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Scorre un fiume di soldi pubblici ma non si spendono i fondi europei

Il governo va a caccia di soldi, ma per il rientro dalle ferie agostane a Palazzo Chigi si prevede una stangata per rimettere i conti a posto. Si fa per dire; i conti non torneranno mai finché si continuerà a spendere e spandere: a cominciare dalle Regioni per finire alla Rai, un fiume di soldi pubblici va ad irrigare campi clientelari e orticelli personali.
È di questi giorni la notizia del contratto milionario fatto al vicedirettore di “Ripubblica” (perché chiamo così quel giornale è una lunga storia che prima o poi racconterò) per prendere il posto di Floris a Ballarò. I 1.700 giornalisti dipendenti della Rai hanno contestato la chiamata di un esterno: possibile – chiede l’Usigrai, il loro sindacato – che tra di noi non ne abbiate trovato uno all’altezza?

A Viale Mazzini si parla di spending review (la revisione della spesa essendo abito doveroso indossare) ma in realtà non ci si preoccupa di indebitarsi perché c’è lo Stato che ripiana i deficit aziendali.
Un rapido sguardo a volo d’uccello e si capisce come l’Italia sia una vacca dalle mille mammelle alle quali stanno attaccati i soliti noti. Non ci sono soldi per dare qualche euro in più a un pensionato ridotto al lumicino mentre se ne distribuiscono a piene mani ai soliti noti.

IL DOCUMENTO UFFICIALE
Il fatto è che tutti, ma proprio tutti, dipendono dai pubblici quattrini. La monorotaia che porta voti è ingrassata dai soldi prelevati dalle casse pubbliche e a nessuno farebbe comodo un’autentica rivisitazione della spesa. Anzi, per continuare a spendere senza freni i più furbi alimentano nella gente l’odio per l’euro: senza i vincoli europei – raccontano – potremmo uscire facilmente dalla crisi. Gente come Beppe Grillo costruisce le proprie fortune politiche (dalle quali discendono a cascata le altre fortune) sul rifiuto dell’euro. Essendo la madre degli sciocchi sempre incinta, sarebbe nato un fronte maggioritario e compatto se le vanità personalistiche non avessero alimentato divisioni invece che la necessaria unità. Meno male, dico io.

Ma perché affermo che il risanamento dei conti sia una facciata dietro la quale continuano i soliti sprechi?
Una prova la dà il Documento di programmazione economica e finanziaria 2014.
Alla voce fondi europei, leggiamo che al 31 dicembre 2013 il totale delle spese certificate alla Commissione europea in attuazione dei programmi cofinanziati dai Fondi Strutturali ha raggiunto un importo pari a circa 25 miliardi di euro, corrispondente al 52,7% del complesso delle risorse programmate. Fino a sei mesi fa, dunque, è stata impiegata poco più della metà dei quattrini disponibili in Ue.
Se il governo fosse una cosa seria prenderebbe in mano le redini per impiegare per la fine dell’anno i 22,6 miliardi di euro che sono rimasti nei cassetti. Non credo che gli strapagati ingegneri costituzionali insieme con i privilegiati meccanici istituzionali non siano capaci di inventare gli strumenti adatti.

L’ESEMPIO (CATTIVO) DEL FESR CAMPANIA
Che le Regioni non siano in grado di sfruttare i fondi Ue è dovuto alle guerre intestine, ai veti incrociati, alla preminenza dell’interesse personale su quello pubblico. «Tu non mi fai costruire la strada che ha in appalto mio cognato?; e io blocco il cantiere di tuo cugino».
La metto giù esageratamente semplicistica? Provate a frequentare le segrete stanze regionali (io l’ho fatto per anni alla Regione Lazio) e avrete conferma che le scelte si fanno in base ad accordi tra partiti e tra correnti di partito. Se non si trova l’accordo, si rimanda.

Le Regioni nelle quali le rivalità (anche quelle legittime, intendiamoci) prevalgono in assoluto sono Campania, Calabria e Sicilia.
Prendiamo il Fesr, il Fondo europeo di sviluppo regionale. Alla Regione Campania toccano 4,6 miliardi di euro. Sapete quanti ne hanno spesi? 1,1 miliardi. Dormono nei cassetti ancora 3,5 miliardi di euro. Ed è facile prevedere che questa montagna di soldi tornerà a Bruxelles.

UN ODG ALLA CAMERA
Un ordine del giorno presentato alla Camera (primo firmatario Antonino Moscat, Pd) denuncia: «Il sovrapporsi di norme, la non chiarezza nelle competenze, la mancanza di comunicazione tra enti, la lentezza con la quale la Pubblica amministrazione si pronuncia rispetto alle istanze dell’utenza, rendono estremamente difficile la partecipazione ai bandi, sortendo l’effetto di scoraggiare l’imprenditore ad investire utilizzando strumenti che gli consentirebbero di essere molto più competitivo sul mercato; la mancanza di una vera sinergia tra pubblico e privato che consentirebbe di avere nell’amministrazione dello Stato un alleato e non una controparte nella difficile battaglia per la ripresa economica rappresenta uno dei tanti limiti scontati dall’Italia nella direzione della competitività».

Essendo un odg firmato da deputati, è ovvio che la colpa sia caricata su lentezze e farraginosità imputabili al “sistema” e non ai pubblici amministratori.
«Partecipare ad un bando riguardante le aziende, o anche le Pubbliche amministrazioni, presuppone la predisposizione di un progetto esecutivo “completo di tutti i pareri necessari” e cantierabile nei termini dati dal bando che in genere sono di 30-40 gg.».

REGOLE DA CAMBIARE
È vero. Per aprire un cantiere servono: concessione edilizia, parere igienico sanitario Asp (Autorizzazione allo scarico servizi),
nulla osta dei pompieri, nulla osta legge antisismica, nulla osta vincolo idrogeologico, nulla osta vincolo paesaggistico, deposito all’Arpa (Agenzia regionale protezione ambiente) competente della caratterizzazione dei materiali da scavo, eccetera ecceterone.

La via crucis del progetto prevede “stazioni” al Comune, all’Arpa, al genio civile regionale, all’azienda sanitaria… per non parlare del fatto che anche una Pro Loco ha il potere di bloccare un progetto.
Tutto vero. È altrettanto vero, però, che molte Regioni riescono ugualmente a spendere la quasi totalità dei soldi Ue.
In breve: per i quattrini europei c’è una difficile corsa ad ostacoli che si somma alle guerre dentro il Palazzo.

L’odg che ho citato mi piace perché suggerisce un “trucco”.
«Si ritiene opportuna – scrivono i deputati piddini – la creazione di un meccanismo che consenta ai tecnici incaricati di poter dialogare con un solo interlocutore che abbia in sé tutte le competenze necessarie a superare gli intrecci normativi e di competenze ed il potere di autorizzare con unico provvedimento l’esecuzione di qualsiasi progetto con importo complessivo inferiore a un milione di euro».

È davvero incredibile, infatti, che debbano seguire la stessa procedura sia un progetto per un lavoro di qualche migliaia di euro e sia uno che ne vale milioni.
Ho soltanto una perplessità. Il meccanismo suggerito sarebbe una mano santa per semplificare le procedure ma sarebbe del tutto inutile a fronte di una guerra per bande. A non parlare del fatto che la via a scorrimento veloce favorirebbe soprattutto le organizzazioni criminali sul territorio.
Difficile uscirne. Ci vorrebbe una rivoluzione delle coscienze.
Giuseppe Spezzaferro

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