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Pd&co: Riforma della Giustizia? Prima rinchiudete il pregiudicato Berlusconi

Il problema della Giustizia c’è ed è anche pesante. E’ un dato acclarato, non smentito nemmeno da migliaia di magistrati. La dichiarazione più recente, quella del ministro della Difesa Mario Mauro, ha ricordato le condanne inflitte all’Italia dalla Corte europea dei diritti umani a causa dello stato barbarico delle carceri, della lentezza dei processi e dell’incertezza del diritto.
Quando si potrà dunque intervenire per porre riparo? Per anni, una parte del Parlamento ha risposto così: «Dopo che Silvio Berlusconi sarà stato messo in galera».

Ora ci siamo arrivati. Pochi giorni ancora e il Cavaliere sarà cacciato dal Senato, tornerà un privato cittadino e potrà essere arrestato sulla base di uno dei tanti mandati di cattura già pronti sulle scrivanie di parecchi magistrati.
Resta l’interrogativo che pongo da tempo: chi sarà il primo? chi andrà sui tg di tutto il mondo per essere stato l’ammanettatore di Berlusconi?

Se non bastasse, pende anche la condanna per il cosiddetto processo Ruby (Berlusconi è stato già condannato in primo grado a 7 anni di reclusione!), onde è certa l’interdizione dai pubblici uffici: il leader del centrodestra non potrà più essere eletto neppure consigliere municipale.
I forcaioli sono soddisfatti? Nemmeno un po’. Temono qualche colpo di coda. Paventano che il prestigiatore di Arcore tiri fuori dalla manica l’asso risolutore. E perciò negano qualsivoglia intervento in merito al problema-Giustizia. Qualunque mossa facesse il Parlamento, dicono i discendenti delle tricoseuses, diventerebbe un salvacondotto per il “pregiudicato” (come amano definirlo i Robespierre in sedicesimo).

A sbarrare la via dell’amnistia, implorata anche dal Beato Karol, a novembre del 2002!, in un applauditissimo intervento a Montecitorio, sono schierati in parecchi (dal Pd ai Cinquestelle) e non se ne parla.

Prima del 1992, l’anno del golpe mediatico-giudiziario comunemente chiamato Tangentopoli, l’amnistia era una prerogativa del capo dello Stato. Sotto il peso delle inchieste, l’articolo 79 della Costituzione, che recitava “L’amnistia e l’indulto sono concessi dal Presidente della Repubblica su legge di delegazione delle Camere”, fu così modificato: “L’amnistia e l’indulto sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale”. Questa “mutazione” meriterebbe una trattazione più esauriente; mi riprometto di tornarci, ma ora torno ai forcaioli.

Parecchi di loro potrebbero accostarsi (con la supervisione delle toghe, beninteso) al tavolo della riforma della Giustizia. Non fosse altro che in segno di omaggio al presidente della Repubblica che, non dimenticate, è anche presidente del Consiglio superiore della magistratura. Giorgio Napolitano, infatti, ha più volte richiamato il Parlamento sulla necessità di mettere mano ad una riforma dell’ordinamento giudiziario.
Dimostrerebbero buona volontà al sempre più incazzato inquilino del Colle, senza rischiare di far cadere l’impalcatura che tiene prigioniero il Cavaliere: tra tavoli, convegni, commissioni e proposte fatte e rifatte, passerebbe un bel po’ di tempo sicché il detenuto Berlusconi resterebbe elettoralmente fuori gioco.

Qui rammento che c’è anche la via dei referendum radicali. Sarebbe senz’altro più veloce di una qualsivoglia riforma della Giustizia, ma il voto popolare sarebbe decisivo soltanto l’anno prossimo. Ciò significa che alle elezioni europee, il 25 maggio 2014, per la prima volta negli ultimi 20 anni sulle schede non ci sarà il nome del “pregiudicato”.

Scontato che la crisi di governo non lo salverebbe, cosa potrà fare dunque Berlusconi per “uscire di galera”? Non riesco a vedere vie d’uscita, ma io non ho nemmeno creato un impero come ha fatto il tycoon di Arcore.
Giuseppe Spezzaferro

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