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Banchieri e manager all’assalto del Palazzo

Non è una novità la pletora di aspiranti al comando decisi ad evitare il setaccio elettorale. C’è chi vuole passare direttamente dalla cattedra universitaria alla poltrona ministeriale e c’è chi intende saltare dalla presidenza del consiglio d’amministrazione alla presidenza del Consiglio dei ministri.
Corteggiati, adulati, invocati, questi gloriosi rappresentanti della cosiddetta società civile (com’è noto, la società politica è incivile) scalpitano e mordono il freno rassomigliandosi presuntuosamente a quei cavalli di razza che caracollarono per più di mezzo secolo sulle terre d’Italia (e sulle teste degli italiani).
Immaginano, i tapini, di riuscire a risolvere in un battibaleno problemi irrisolti da decenni. Hanno in tasca le ricette che per anni hanno fatto mandare a memoria agli studenti affinché fossero forgiati a loro immagine e somiglianza. Portano in cartella i diagrammi dell’azienda, illudendosi di poterli applicare ad un intero Paese. Chi li intervista lo fa in ginocchio o addirittura prostrato dinanzi a cotanta sapienza. Loro dispensano giudizi e consigli, lanciano moniti e allarmi, indicano strade e strategie. Non c’è niente che li faccia ammutolire. Danno con decisione la risposta giusta quando ci sono da commentare fatti già avvenuti. Se si chiede loro un commento su ciò che accade o che potrebbe accadere, accompagnano la risposta a volte con un sorriso intelligente, altre con una smorfia di preoccupazione. E stanno bene attenti ad essere sufficientemente ambigui dimodoché l’oracolo sia adattabile a ciò che avverrà. Alternano i no comment a battute spiritose, aspettano una candidatura con la mente attenta a scegliere quella vincente, proclamano disponibilità e dedizione.

Il modello principe resta Romano Prodi, il professore democristiano, manager di Stato, liquidatore insigne, due volte vincitore su Berlusconi. Gli altri, i banchieri e i magistrati assurti alle somme altezze repubblicane, non reggono al confronto. Sono riusciti, questo sì, a sedere sulle ambite poltrone del potere politico, il più delle volte senza aver bisogno di farsi eleggere dal popolo, ma non hanno inventato niente.
A chi gli faceva presente che Cesare disponeva di numerose legioni, il grande generale Pompeo pare avesse risposto che a lui bastava battere il piede in terra perché sorgessero legioni a lui fedeli. A Prodi è bastato aprire il faccione in un plateale sorriso per far nascere partiti, coalizioni, alleanze. Ha compiuto raffinati giochi di prestigio, ma non gli è riuscito l’incantesimo di governare. Qualche dote gli manca.

Un banchiere come Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit, di quali doti politiche dispone? Il presidente della Fondazione Banco di Sicilia, Giovanni Pugliesi, assicura che «è una persona intelligente, capace, colta e del mestiere». Quale mestiere? Unicredit non s’è forse trovata in cassa titoli tossici per 22,4 miliardi di euro? Sarebbe interessante scoprire l’origine della posizione fideistica espressa dal vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei: «Non so cosa voglia fare da grande. Ha già dimostrato di essere bravo e, qualunque cosa faccia, sono sicuro che la farà bene».

Profumo über alles, insomma. Bombassei ha anche affermato: «Dobbiamo guardare alla Germania che è un po’ il primo della classe in Europa; come a scuola si copia dal primo della classe», per cui non è proprio un portatore sano del verbo. Viaggia su una lunghezza d’onda parallela o giù di lì con quella di Luca Cordero di Montezemolo, altra speranza di rinnovamento (per lui, non certo per noi).

Un po’ distante ma senza esagerare ritroviamo un altro aspirante: il professor Mario Monti, impiegato della Goldman Sachs, la banca d’affari internazionale per antonomasia. Interpellato, Monti non si scompone. La sua autorevolezza è indiscussa nel mondo. Ieri ha detto che «ci sono problemi nell’Eurozona e credo che quelli possano essere superati». Poi ha aggiunto: «Penso che da parte dell’Italia ci sia in questo momento una grande necessità di avere un comportamento responsabile».
Che vuol dire? Lo spiega il suo collega americano, Nouriel Roubini, professore di Economia all’università di New York: «I mercati finanziari sono preoccupati per la credibilità del governo. Credono che la leadership sia compromessa a causa dell’incertezza politica». Ah, la chiarezza yankee! Tutto quadra.
Giuspe

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