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Grazia, amnistia, riforma della Giustizia: se non si fanno è colpa di Berlusconi

Sono tre i temi più bollenti sui quali si esercitano i commentatori pagati da giornali e televisioni: grazia, amnistia e riforma della Giustizia.
Tanto per cambiare, la triade (in termini musicali, la mafia cinese non c’entra) si modula intorno a Silvio Berlusconi.
Si ciancia di grazia per salvare il Cavaliere dalla condanna per il processo Mediaset confermata dalla Cassazione.
Sulla testa di Berlusconi, però, pendono altri processi, a cominciare a quello Ruby. Sarebbe proprio sciocco farsi dare la grazia da Giorgio Napolitano per poi ritrovarsi condannato ad altri anni di carcere per prostituzione minorile e quant’altro. Che farebbero le teste d’uovo che attorniano il Cavaliere? Chiederebbero un’altra grazia? E poi un’altra ancora?
Se è vero che la procura di Milano non molla l’osso perché ideologicamente nemica del tycoon di Arcore, non sarà certo una grazia presidenziale a fermarla.
Perciò, berluscones miei, piantatela di cianciare di grazia.

AMNISTIA
Si discetta di amnistia per metterci in regola con le carceri (barbaramente sovraffollate) ed evitare le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma (un “ma” grosso quanto il Gran Sasso) ne beneficerebbe anche il condannato nonché l’imputato Silvio Berlusconi, perciò in Parlamento gli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo bloccano qualsivoglia ipotesi di amnistia.
Perfino la voce del Beato Karol si levò in Parlamento per chiedere l’amnistia. Il Papa si prese applausi a scena aperta e il giorno dopo si riprese il solito tran tran.
Con il condannato Silvio e con l’imputato Berlusconi sarebbe stata più probabile la nevicata di agosto a Santa Maria Maggiore che un provvedimento parlamentare di amnistia.

RIFORMA GIUSTIZIA
Da decenni si discute della riforma della Giustizia, perché così come va lo capisce pure un bambino che la giustizia non è giusta. Negli ultimi anni, la riforma è stata più volte evocata anche dal presidente della Repubblica, ma senza risultati.

C’è la necessità di separare le carriere in magistratura tra giudici e pubblici ministeri. Oggi è alquanto ipocrita parlare di terzietà del giudice. Data la intercambiabilità di pm, gip, gup eccetera, un magistrato è pubblico accusatore oggi e giudice domani: dove sta la terzietà necessaria?
Sarebbe anche necessaria la trasformazione dei pm da 007 con licenza di incatenare ad avvocati della pubblica accusa come in tutti i Paesi civili.
Non v’ha dubbio che il pm sia esageratamente più forte rispetto all’avvocato della difesa e questo è un male da sradicare soprattutto in un Paese che è “culla del diritto”.

Indispensabili sarebbero anche la revisione del Consiglio superiore della magistratura (oggi controllore di sé stesso) e l’eliminazione dell’automatismo delle carriere per cui, bravo o non bravo, il magistrato è promosso in forza dell’anzianità.
Potrei continuare con gli aggiustamenti necessari a snellire la giustizia civile e con i correttivi per impedire il ricorso in tribunale a chi ha manifestamente torto (tecnicamente: “lite o resistenza temeraria”).

Anche per la riforma della Giustizia c’è la zeppa-Berlusconi, nel senso che potrebbe fargli comodo e perciò si sceglie di non farla, ma l’autentica inamovibile zeppa è la stessa magistratura.
A parte le toghe che usano le aule di tribunale come rampe di lancio per altre carriere, la gran parte dei magistrati non vuole lasciare nemmeno un metro del terreno conquistato dal bombardamento di Tangentopoli in poi. In questo sono come gli israeliani nei territori palestinesi occupati: anche i non guerrafondai ritengono che quelle terre ormai siano di Israele e non le mollano.
Per costringere Tel Aviv a fare marcia indietro ci vorrebbe un potere politico-militare più forte e così per riportare la magistratura nei confini naturali dovrebbe spuntare un potere politico-istituzionale più forte.

LA GRAZIA
Cosa sia in realtà l’istituto giuridico della grazia lo sintetizzo qui di seguito.
L’art. 87 della Carta costituzionale (comma 11) prevede che il presidente della Repubblica può, con proprio decreto, concedere grazia e commutare le pene.
La grazia estingue anche le pene accessorie, se il decreto lo dispone espressamente.
La concessione della grazia è disciplinata dall’art. 681 del codice di procedura penale. Il 681 prevede anche che la grazia possa essere concessa di ufficio e cioè in assenza di domanda e proposta.
La domanda di grazia va diretta al presidente della Repubblica e va presentata al ministro della Giustizia. La domanda è sottoscritta dal condannato, da un suo prossimo congiunto, dal convivente, dal tutore o curatore, oppure da un avvocato.
Sulla domanda o sulla proposta di grazia esprime il proprio parere il procuratore generale della Corte di Appello o, se il condannato è detenuto, il magistrato di sorveglianza.
Acquisiti i pareri, il ministro della Giustizia trasmette la domanda o la proposta di grazia, corredata dagli atti dell’istruttoria, al presidente della Repubblica. Il ministro può dire se è contrario o meno, ma non può bloccare la grazia.
Da quando si è insediato la prima volta al Quirinale, Giorgio Napolitano ha firmato una ventina di provvedimenti di grazia.
Giuseppe Spezzaferro

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