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Da Calatafimi a Montecitorio: la lunga guerra delle pensioni

È come fosse una Calatafimi. Le schiere irregolari dei combattenti per l’Italia arrancavano faticosamente lungo i pendii del monte, bersagliati dalle truppe borboniche. Sembrava una battaglia persa in partenza: il nemico godeva di una posizione invidiabile, era ben armato e prevalente anche nel numero. Eppure la montagna fu scalata e presa d’assalto.
La battaglia per le pensioni ripete lo schema: il governo è ben arroccato, ottimamente nutrito ed equipaggiato di tutto punto. Le falangi armate che lo sostengono godono di fiorenti conti in banca e del sostegno del grande capitale apolide e plurilingue. Opportunamente puntati come grossi calibri, i conti pubblici minacciano terribili devastazioni, il popolo dei lavoratori è investito da un ukase che pretende la resa senza condizioni. Confusi ed affascinati dai deodoranti e dai maquillage dei nuovi padroni, frastornati dagli incerti messaggi degli eroi di Gallipoli, ingannati da falsi difensori dei diritti acquisiti, gli Italiani avvertono ciononostante che di nuovo tocca gridare “qui si fa l’Italia o si muore“. E vincere.

STATO SOCIALE ASSEDIATO
Già il fronte del no alla definitiva cancellazione dello Stato sociale si va allargando. A mano a mano che gli strateghi governativi elaborano sondaggi per seminare ulteriori elementi di confusione e, soprattutto, di divisione nel campo che intendono sbaragliare una volta per tutte, più forti gridano le voci che chiamano a raccolta. Intanto le manifeste intenzioni di desertificare gli apparati statali per fare posto agli open-space dei replicanti newyorkesi spingono verso l’esodo migliaia di pubblici dipendenti. In più di 230 mila hanno già chiesto di andare in pensione.

UIL
Giancarlo Fontanelli, segretario confederale della Uil, ha subito richiamato l’attenzione sul fenomeno migratorio: «Chi se ne va via, purtroppo, sono i migliori, i più professionalizzati, che si possono riciclare sul mercato. Col bel risultato di danneggiare l’efficienza e la produttività della Pubblica amministrazione».
Circa 80 mila richieste di prepensionamento, secondo l’Inpdap (Istituto previdenziale dei dipendenti statali) sono già state accolte.

Adriano Musi, altro autorevole esponente Uil, ha detto: «Non credo che gli esponenti di governo siano impreparati o sprovveduti; né dico che sono in malafede per difendere gli interessi che sono dietro la previdenza integrativa ma la tecnica delle dichiarazioni e delle smentite è utilizzata ad arte per capire quali sono le proposte sulle quali i sindacati si arrabbiano di meno».

CISNAL
La Cisnal, pur stretta nel guado dagli “amici governativi”, è più dura. Il segretario nazionale dei pensionati, Corrado Mannucci, richiama l’attenzione: «Quello che mi meraviglia è che i lavoratori attivi non siano coscienti del pericolo che stanno correndo. Anni fa la pensione era calcolata sull’ultimo anno di lavoro, poi sugli ultimi tre, adesso sugli ultimi dieci. Ed il progetto è di calcolarla sull’intera vita lavorativa. La pensione non è una regalia ma è una retribuzione differita nel tempo».

E Mauro Nobilia, segretario generale della Cisnal, va al nocciolo della questione: «Non si possono condannare agli stenti 7 milioni di cittadini in pensione che percepiscono un assegno mensile di 650 mila lire».

Forse il governo del Grande Comunicatore riuscirà a fare ciò che era da tutti giudicato impossibile: mettere insieme, nella stessa trincea, spalla a spalla, sindacati che sono sempre stati in guerra fra loro.
Giuseppe Spezzaferro

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