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Fascisti, brigatisti e agenti segreti: il sequestro Moro secondo Adinolfi

«Tra il burattino e il protagonista la linea di separazione è sottilissima». Credo sia in questa considerazione la chiave di lettura di “I rossi, i neri e la morte”, il secondo (in ordine di tempo) romanzo storico di Gabriele Adinolfi, edito da Soccorso Sociale.
Ho avuto tra le mani il testo a poche ore dalla prima uscita, ma m’è servito tempo per digerirlo. Quella sottilissima linea di separazione tra chi è manovrato e chi manovra, tra chi crede di strumentalizzare ed è strumentalizzato, tra chi agisce con spregiudicatezza senza essere correttamente spregiudicato e chi gioca al massacro facendosi massacrare, è proprio quella linea a rendermi il libro di difficile digestione. Come uno di quei pranzi di nozze sui quali calavano come lava dal Vesuvio antipasti, timballi, lasagne, carni, pesci, fritti, dolci e fiumi di vini e digestivi, il libro di Gabriele è farcito con una miriade di persone e fatti veri cotti a puntino in un calderone di invenzioni. Nel classico romanzo storico, però, poco importa al lettore conoscere la verità su Robin Hood e Riccardo Cuor di Leone. La trama è vieppiù avvincente in quanto è ad alto tasso di credibilità grazie alla Storia, quella con la esse maiuscola, che le fa da sfondo. Molti film devono il loro successo perché “tratti da una storia vera”. Lo spettatore si fa coinvolgere al massimo, se gli si dice che sta vedendo un fatto realmente accaduto.

FANTASMI DEL SESSANTOTTO
Sono stato uno dei tanti del Sessantotto e ho conosciuto e frequentato qualcuno dei combattenti citati nel libro. Di uno in particolare, di Walter Spedicato, conservo una fortissima e cara memoria.
Mi hanno riportato indietro negli anni perfino alcuni dei personaggi inventati da Gabriele. È che ci sono persone, come dire?, fatte in serie, per cui hanno un’identità indipendente dall’essere accidentalmente francesi o italiani, guardie o banditi.
Quando Gabriele scrive di «compagne che s’incapricciano di fascisti» e ne disegna i tratti, io rivedo una compagna di Potere Operaio che s’era attaccata a me con un feticismo possessivo che bastava poco a trasformare in rabbiose e, purtroppo, circostanziate minacce, in quanto la gelosissima signorina era anche la nipote prediletta di un pezzo grosso dei servizi.
M’è anche venuto in mente un tal Kaminski che un giorno s’era presentato come inviato di Arafat e che scoprimmo essere un agente provocatore.
Mi fermo qui, sennò invece di parlare del libro di Gabriele finirei a fare l’imitazione del Numero Uno di Alan Ford.

BANDA DELLA MAGLIANA E BANDA STERN
Nel romanzo c’è «il cantante famoso vende la Skorpion ad un commissario di polizia», c’è «il compagno Valerio, del servizio informazione di Autonomia, figlio di uno stretto collaboratore del ministro dell’Interno del governo ombra del Partito comunista», c’è la Dama Scarlatta «vedova di un docente universitario israeliano» e ci sono la banda della Magliana e la banda Stern, il bar Tortuga e il Vaticano; e ancora: Terza Posizione, Acca Larentia, Nar, Cei, Moro, Walter.
In una pagina si parla dello scontro tra il partito di Rockfeller e quello di Rothschild e in un’altra della «logica demenziale della pulizia etnica» per cui i compagni assassinano i camerati. C’è il «compagno Armand, un rivoluzionario che lavorava nei servizi» e, alla data del 4 aprile 1978, compare «Giorgio Napolitano, il delfino dell’ineffabile Giorgio Amendola, il quale partì per gli Stati Uniti su invito di Kissinger». Ci sono «gli americani che contano di sfruttare i comunisti che contano di sfruttare gli americani».

STRAGI E ATTENTATI
Nel periodo raccontato dal libro non si risparmiò sul sangue, tant’è che Gabriele annota: «Intanto le azioni diversive continuavano. Un rapporto ufficiale avrebbe calcolato per i primi tre mesi del 1978 la bellezza di 916 attentati: il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente che già era stato impressionante».
Il sequestro e l’esecuzione di Aldo Moro diventano quasi un pretesto per raccontare come i servizi segreti, da Washington a Tel Aviv, svolgessero funzioni di primo piano nella “stagione del terrorismo”, come tra Parigi e Roma ci fosse un legame stretto tra “circoli” (massoni, radical-chic etc.) e “rivoluzionari” di tutte le sponde.

PARIGI-ROMA-PARIGI
Troviamo una compagna «inviata alla succursale romana della Scuola (l’Hypérion; ndr), da poco aperta nel Ghetto e non lontana dall’Ambasciata francese» e Henri Curiel, ucciso a Parigi il 4 maggio del 1978, un personaggio per il quale ci vorrebbe un libro a parte. E mi hanno colpito la spiegazione della strage dell’Italicus (4 agosto 1974), «concepita – scrive Gabriele – per sopprimere Moro», e i riferimenti all’«allontanamento» di Domenico Migliorini, questore di Roma, sostituito da Emanuele De Francesco, a causa dell’uccisione di Giorgiana Masi il 12 maggio 1977.

FASCISTI E BR
Per quanto riguarda l’universo fascista, mi limito a citare alcune brevi frasi che mi trovano del tutto d’accordo. Scrive Gabriele: «…i fascisti sono incoscienti», «fascisti si nasce e si nascerà sempre», «…il fascismo, si sa, è una malattia infettiva e si contrae per contagio…».
Per le Br, cito due brani.
Il primo: «All’esasperazione degli omicidi dei nostri si andrà probabilmente ad aggiungere l’ammirazione per l’efficacia delle Brigate Rosse con il desiderio di imitarle. Temo che si stia producendo una scissione immaginaria: da un lato quelli che assassinano noi sono zecche ma dall’altro i brigatisti che attaccano lo Stato sono guerrieri da imitare».
Il secondo: «In quanto all’improvvisazione dei brigatisti, contrariamente a quanto si crede, è fenomenale. Se pensi che il Comandante ha affittato il suo covo in un immobile che appartiene ai servizi segreti e proprio di fronte all’appartamento di un sottufficiale del Sismi! E tanto per non farsi notare l’ha affittato con un falso nome che è quello di un attaccante della Nazionale; della serie “come non dare nell’occhio”. Senza il nostro aiuto questi non andrebbero da nessuna parte».

CESARE, LABIENO E VERCINGETORIGE
Condivido anche le stilettate contro «la pornografia dell’antisemitismo», contro gli «impiegati della rivoluzione lenta, da non farsi comunque mai prima di dopodomani» e le considerazioni sul partito armato, che «è appunto un partito armato, ovvero guerriero per indole ma politico per logica e vocazione. Se non c’è questo a monte, si va allo sbaraglio».

Annoto da ultimo, in cauda venenum, una lettura “deformata” del De bello gallico. Scrive Gabriele: «La Guerra Gallica si concluse perché Labieno si trovò provvidenzialmente sulla via di fuga di Vercingetorige…». Labieno fermò la sortita dei Galli da Alesia su ordine di Cesare. Perciò quel “provvidenzialmente” mi sta bene se significa “grazie alla provvidenza di Cesare”.
Giuseppe Spezzaferro

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