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La riforma della scuola e i forni di Matteo Renzi

Una riforma, qualunque essa sia, accontenta qualcuno e scontenta altri. Non è umanamente possibile riformare qualcosa con l’approvazione di tutti i soggetti interessati. La storia delle riforme in Italia racconta di allarmi tipo “è la fine del mondo”, di incendiarie manifestazioni di piazza, di scontri televisivi e di “aggiustamenti” finali. Anche la riforma della scuola voluta da Matteo Renzi, attuale presidente del Consiglio dei ministri nonché segretario del Partito democratico, sta creando scompigli. C’è un fronte sindacati-docenti-studenti molto chiassoso e assai agguerrito. Il fatto è che questa riforma dà ai presidi un potere giudicato “fascista”, non promuove tutti i precari e vincitori di concorsi (più o meno si contano 80 mila esclusi) e taglia il personale Ata (Amministrativi, tecnici, ausiliari).
In buona sostanza ci sono motivi ideologici e interessi concreti.

A MORTE I BARONI
Ho fatto il ’68 anche contro i baroni delle cattedre. All’università contestavamo l’okkupazione delle cattedre da parte di poche famiglie. Il nonno, il figlio, il nipote e affini vari ottenevano le docenze per meriti domestici e se le tramandavano in eredità. Dal ’68 ad oggi è cambiato poco. Ci sono ancora cattedre spartite tra padre e figlio, marito e moglie, zio e nipote, suocero e nuora e via familizzando, ma per mandare in frantumi un’okkupazione familistica è sufficiente una nota di cronaca oppure mandare un servizio in tv. Ai miei tempi era difficile perfino far pubblicare uno scoop. Ricordo, per esempio, le lettere di autoraccomandazione di tale professor Guarino (voleva venire all’università di Roma) i quale s’era fatto un nome perché denunciava pubblicamente le raccomandazioni che gli arrivavano. Posso ricordare male, ma non mi pare che la notizia avesse trovato spazio sui media. A non parlare di una denuncia per patrocinio infedele a carico del preside di Giurisprudenza del quale mò non mi viene il nome.

LA VITTORIA DEI CIUCCI
Insomma, i baronati universitari erano parte attiva e diffusa del sistema, così come i baronati di medicina, le parentele nei ministeri, nei tribunali etc. etc.
Il ’68 è stato anche quello del cosiddetto “6 politico”, che ha portato anche i ciucci a diplomarsi, ma io ero di un’altra parrocchia. Al Movimento studentesco di Giurisprudenza organizzavamo controcorsi di diritto privato, ci battevamo per la meritocrazia e contro i privilegi di casta. Mi avvio verso i settant’anni e sono tuttora convinto che la risposta a tutti i mali stia nel primato della meritocrazia. Se negli scranni del Parlamento, nelle cattedre universitarie, negli ospedali, negli uffici… se le persone arriveranno ogni dove in forza del merito, davvero sarà una rivoluzione.
La riforma della scuola della quale si sta tanto discutendo mira a promuovere i migliori e per questo ai presidi si vorrebbe dare il potere di assegnare le pagelle agli insegnanti (promuovendo o bocciando), di assumere per chiamata diretta gli insegnanti con l’esclusione dei parenti e di siglare contratti di assunzione triennale rinnovabili.
Per ridurre al minimo fisiologico le storture, i curriculum degli insegnanti saranno consultabili da tutti sul sito web della scuola. Chi ha voglia di approfondire (sono purtroppo convinto che pochi abbiano letto il testo del disegno di legge) può cliccare http://www.governo.it/governoinforma/dossier/labuonascuola/ e https://labuonascuola.gov.it/ oppure su http://www.uil.it/uilscuola/sites/default/files/testo_del_disegno_di_legge_approvato_dallaula.pdf può leggere il testo licenziato dai deputati.

LA LEZIONE DI TOTO’
È probabile che rivedremo vecchi film con capiufficio dispotici e vessatori, e/o remake di “Siamo uomini o caporali” (grande Totò!) e le cronache parlerebbero di persecuzioni ad opera di un preside “comunista” nei confronti di un professore “fascista”, ma la riforma assicurerebbe nei grandi numeri una maggiore responsabilità da parte di quegli insegnanti che, come ho già avuto modo di scrivere, fanno scuola a strazz’e petazz, cioè senza entusiasmo, diciamo così.
In questo momento, ricordiamocelo, non c’è niente di deciso. Il testo approvato dalla Camera deve passare al vaglio del Senato.

PARTE LA NAVETTA
È la solita storia: a Palazzo Madama il testo sarà mutato, per cui dovrà tornare a Montecitorio. Tra quelli che dicono di volere l’abolizione del Senato, ce ne sono parecchi che sperano negli aggiustamenti votati dai senatori. La cosiddetta “navetta parlamentare” farebbe slittare la legge a dopo le regionali con tutto quel che ne potrebbe conseguire (Renzi aspira a vincere in 6 Regioni su 7 e, se gli riesce, cancellerà le opposizioni interne e castrerà quelle esterne).
Intanto, il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha vaticinato che al Senato «i pilastri della riforma non saranno toccati», ma Pier Luigi Bersani (che non si è mai curato il dente avvelenato contro Renzi) a nome dell’opposizione nel Pd ha sottolineato che «tutti vedono i problemi aperti: poteri del dirigente scolastico, discriminazioni tra precari».

PRIME SCARAMUCCE AL SENATO
La battaglia al Senato è cominciata con un’irruzione tentata dall’opposizione nella commissione Istruzione (prima tappa dell’esame del testo di legge) dove hanno provato a inserire Maria Mussini (M5s). L’operazione è stata bloccata dal presidente Pietro Grasso per cui i cinquestelle hanno annunciato «un Vietnam» in aula.

PRESIDENTE SENZA SCRUPOLI
Qualche annotazione la debbo fare in merito alla strategia di Matteo Renzi. Meglio di tante parole, parlano i fatti.
Primo: la legge anticorruzione è stata approvata con i voti della maggioranza e di Sel, con l’astensione della Lega e il voto contrario di Forza Italia e Movimento 5 stelle.
Secondo: la legge sui delitti contro l’ambiente è stata approvata dalla maggioranza, da Sel e da M5s, con l’astensione della Lega e il voto contrario di Forza Italia.

In pratica, Renzi non guarda in faccia a chi gli dà i voti per far approvare le leggi o a chi si astiene. La politica dei due forni (la Dc che prendeva i voti a destra e a sinistra secondo le circostanze) è bella che superata. Ora i forni sono tanti e Renzi li usa tutti (nell’attesa di farne uno solo e tutto suo).
Giuseppe Spezzaferro

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