sul mondo del lavoro, e dice: «Una valutazione compiuta degli effetti di questi provvedimenti è prematura; la dinamica dell’occupazione riflette ancora la debolezza della domanda e gli ampi margini di capacità produttiva inutilizzata».
Il governatore rimarca anche che c’è «il rischio, particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, che la ripresa non sia in grado di generare occupazione nella stessa misura in cui è accaduto in passato all’uscita da fasi congiunturali sfavorevoli».
Ritorna sulla necessità dell’innovazione auspicando un sostegno «in settori dove l’Italia ha tradizioni importanti ma carenze di rilievo e dove vi è ancora bisogno di un elevato contributo di lavoro, diversificato per competenze e conoscenze». Siccome nemmeno questo, se ci fosse, basterebbe, Visco rimarca che «una maggiore attenzione, maggiori investimenti pubblici e privati per l’ammodernamento urbanistico, per la salvaguardia del territorio e del paesaggio, per la valorizzazione del patrimonio culturale possono produrre benefici importanti, coniugando innovazione e occupazione anche al di fuori dei comparti più direttamente coinvolti, quali edilizia e turismo».

COMPRENSIONE PER LE BANCHE
Il governatore Bankitalia spezza anche una lancia a favore delle banche, spiegando che «alla fine del 2014 la consistenza delle sofferenze è arrivata a sfiorare i 200 miliardi, il 10% del complesso dei crediti; gli altri prestiti deteriorati ammontavano a 150 miliardi, il 7,7% degli impieghi». Le banche “soffrono” e non danno prestiti; comprano in grande quantità titoli pubblici facendosi prestare i soldi dalla Banca centrale europea e lucrando sulla differenza degli interessi.
Non possiamo aspettarci granché dalle banche, e allora? Visco cita due fatti. Il primo riguarda le compagnie di assicurazione che oggi hanno la facoltà di erogare prestiti e il secondo ha che fare con le proposte della Commissione europea «per la realizzazione di una Unione dei mercati dei capitali entro il 2019».
Bel progetto, ma ho molti dubbi. Pensate che per attuarle dovranno essere armonizzate a livello europeo le legislazioni in materia societaria, fallimentare e fiscale. Campa cavallo…

IGNAZIO L’OVVIO
Non poteva mancare qualche ovvietà; del tipo: «L’esperienza insegna che con direttive dall’alto difficilmente si individuano i migliori sentieri di sviluppo» oppure «Per legge non si produce ricchezza e non si creano posti di lavoro in modo sano o stabile» o anche «Non vi è mercato che funzioni in modo efficiente ed equo senza istituzioni che ne tutelino le regole del gioco e assicurino legalità e trasparenza; non vi è sviluppo solido e bilanciato senza le opere collettive che il mercato, da solo, non riesce a fornire».

L’ESEMPIO DEL FASCISMO
Negli Anni Trenta, il Fascismo aveva risolto il problema dell’equilibrio tra intervento pubblico e libertà del privato creando un istituto (l’Iri, Istituto per la ricostruzione industriale) e dando così vita ad una benefica economia mista.
Purtroppo, l’Iri nel dopoguerra era stato trasformato in un carrozzone che faceva anche panettoni, fino a quando, negli Anni Novanta, non venne liquidato dal supermanager Romano Prodi. Forse, sarebbe il caso di rimettere in piedi quell’istituto con la formula originaria, ma è assai improbabile che accada con l’antifascismo professionista che è sempre con le armi al piede.
Spero che un qualche professorone (uno di quelli, per intenderci, che sostenne il ripristino dei famigerati “cantieri scuola” cambiando il nome in “lavori socialmente utili”) si prenda la briga di inventare una sigla avvincente, meglio se americana, per una struttura tipo Iri.

Visco, comunque, la butta lì: «Ma nel valutare il ruolo pubblico nella prevenzione e risoluzione delle crisi, non solo finanziarie, vanno approfondite le ragioni che differenziano politiche volte ad attivare i meccanismi di mercato da aiuti di Stato distorsivi della concorrenza».
Ora aspettiamo a vedere sui media le diverse “letture” di queste Considerazioni finali.
Giuseppe Spezzaferro

Vedi anche

Shoah. Conte dice al Tempio: non ho paura del diverso

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sta velocemente emergendo come protagonista. Della serie: tra i …

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close