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La lunga sparatoria di Renzi all'assalto della diligenza

«Levati tu, che mi ci metto io!». All’osso, la politica è tutta qui. I motivi possono essere nobili o ignobili, ma la dinamica non cambia. Ogni tappa della lunga marcia del politico taglia il traguardo del «Levati tu…».
Vediamo politicanti dall’incredibile capacità scenica, dotati di grande fascino, abili a scatenare repentine simpatie e in grado di mentire in modo convincente. Per avere un’idea della loro facciatostaggine, dobbiamo rifarci a quegli imbroglioni che, grazie ad una telecamera nascosta, vediamo in televisione nel pieno della loro attività truffaldina. Intervistati, negano con decisione. Qualcuno fa anche l’indignato: «Ma come si permette?, sono una persona perbene, io».

Pensate a quanti hanno creduto a Matteo Renzi, il quale con la mano sul cuore assicurava di non avere alcuna intenzione di sfrattare Enrico Letta da Palazzo Chigi. L’ha ripetuto mille volte in tv, alla radio, sui giornali, tant’è che un sacco di gente s’è convinta della bontà del sindaco rottamatore. A tutt’oggi quella gente è pronta a scommettere che lui non è per niente come gli altri.

Eppure l’assalto alla diligenza quel simpaticone l’ha cominciato il giorno in cui si scagliò contro i padroni del partito condannandoli alla rottamazione.
È come si vede nei western: furiosa galoppata, intensa sparatoria, morti e feriti.

Nell’inseguimento compiuto da Renzi, di morti se ne contano parecchi. Per brevità cito soltanto Romano Prodi. Averlo “steso” è stata la prova più convincente della capacità di fuoco del rottamatore.

Avevo scritto che le fibrillazioni in Parlamento e dintorni sarebbero aumentate non appena fossero arrivati segnali di ripresa in economia. Una previsione più che facile; la riporto non per automedagliarmi, bensì per aggiungere una nota che m’era sfuggita. E cioè che Matteo Renzi avrebbe in ogni caso buttato giù il conducente dalla diligenza, dacché, se avesse continuato l’inseguimento, sarebbe rimasto con le pistole scariche.
Giuseppe Spezzaferro

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