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Senza i soldi pubblici il Pil non cresce

L’economia va male e la disoccupazione aumenta. Il Prodotto interno lordo, cioè il valore totale dei beni e dei servizi prodotti in Italia in un anno, registra variazioni congiunturali che l’Istat stima tra -0,1% e +0,3% nel secondo trimestre di quest’anno. In parole povere, sia il calo che la crescita viaggiano intorno allo zero.
Annoto, soprattutto per coloro che paragonano l’Italia alla Grecia, che nel 2013 il Pil italiano ha sfiorato i 1.405 miliardi di euro mentre quello greco è stato di quasi 243 miliardi di euro. L’annotazione a molti sembrerà superflua ma i numeri pieni sono più comprensibili delle percentuali. Una cosa è dire ad un pensionato da 700 euro al mese che la sua pensione è stata aumentata del 2% e altra è dire che avrà 14 euro in più al mese (lordi, ovviamente).

Le aziende rallentano, licenziano oppure se ne vanno dove la manodopera costa un tozzo di pane. Le attività commerciali vanno ramengo. L’indice di mortalità è più alto di quello di natalità.
La colpa è della crisi esportata dagli Usa sei anni fa. È cosa nota, tranne che agli immancabili stupidini i quali danno la colpa all’euro e accusano l’Europa.
Oggi, però, c’è una ripresa in atto e la domanda da porsi è: come mai l’Italia non riprende a crescere come gli altri Paesi?
La prima responsabilità è della cosiddetta classe dirigente e dei politicanti che bivaccano nel Palazzo.
Nella classe dirigente ci metto anche i capitani d’industria, abituati da anni di assistenzialismo a rischiare i soldi pubblici e mai i propri. E qui vengo alla causa profonda del calo del Pil e della incapacità del sistema produttivo ad agganciare la ripresa.

L’ESEMPIO DELLE TIPOGRAFIE
Quante sono le tipografie che per conto della Pubblica amministrazione hanno, fino a ieri, stampato moduli e quant’altro? Quante di queste sono andate in crisi da quando la Pa ha cominciato a usare internet?

Ciò che è successo alle tipografie, vale anche per le migliaia di aziende che, fino a ieri, hanno lavorato con le commesse della Pa. La spending review, cioè la revisione della spesa pubblica, è la mannaia che ha tagliato la testa al Pil.

CAPITALISMO FASULLO
La verità è che in Italia un vero capitalismo privato non c’è mai stato. Perfino la Fiat, il gigante di proprietà della famiglia Agnelli, ha camminato con le stampelle dello Stato. Non appena le scelte aziendali facevano scendere gli utili, la Fiat minacciava licenziamenti e chiusure se lo Stato non avesse erogato mille sostegni: dalla Cassa integrazione ai prestiti di favore.
Oggi che lo Stato non può più largheggiare, la Fiat se ne va all’estero.

Le attività imprenditoriali che non abbiano mai goduto di sostegni pubblici sono davvero pochine. Tra fondi europei, fondi statali, fondi regionali, fondi provinciali, fondi comunali… il fiume di denaro pubblico non è mai andato in secca. Prima d’oggi.

IL CINEMA A PIAZZA VITTORIO
Le aziende che chiudono sono quelle che non sanno stare da sole in piedi e che crollano non appena mancano i contributi pubblici.
In questi giorni sotto casa ne ho visto un esempio. A Piazza Vittorio, da anni si monta d’estate un’arena per la proiezione serale di film. Quest’anno il Comune di Roma ha stanziato meno soldi per sostenere l’iniziativa. Pianto greco sui media: ahinoi! un’altra preziosa iniziativa socioculturale scompare per colpa dello Stato che taglia i fondi.
La società che aveva sempre avuto l’appalto per il cinema a Piazza Vittorio ha dichiarato che, a conti fatti, la vendita dei biglietti non avrebbe coperto le spese senza l’erogazione dei fondi capitolini. Quest’anno niente cinema!: hanno strillato le prefiche perennemente a lutto.
Invece, quest’anno il cinema a Piazza Vittorio si fa; a cura di un’altra associazione alla quale, evidentemente, l’iniziativa risulta conveniente.

Ebbene, il Pil ricomincerà a crescere quando non sarà più necessario l’intervento della Pa per far decollare un’iniziativa.

LE INIZTATIVE PRIVATE CON SOLDI PUBBLICI
Al centro di Roma quasi ogni stabile mostra affianco al portone targhe di associazioni, di centri studio, di società di consulenza, di operatori culturali e via elencando. Non ne riuscireste a trovarne una, tra le mille e mille, che campa senza avere soldi dalla Pa (Stato, Regione, Provincia, Comune…).

Il taglio della spesa pubblica, dunque, ha penalizzato migliaia di imprenditori che facevano affari con la Pa. Molti sono crollati, pochi sono rimasti in piedi.
Nei piani alti del Palazzo vorrebbero che si cancellassero i limiti della spending review per poter riprendere a finanziare attività a destra e a manca. Di conseguenza il Pil riprenderebbe a crescere, ma sarebbe una crescita drogata, che finirebbe a carico dei miei nipoti. E questo non mi sta bene.
Giuseppe Spezzaferro

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