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A Mattarella piace vincere facile con una mezzoretta di ovvietà

Sergio Mattarella, nuovo presidente della Repubblica per volontà di Giorgio Napolitano, si è impegnato ad essere un arbitro imparziale. Ha detto testualmente in Parlamento: «L’arbitro deve essere – e sarà – imparziale. I giocatori lo aiutino con la loro correttezza».
Bella forza. È il sogno di tutti gli arbitri: una tranquilla partita senza falli, senza spintoni, senza sgambetti, senza proteste. Un noto spot televisivo chiede: «Ti piace vincere facile?». A Mattarella non c’è bisogno di chiederlo.
Nella mezzoretta di messaggio nel giorno del giuramento, il neopresidente ha infilato le cose più ovvie e tutti hanno applaudito come fossero state rivelazioni di un profeta. Mattarella ha citato i giovani senza lavoro, i vecchi, le donne, i malati, le scuole che non funzionano, i monumenti e quant’altro.

TERRORISMO A SENSO UNICO
Parlando delle minacce del terrorismo è andato a pescare un episodio del 1982, ignorando tutti gli altri. Perché non ha cominciato dal 1972, quando agenti israeliani assassinarono a Roma il palestinese Wael Zuaiter? È evidente che il nuovo capo dello Stato guardi soltanto da una parte, così come da istruzioni statunitensi.
Se andiamo a scorrere gli interventi degli undici presidenti che hanno occupato il Quirinale prima di Mattarella, troviamo gli stessi temi, anche se cambiano gli stili.

GIOVANNI LEONE
Il 10 maggio del 1955, per esempio, il presidente Giovanni Leone parlò della Costituzione e dell’attività parlamentare usando una costruzione sintattica che oggi si fa fatica a seguire. Leggete per credere: «Ma il prestigio di un istituto non si impone, si conquista. E per conquistarlo occorre: affinare gli strumenti del nostro lavoro – già, per altro, dalla Costituzione e dalle modifiche apportate al nostro regolamento notevolmente a tale scopo adeguati – per renderli sempre più idonei alla sollecitudine che i vari problemi, nel ritmo accelerato della vita attuale, reclamano; apprestare mezzi adatti a rendere l’attività legislativa sempre più sensibile al rigore tecnico, senza soffocarne l’ispirazione sociale; aumentare la nostra operosità, già notevole e non priva di sacrificio, e, purtroppo, non sufficientemente conosciuta ed apprezzata; dimostrare la nostra dedizione agli interessi del paese, non solo nella sostanza del nostro lavoro, ma anche nella spontanea accettazione di un costume di reciproca tolleranza».

Però, dicono i laudatores, il discorso di Mattarella è stato incentrato molto sul “sociale”, ha trattato i problemi della gente. E io chiedo: dove sta la novià?

FRANCESCO COSSIGA
Il presidente Francesco Cossiga, il 3 luglio del 1985 dichiarò fra l’altro: «Il mio saluto va a chi insegna e studia nelle università e nelle scuole; chi scrive, stampa, legge; chi cura il male o il male soffre negli ospedali, chi patisce la disoccupazione, l’emarginazione, il carcere, chi prega nelle chiese e nei templi. Questa gente, la nostra gente, ha fatto e fa l’Italia, e di questa gente lo voglio essere il presidente, sono uno di loro che la Costituzione e il Parlamento ho posto tra loro, a lavorare con loro e per loro in questo impegno mi guidi una retta coscienza e l’aiuto di Dio…sarò il Presidente della gente comune…».

È vero, insistono i parteggiatori, ma Mattarella ha fatto un grande richiamo alla resistenza contro il nazifascismo…
Embé?

GIUSEPPE SARAGAT
Il 29 dicembre del 1964, all’atto dell’insediamento, il presidente Giuseppe Saragat disse in proposito: «La Repubblica sorta dalla Resistenza si gloria della sua origine immediata. Nata spontaneamente da tutti i ceti, la Resistenza ha consentito al nostro paese di occupare in un momento tragico della sua storia un posto onorevole tra i combattenti per la libertà. Ad essa l’Italia democratica deve una grande parte del suo patrimonio politico e morale. Dalla Resistenza trae alimento la riconciliazione delle migliori energie nel nome della libertà. Con la Resistenza l’Italia ha potuto affrettare i tempi del suo reinserimento nella comunità internazionale. La Resistenza deve essere resa dalla nostra scuola sempre più viva nella riconoscenza del paese come il nostro secondo Risorgimento».

Quello di andare a rileggere i discorsi di insediamento dei presidenti della Repubblica è un esercizio che consiglio. Sia pure con stili e vocabolari diversi, tutti hanno inneggiato alla pace, alla concordia, al lavoro, all’Europa, alla Costituzione eccetera ecceterone. Anche il richiammo affinché il governo non abusi dei decreti legge non è nuovo.

Se Mattarella ha un merito è quello di aver concentrato tutto in mezzora. Della serie: breve, conciso e compendiario. Cioè: facimm’ampress e togliamoci questo dente.
Giuseppe Spezzaferro

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