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Paolo Ferrero, così il nazismo ritorna al potere

Un’ora e mezzo per cambiare, almeno in parte, la faccia dell’Italia. Tanto è durato infatti il Consiglio dei ministri che ha approvato due disegni di legge: uno che costituzionalizza il pareggio di bilancio e un altro che trasferisce alle Regioni le competenze delle Province, tappa essenziale per la loro cancellazione. Riuscirà il Parlamento a varare queste leggi? Si vedrà; ma è noto che in questi ultimi anni sono state create altre Province e che ne sono state proposte circa una cinquantina di nuove. Da ciò si evince che gli interessi territorial-elettorali sono forti e che non cederanno facilmente il passo. Se si interpellano le associazioni tipo l’Unione delle Province, esse disegnano uno scenario da tregenda. Il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, ha preconizzato: «Ci sarà un aumento dei costi della politica e si creerà un caos istituzionale». Annunci di mobilitazioni e di barricate si accompagnano alle levate di scudi di parecchi politicanti.

Il beneficato governatore della Puglia, l’aspirante leader Nichi Vendola, ha pontificato: «L’abolizione delle Province non risolverà niente. Sarebbe invece necessario agire sui sottosistemi del potere dello Stato, laddove si consumano davvero le risorse».
Avremo uno scontro tra abolizionisti e antiabolizionisti? Si vedrà anche questo; ma è improbabile che lo vedremo in questa legislatura. Il governo dovrà inventare qualcosa da barattare. Non c’è da scandalizzarsi; è la politica. E uno dei cardini sui quali ruota è lo scambio: io do una cosa a te, tu dai una cosa a me. Troveranno poi i ghostwriters le espressioni atte a nobilitare lo scambio. Fioccheranno dichiarazioni sul senso di responsabilità, sull’amore per il bene comune, sul rispetto della volontà del Parlamento e via edificando.

L’altra decisione, quella di introdurre nella Costituzione il principio del pareggio di bilancio, anch’essa, diciamo così, “storica”, non è detto che diventerà legge nei tempi stabiliti. Il Consiglio dei ministri ha stabilito che il vincolo dovrà entrare in vigore dal 2014 in poi. È vero che qui le resistenze sono di minor conto (nessuno vuol fare la figura di spendaccione davanti alla pubblica opinione) ma non è detto che non aumentino fino al momento del voto. Che non sarà comunque veloce. I due ddl sono di rango costituzionale ed hanno un iter legislativo che raddoppia o quadruplica i tempi soliti, già lunghi di per sé. La soppressione della Provincia quale ente locale statale così come la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio non le vedremo, insomma, nell’immediato domani.

A proposito dell’equilibrio tra entrate e spese, ci è giocoforza ripeterci: la fantasia dei politicanti è tale che nessuna norma si salva da violazioni e inadempienze. Non dimentichiamo che la Costituzione vigente prevede il divieto di fare spese senza copertura e che ciononostante, usando “previsioni” di entrata e trucchi vari, il pubblico indebitamento è diventato quello che è.
Il testo partorito a Palazzo Chigi stabilisce che «non è consentito ricorrere all’indebitamento, se non nelle fasi avverse del ciclo economico nei limiti degli effetti da esso determinati, o per uno stato di necessità che non può essere sostenuto con le ordinarie decisioni di bilancio». È una combinazione di una cassaforte difficile da scassinare per chiunque di noi, ma non per la cosiddetta classe politica. Com’è stato agevole dimostrare i “particolari motivi di gravità e urgenza” per poter ricorrere ad un decreto legge, così domani vedremo il vincolo di bilancio allentarsi alla bisogna.

Il superministro dell’Economia è andato molto opportunamente oltre i numeri. «Il pareggio di bilancio – ha detto Giulio Tremonti – non sarà solo un criterio contabile ma un principio ad altissima intensità politica e civile».
Il rifondazionista Paolo Ferrero, invece, intravede una nuova notte dei lunghi coltelli: «Per combattere la crisi occorre stroncare la speculazione finanziaria, mettendo regole ferree al capitalismo finanziario, non certo imporre un assurdo pareggio di bilancio che ricalca le politiche recessive fatte in Europa dopo la crisi del ‘29 e che hanno portato il nazismo al potere».
Ah!, estremismo malattia senile del rifondazionismo!
Qualche voto Ferrero lo può in questo modo rimediare (di NoTav e analoghi ce n’è abbastanza in giro) ma soltanto per occupare un cadreghino e non per altro.
Giuseppe Spezzaferro

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