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Tor Sapienza, CasaPound e il problema degli extracomunitari che delinquono

Gli incidenti a Roma nel quartiere di Tor Sapienza hanno fatto scattare in automatico i soliti ghirigori su razzismo, xenofobia e analoghi fantasmi. Gianluca Iannone, presidente di CasaPound, ha sintetizzato in un’intervista rilasciata al quotidiano “Il Tempo”: «…perché i centri di accoglienza non vengono messi nel centro storico, sotto casa di Marino? Oppure sotto quelle di Floris e di Formigli? Mettiamoli lì e si vedrà se i punti di vista cambiano».
Il nocciolo della questione è tutto qui. Per i signori che abitano il Palazzo è comodo etichettare di razzismo uno che non ce la fa più a sopportare il peso e pagare colpe che non sono sue. Lorsignori risolvono il problema a parole e si girano dall’altra parte.

C’è un film francese (“La crisi!”, scritto e diretto da Coline Serreau; 1992) che tratteggia meglio di un trattato di antropologia lo stato delle cose. Al deputato francese, che fa il generoso uomo di sinistra aperto al confronto, l’arabo chiede: «Ha mai vissuto in mezzo agli arabi? Perché non se ne porta un po’ a casa sua?» e, alla domanda: «Perché dice questo? Lei è un arabo», quello replica: «Appunto! Io li conosco».
Lo scambio di battute centra la questione: il politicante tuttomiele non sa di cosa parla perché vive in una magnifica villa con tanto di parco intorno. Spara giudizi e sputa sentenze in base a luoghi comuni partoriti da vecchie ideologie senza alcuna aderenza con la realtà.

QUANDO FACEVO TELEVISIONE
Nel 1989 (o forse l’anno prima oppure quello dopo) ho fatto un’esperienza diretta. Andai ad intervistare (lavoravo per la Tsi di Ivano Selli) gli abitanti di un quartiere che ospitava un campo nomadi. Per evitare che la messa in onda del servizio provocasse, come ho detto prima, i soliti ghirigori (all’epoca c’era il capo dell’Opera Nomadi che non cedeva di un millimetro e c’era un’amministrazione di sinistra che si vantava di aver sistemato decentemente gli zingari) chiedevo prima dell’intervista: «Lei è di sinistra?». A chi mi rispondeva cose del tipo “cosa c’entra?”, “non è questione di destra e sinistra” e analoghe risposte di “destra”, l’intervista la facevo “alla francese”, come diceva Luca, il giovane teleoperatore che m’accompagnava di solito, e cioè a telecamera spenta oppure senza inserire la cassetta (cosa che facevamo alla Regione Lazio perché i consiglieri regionali, tutti grossi volponi, non cominciavano a parlare se non vedevano la lucetta rossa della telecamera accesa).
Bene. Montammo il servizio usando soltanto le risposte di comunisti, socialisti e anarchici vari. Tutte, ma proprio tutte, cominciavano con un «io non sono razzista, ma…».

ZINGARI IN LIBERA USCITA
Da quel campo attrezzato partivano nottetempo ladruncoli di motorini, auto, autoradio e via delinquendo. Brandendo bottiglie e lattine, quelli ubriachi schiamazzavano, cacavano e pisciavano davanti ai negozi o negli androni dei palazzi.
Nessuno accusava gli zingari come tali, ma tutti erano concordi nel dire che quel campo era senza controllo e che gli zingari perbene non avevano autorità sui delinquenti. C’era anche il fatto che, al mattino, frotte di zingarelle partivano verso il centro e non verso la scuola. E i loro genitori aspettavano tranquilli il bottino a fine giornata.
Ancora oggi chi usa la metropolitana e i bus sa cosa fanno le zingarelle.

IL DATO DI PIAZZA VITTORIO
Per gli extracomunitari è la stessa cosa. Non è automatico che un extracomunitario sia un delinquente. Abito a Piazza Vittorio, dove la maggioranza è composta di negri, bengalesi, pakistani, coreani e, ovviamente, di cinesi. Ci sono anche indiani, marocchini, algerini… insomma l’Esquilino è un vero porto di mare. Gli extracomuntari gestiscono pizzerie, bar, negozi, bancarelle e attività varie, ma la cosiddetta mela marcia c’è sempre. Ho visto un grosso negro insultare un’anziana donna che aveva avuto la brutta idea di guardarlo con curiosità. «Sei una razzista, non guardarmi» e mentre lo diceva le si è avvicinato con il dito puntato. Senza che vado avanti con il raccontino, il problema c’è ed è pure grosso.

IL SINDACO MARINO NON ESISTE
Che fare? in un film norvegese (“Kraftidioten” di Hans Petter Moland; 2014) un bandito dell’ex Jugoslavia dice al complice: «Questo è un Paese (la Norvegia; ndr) dove in galera se lavori ti pagano bene, accumuli punti per la pensione e dove mangi ottimi pasti caldi e non ci sono stupri».
In Italia, le galere, purtroppo, fanno in gran parte schifo, i processi si decidono in televisione e la certezza del diritto è un ufo. Nella realtà quotidiana, c’è un abisso tra la condanna avuta e il tempo effettivamente vissuto in carcere. Che paura può avere uno spacciatore o uno schiavista? Nero, giallo, bianco che sia?
Il sindaco Ignazio Marino (che se ne va a Milano quando Roma annega, che non è andato a Tor Sapienza, che a quelli di sinistra poco ci manca che fa rimpiangere quella catastrofe di Gianni Alemanno) dia uno sguardo alla realtà, prima di mettersi a pontificare sui cattivoni razzisti xenofobi etc. C’è un solo modo di affrontare i problemi ed è di guardarli in faccia, non con le lenti deformate (e deformanti) di più o meno antiquati ideologismi.
Giuseppe Spezzaferro

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