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Istat-Isfol: la crisi ha indebolito anche la creatività degli Italiani

Tra il 2008 e il 2012, gli artigiani e gli operai specializzati hanno perso oltre mezzo milione di occupati. E 449 mila sono stati gli occupati in meno tra dirigenti e imprenditori. Per le professioni tecniche si registra un rallentamento della contrazione dell’occupazione (-0,3% fra 2011 e 2012), dopo la forte caduta del triennio 2008-2011, quando la perdita è stata pari a oltre 322 mila unità (-7,3%).
A fronte di questi dati, ci sono quelli relativi alle professioni non qualificate.
Un’indagine finanziata dall’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) e realizzata con l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, mostra che, nei quattro anni considerati, le professioni impegnate in attività elementari sono cresciute di 358 mila unità. E sono anche cresciute di 372 mila unità quelle dedite alle attività commerciali e di servizi.

SCARSO AGGIORNAMENTO PROFESSIONALE
La presenza femminile cresce soprattutto tra le professioni dei servizi (+14,1%) e in quelle a bassa qualificazione (+24,9%), registrando un aumento, rispettivamente, di quasi quattro volte e di circa il doppio rispetto a quella maschile.
L’indagine rileva che, nell’ultimo triennio, oltre il 76% delle professioni sente la necessità di aggiornare le conoscenze e competenze acquisite o di apprenderne delle nuove. In termini numerici, si tratta di 14 milioni 442 mila occupati (il 63,8% del totale).
A fronte della forte esigenza espressa, precisano gli analisti Isfol-Istat, scarseggiano le occasioni effettive di aggiornamento professionale: la manutenzione e lo sviluppo delle professionalità acquisite sono attività svolte almeno una volta l’anno solo per poco più della metà delle professioni (il 52,7%), mentre la formazione viene proposta nell’8% dei casi soltanto occasionalmente e non è mai proposta per oltre una professione su tre.
Quando si realizza, l’aggiornamento è, nella maggioranza dei casi, il risultato di iniziative personali del lavoratore, mentre di rado è erogato dall’impresa o dall’ente di appartenenza.

MENO CREATIVI
Uno dei fattori strategici per lo sviluppo è la creatività (nella quale noi italiani dovremmo primeggiare). I dati, però, dicono che la creatività è pari, su una scala da 0 a 100, a 57,4 per le professioni intellettuali, a 38,9 per le professioni delle vendite e dei servizi e a 36,1 per le professioni manuali.
Per le professioni non qualificate nei servizi e nel commercio l’indice scende a 21,1, e per le professioni non qualificate nella manifattura e nelle costruzioni a 18,2.

SODDISFATTO SOLTANTO CHI STA IN CIMA
Per quanto riguarda l’indice di soddisfazione, si passa dal 55,7 nel caso dell’alta dirigenza al 41,7 delle professioni non qualificate.
Tra i meno soddisfatti per la propria condizione professionale vi sono i telefonisti e gli addetti ai call center (24,5), il personale domestico (30), i venditori a distanza (30) e i conduttori di veicoli a trazione animale (30,7). Seguono le professioni tecniche nei musei (32,6), negli uffici giudiziari (34,6) e nell’ambito dei servizi statistici (37), alcune professioni non qualificate come i bidelli (36,6) e gli addetti al lavaggio dei veicoli (37,2), oltre agli addetti ai distributori di carburanti (37,6).

Nelle professioni con indice alto, troviamo i dirigenti della magistratura ordinaria (83,8), i magistrati (80,6), gli ambasciatori (76,1) e l’alta dirigenza nei settori dei servizi bancari di assicurazione e intermediazione finanziaria (79,5). Inoltre, tra coloro che percepiscono come ‘molto stabile’ il proprio lavoro troviamo le professioni legate alla pubblica sicurezza (88,8), i docenti universitari (82,9), i magistrati (89,1) e gli ambasciatori (78,5).

IL DESTINO DEI MURI
Piove sempre sul bagnato. La crisi l’ha pagata, e tuttora la sta pagando, il ceto medio. Il calo di creatività è dovuto anche allo schiacciamento della spina dorsale dell’Italia. Come venirne a capo, se la creatività dei “nostri” governanti si esaurisce in battute e slogan? È antipatico ripetersi, ma il fronte del no al cambiamento è trasversale e assai forte. Il muro eretto dalla casta dei banchieri, dei magistrati, dei professori, dei dirigenti, insomma di chi ha in mano il timone, pare un muro indistruttibile come perfino a un Giulio Andreotti appariva quello di Berlino.
La Storia (sì, con la esse maiuscola, a distinguerla dai raccontini di “storici” qualificati dal sottopancia sul teleschermo) mostra che il crollo è inevitabile per i muri come per gli imperi.
Il ceto politico dominante, che colpisce i parenti del nemico quando non può inquisirlo, non se ne preoccupa, perché si sente al riparo. E non ha torto. Il crollo di questo regime, infatti, arriverà quando nessun suo membro sarà in vita. Di ciò che succederà dopo la loro morte non gliene frega unca a nessuno di loro.
Giuseppe Spezzaferro

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