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Dieci anni fa, il 1° luglio 2004 la missione interplanetaria per Saturno

Dieci anni fa, il 1° luglio 2004, per la prima volta una sonda spaziale robotica entrò nell’orbita di Saturno, il pianeta che dista dalla Terra un miliardo di chilometri circa.
Il nome del veicolo spaziale è Cassini, l’astronomo italiano del Seicento, esperto di Saturno e dei suoi anelli. Il lander che è atterrato (saturnato è brutto) si chiama Huygens, l’astronomo olandese che a metà del Seicento aveva scoperto Titano.
La missione interplanetaria Cassini-Huygens partì alla fine del 1997 e sarebbe dovuta durare 4 anni, secondo la Nasa (l’ente spaziale statunitense) e l’Esa (l’ente spaziale europeo). Invece, è tuttora perfettamente funzionante.

Non ci si deve meravigliare se la navicella, costruita dagli americani, porta un nome italiano, mentre ha un nome olandese il modulo costruito dagli europei. L’Asi, l’Agenzia spaziale italiana, ha collaborato con la Nasa e, nella qualità di partner della missione Cassini, ha sviluppato il sistema di antenne che consentono le telecomunicazioni con la Terra ed altri strumenti (Vims, Rsis…) troppo complicati per un non esperto. L’Asi ha inoltre sviluppato, per Huygens, un particolare strumento (Hasi, Huygens atmospheric structure instrument) che ha misurato le proprietà fisiche dell’atmosfera e della superficie di Titano.

In questi dieci anni, Saturno ha fatto un terzo dei trent’anni che impiega per girare intorno al Sole, per cui gli scienziati hanno avuto modo di studiare anche i cambiamenti stagionali.

Le missioni spaziali sono poco note al grosso pubblico. Se ne ha notizia in occasione di disgraziati fallimenti oppure per scoperte straordinarie tipo l’acqua su Marte.
Nel disinteresse generale si procede di anno in anno con la colonizzazione dello spazio. A fronte di poveracci millenaristi che s’illudono sulla possibilità di campare all’infinito sulla Terra grazie ad una rigorosa politica di risparmio (il cosiddetto sviluppo sostenibile), ci sono per fortuna i programmi spaziali che consentiranno all’umanità di non perire per l’inevitabile fine delle risorse terrestri.
Giuseppe Spezzaferro

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