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Istat, l’indice di deprivazione è l’11% in Italia e il 25% al Sud

«L’indicatore di grave deprivazione materiale è in calo per il leggero miglioramento nei livelli di reddito disponibile delle famiglie e la dinamica inflazionistica più favorevole». Lo scrive l’Istat nella 23esima edizione del Rapporto sulla situazione del Paese. L’Istituto nazionale di statistica ha scattato una fotografia delle condizioni socio-economiche italiane facendo parlare numeri e percentuali, per cui l’indicatore di deprivazione misura il tasso di esclusione sociale così come è determinato da scarsa disponibilità monetaria. Il calo di questa percentuale è una buona notizia: era salito al 14,5% nel 2012 ed è sceso all’11,4% nel 2014. L’indice è in pratica tornato ai livelli del 2011. Ma nella media.

In realtà, quell’11,4% è quasi triplicato tra le famiglie che vivono in affitto (per l’esattezza è al 31,4%) ed è più che raddoppiato tra quelle con tre o più minori (29,4%), con cinque componenti e più (25,5%) ed è al 25,3% per i residenti nel Mezzogiorno.
La media nazionale è bassa perché le situazioni di grave deprivazione sono meno pesanti per le famiglie composte da due o tre componenti, per le coppie senza figli o con un figlio e tra le famiglie con anziani che vivono soli o in coppia.
L’indicazione è precisa: se volete stare meglio scappate dal Sud, non fate figli e, soprattutto, organizzatevi in modo da tenere in casa un anziano pensionato.

NAPOLI-BARI-PALERMO
L’Istat identifica anche i territori del disagio nei gruppi urbani del Mezzogiorno, mettendo in testa la conurbazione napoletana, l’area urbana di Palermo e alcuni sistemi dell’hinterland di Bari.
Nelle aree a forte disagio vivono oltre 4,8 milioni di abitanti con una densità media di 1.240 persone per km2. È una popolazione più giovane della media e con una forte prevalenza di nuclei familiari numerosi. L’Istat sottolinea che «le dimensioni socio-economiche sono fortemente critiche, in particolare per quanto riguarda gli indicatori del livello di istruzione e del mercato del lavoro».

Ma non è che gli altri centri urbani meridionali (ospitano 4,7 milioni di individui) stiano meglio. «Dal mercato del lavoro – leggiamo nel Rapporto 2015 dell’Istituto di statistica – emergono segnali di criticità e si delinea una complessiva staticità che, in un contesto globale di forte competitività territoriale (molte realtà sono anche importanti porti nazionali), rende queste città incapaci di gestire le rendite maturate in passato».

I 6,8 milioni di residenti in centri medio-piccoli rurali o litoranei meridionali stanno un po’ meglio rispetto a chi vive nei territori del disagio e ai 4,1 milioni che vivono nel Mezzogiorno interno, cioè lungo la dorsale appenninica tra il Lazio interno e la Lucania, in Calabria, Sicilia interna e Sardegna centrale. Si tratta di territori che si stanno spopolando da decenni (la percentuale di case non occupate è superiore al 60%), con popolazione anziana e mercato del lavoro asfittico.

I PART TIMER INVOLONTARI
Al Sud è più diffuso il part time involontario, cioè non scelto dal lavoratore ma imposto dall’azienda. Si tratta di lavori svolti nei cosiddetti orari “antisociali”, cioè di sera, di notte o nel weekend. Nel caso del lavoro di domenica, tra i part timer involontari con lavoro atipico l’incidenza supera quella degli occupati a tempo pieno (22% contro il 19%).

Inoltre, le famiglie residenti nelle aree del Sud e delle Isole hanno maggiori difficoltà nell’accesso ai servizi. Per l’accesso ai pronto soccorso, ai presidi delle forze dell’ordine e agli uffici comunali, le situazioni più gravi si riscontrano nei territori del disagio e nei centri urbani meridionali.
Credo che l’indice di deprivazione dia meglio l’idea della condizione meridionale. Dire che al Sud domina la disoccupazione e che più della metà dei giovani sono senza lavoro non dà l’esatta dimensione di come stia tuttora il Mezzogiorno d’Italia, dopo decenni di parole e di promesse.
Giuseppe Spezzaferro

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