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A Versailles il 28 giugno del 1919 la miccia della II guerra mondiale

Cent’anni fa scoppiava la Prima guerra mondiale. Era il 28 giugno del 1914.
Il centenario ha ridato vita ad antiche polemiche sulle cause che scatenarono quel conflitto e sulla identità dei responsabili che a Sarajevo armarono la mano di Gavilo Princip, l’assassino dell’erede al trono austro-ungarico Francesco Ferdinando d’Austria e della moglie Sophie.
Ed è vecchia anche la diatriba a proposito dell’appartenenza o meno di Princip alla religione giudaica.

Il web è sovraffollato di siti (in tutte le lingue) sul primo giorno del primo conflitto mondiale e non tutti scrivono fesserie; ma vi invito a saltare cinque anni e andare al 28 giugno del 1919, giorno nel quale fu firmato il Trattato di Versailles.

È indubbio, infatti, che quel trattato-capestro imposto alla Germania fu la miccia che vent’anni dopo accese la Seconda guerra mondiale.

IL CAGOJA
Chiamo a testimone un uomo che, all’epoca dell’impresa fiumana, Gabriele d’Annunzio bollò con l’epiteto di “cagoja”. Sulle origini del termine ci sono varie scuole di pensiero ma non bisogna essere linguisti per avvertire la carica dispregiativa che onomatopeicamente esprime.
L’uomo era Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, durante il Regno d’Italia, e, dopo la guerra, deputato alla Costituente e senatore della Repubblica.
Negli anni del Fascismo, Nitti visse all’estero, tra Parigi e Zurigo. Fu anche arrestato dalla Gestapo e durante la prigionia scrisse “Meditazioni dell’esilio”. Il “cagoja”, infatti, fu anche un prolifico scrittore ed è da un suo libro (“La disgregazione dell’Europa. Saggio su alcune verità impopolari”, Ed. Faro; 1945) che prendo le prove del fatto che nella magnifica reggia voluta da Luigi XIV cominciò l’incubazione della Seconda guerra mondiale.

LA GERMANIA COME UN LIMONE
Per avere un’idea dell’aria che si respirava a Versailles sono sufficienti le parole (riportate da Nitti) del britannico sir Eric Geddes, Primo lord dell’ammiragliato: «Noi spremeremo la Germania come un limone; ne estrarremo tutto il sugo, e seguiteremo a stringere fino a farne scricchiolare i semi».

Louis Lucien Klotz, (il ministro francese delle Finanze che l’economista John Maynard Keynes aveva definito “un piccolo, pingue e baffutissimo ebreo, tirato a lucido, ben tenuto, ma con uno sguardo instabile e vagolante”) secondo Nitti «non aveva alcuna idea d’economia”.
Scrive nel libro: «Fu lui che annunciò pubblicamente che si doveva imporre alla Germania un’indennità (allora si diceva: riparazioni) di 350 miliardi di marchi-oro (…) Si offese quando gli dissi che la Germania, con tutta la buona volontà del mondo, non avrebbe potuto pagare neppure in un lungo spazio di tempo 100 miliardi, che era irragionevole contare su tali pagamenti, e che, quanto a me, non avrei tenuto conto dei pagamenti tedeschi nel bilancio italiano».
Il cagoja, detto per inciso, era comunque migliore dei nostri governanti i quali continuano a mettere in bilancio grandi cifre dalla lotta all’evasione fiscale, le quali puntualmente si riducono a pochi spiccioli.

IL BELGIO SPECULA
«Il colmo dell’assurdo – scrive Nitti – fu raggiunto dal Belgio, che richiese, per l’indennizzo dei danni prodotti dall’occupazione tedesca, una somma superiore da sola alla ricchezza totale del Belgio ufficialmente dichiarata, comprese le terre, le officine, le case, i valori mobiliari ecc.».

Le cifre del trattato-capestro sono incredibili, ma il peso geopolitico non graverà soltanto sulla Germania. Spiega Nitti: «Costringendo la Germania a rinunziare a tutti i diritti e privilegi che le derivavano dai trattati e accordi precedenti con la Cina, il Siam, l’Egitto ed altri Paesi, gli Europei asserivano la decadenza dell’Europa. Come si giustificava per gli altri Paesi il sistema delle capitolazioni, se veniva abolito per la Germania?».

Spremuta come un limone, per la Germania fu un periodo di continue ingiustizie, come l’occupazione della Ruhr (regione ricca di carbone e ferro).
«La Ruhr fu occupata – ricorda Nitti – perché la Commissione delle riparazioni dichiarò la Germania colpevole d’aver consegnato 35.000 tronchi d’albero invece di 55.000; 65.000 pali telegrafici invece di 200.000; 11.710.363 tonnellate di carbone invece di 13.864.000! Pare impossibile che si sia potuto commettere un errore tanto funesto e fatale per un pretesto così assurdo e ridicolo!».

Anche dopo la Seconda guerra mondiale la Germania fu condannata a risarcire i vincitori e milioni di famiglie ebraiche, ma la spremitura fu fatta con intelligenza e sagacia, tant’è che i Tedeschi hanno pagato senza protestare.
La Germania ha pagato alla fine del 2010 l’ultima rata (69,9 milioni di euro) dei debiti di guerra. Cioè 65 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Giuseppe Spezzaferro

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