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La Gran Bretagna fuori dall’Ue sarebbe una fortuna per tutti

Nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, il governo resta nelle mani del “Conservative and Union Party” (Partito conservatore e unionista). Con la solita dose di approssimazione, i politologi di casa nostra lo classificano nel centrodestra, per cui il successo del leader David Cameron viene letto come un’anticipazione del ritorno al potere di Silvio Berlusconi. Secondo la medesima logica, i circa 4 milioni di voti (3.881.129 per l’esattezza) dell’Ukip (“United Kingdom Independence Party”, Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) sono valutati di buon augurio per i leghisti italiani e per tutti gli altri euroscettici.
Faccio semplicemente rilevare che il “Partito Conservatore” (com’è comunemente chiamato) ha rastrellato 11.334.920 voti, un numero che richiama ad una più potente realtà politica. Tanto potente che il vincitore ha subito ribadito l’impegno di indire entro il 2017 un referendum affinché il popolo possa decidere se restare nell’Unione europea oppure uscirne.

L’INTERVENTISMO BRITANNICO
Per quanto possano contare le speranze, mi ostino a vagheggiare l’uscita dell’UK dalla Ue. L’interventismo britannico al di là della Manica ha costantemente mirato alla frammentazione del quadro europeo. Popoli europei in lotta fra loro hanno rappresentato la migliore garanzia per l’indipendenza e la sovranità della corona inglese.

DAI TEMPI DI CESARE
Dopo le incursioni di Cesare in Britannia (nel 55 e nel 54 a.C) le tribù isolane mandarono guerrieri in Gallia per sostenere la rivolta contro Roma. Da allora, Londra si è “premurata” in ogni occasione di applicare il “divide et impera” per impedire la creazione di una potenza europea che ne potesse minacciare il dominio. Anche come membro dell’Unione europea, la Gran Bretagna ha continuato a rallentare la marcia dell’Europa verso l’unificazione. Aver mantenuto in piedi la sterlina, rifiutando l’euro, e aver danneggiato l’Europa, servendo in ogni circostanza gli interessi statunitensi, dimostrano inequivocabilmente la non-europeità inglese.

SONDAGGI FASULLI
Tornando alle elezioni, sono due gli elementi di novità. Il primo è nella notizia delle cause milionarie annunciate dai grandi network che si sono fidati degli istituti di sondaggi (e ci sono cascato anch’io) secondo i quali conservatori e laburisti erano in sostanziale parità. Per la cronaca, i voti laburisti sono stati 9.344.328, circa due milioni in meno rispetto al bottino conservatore.

SNP
Il secondo elemento di novità ce lo danno i 1.454.436 voti dello “Scottish National Party” (Snp); cioè circa la metà dell’elettorato scozzese ha votato per l’indipendenza. Su 59 collegi scozzesi, i candidati Snp ne hanno conquistati 56, togliendone più di 40 ai laburisti.
Il risultato elettorale (grazie alle leggi vigenti David Camerun s’è accaparrato 331 seggi e, nonostante i circa 4 milioni di voti, l’Ukip ha avuto un solo seggio) ha scatenato coloro che chiedono modifiche in senso proporzionale.

Quello che dovrebbe apparire chiaro è la stupidità, diciamo così, di chi insiste a fare paralleli con l’Italia. Altrettanto chiaro il fatto che il cosiddetto voto di protesta non raccoglie in genere grandi numeri.
Giuseppe Spezzaferro

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