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L'Ue agli Usa: chi rompe, paga

Dopo la bocciatura alla Camera dei Rappresentanti del Congresso del piano da 700 miliardi di dollari varato dal Tesoro Usa, i leader dei Paesi investiti dall’onda lunga della crisi hanno chiesto con forza un’azione da parte di Washington che riporti un minimo di fiducia sui mercati. Il no “bipartisan” detto al presidente Bush è stato fino ad oggi il segnale più forte venuto dal mondo politico squassato dalla campagna elettorale. Devastante è stata la spaccatura dei democratici per la nomination (Clinton vs Obama). Mentre il presidente Usa lavora per trovare il modo di dribblare il voto contrario del Congresso, dall’Ue è arrivato il richiamo più forte affinché l’intervento-tampone ci sia. Il portavoce della Commissione europea, Johannes Laitenberger, ha dichiarato semza mezzi termini: “Gli Stati Uniti devono assumersi le loro responsabilità in questa situazione, devono mostrare senso dello Stato per la salvezza delle loro imprese e per la salvezza di quelle del mondo intero”. Il voto del Congresso, ha aggiunto, è stato “deludente” e visto che “la crisi che stiamo vivendo ha avuto origine degli Stati Uniti” ora “ci aspettiamo una decisone in tempi rapidi”. Il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, ha sottolineato le manchevolezze nella gestione dei conti pubblici in Usa visto che “la crisi negli Stati Uniti deriva in gran parte dal fatto che nel bilancio federale non c’é stato nessun bilanciamento”.

Non meno dura Angela Merkel, cancelliere della Repubblica federale. “Il governo tedesco – ha detto – si aspetta, ed io mi aspetto, che il piano d’emergenza negli Stati Uniti venga approvato questa settimana”. Dal canto suo Brian Lenihan, ministro delle Finanze dell’Irlanda, l’unico Paese dell’Eurozona in recessione tecnica, ha detto: “Penso che le autorità americane hanno sbagliato a permettere che le banche fallissero. Se la liquidità si dovesse asciugare in Irlanda dalle prossime settimane ci sarebbe una catastrofe economica”. La necessità di un intervento degli Usa è stata sottolineata anche in Asia dove il governo giapponese sta cercando di varare un suo piano d’emergenza da 17 miliardi di dollari. “Non dobbiamo lasciar collassare il sistema finanziario mondiale”: ha dichiarato il premier nipponico Taro Aso. In sintonia il ministro delle finanze Kaoru Yosano il quale ha detto anche parole di speranza: “Siamo molto preoccupati e spero sinceramente che alla fine il Congresso farà progressi e raggiungerà una conclusione migliore”. Il ministro indiano delle Finanze, Palaniappan Chidambaram, ha ben sintetizzato lo stato dell’arte: “E’ ormai chiaro che un salvataggio è necessario. Poi non sta a me dire come il Congresso riconcilierà le opinioni dei due partiti ma è chiaro a tutti che è necessario”.

Una gelida stretta di mano tra i due candidati alla Presidenza degli Stati Uniti ha suggellato il via libera del Senato americano al piano salva-finanza. A dispetto dell’approvazione bipartisan da parte dell’aula, 74 i voti favorevoli e 25 i contrari, il repubblicano John McCain ha rivolto al rivale democratico Barack Obama uno sguardo fulminante quando è stato raggiunto per le congratulazioni, girando la testa durante la stretta di mano. Nel corso dei lavori parlamentari, McCain ha preferito non fare alcuna dichiarazione di voto mentre Obama ha parlato per tredici minuti, sollecitando i senatori ad approvare il provvedimento per evitare«una catastrofe». Il verdetto dell’urna senatoriale, dopo le modifiche che hanno reso il piano da 700 miliardi di dollari un pò più popolare tra i contribuenti, spiana la strada, sostengono i più ottimisti, a un’approvazione da parte della Camera entro la settimana. I deputati sono stati riconvocati per domani, dopo la clamorosa debacle di lunedì scorso che ha mandato in fumo 1,2 miliardi di dollari a Wall Street: praticamente il doppio del costo del piano messo a punto dall’amministrazione di George W. Bush. Prima del via libera definitivo al provvedimento, il Senato ha approvato i due emendamenti di modifica al piano: uno sull’innalzamento a 250.000 dollari dell’assicurazione federale sui depositi bancari, dai 100.000 inizialmente previsti; e l’altro che contempla tutta una serie di sgravi fiscali per 150 miliardi a favore della classe media, tra persone fisiche e imprese. Solo il senatore Ted Kennedy non ha votato perché gravemente malato.

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