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Se devono combattere i musulmani non digiunano

«Il Profeta interruppe il digiuno e partì per guidare di persona l’attacco»: scriveva cent’anni prima dell’anno 1000 al–Tabarī, il più grande annalista musulmano.
E l’arabista Sergio Noja spiega in una nota: «Il diritto musulmano prevede l’interruzione del digiuno in caso di guerra, con l’obbligo di recuperare poi le giornate di digiuno perse, ad ostilità terminate» (Muhammad Ibn Garīr al–Tabarī, Vita di Maometto; Bur 2011).

Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha invitato le parti in conflitto in Siria a osservare una tregua per il mese sacro del Ramadàn. Che quest’anno, il 1437 per l’Islàm, nel nostro calendario va dal 10 luglio al 7 agosto.

Non è obbligatorio starsene in pace nei giorni del Ramadàn. E’ una rivisitazione della scenetta, vista in tanti film made in Hollywood, nella quale gli astuti occidentali si muovono indisturbati approfittando degli stupidi arabi inginocchiati a pregare. C’è ancora molta gente che immagina i musulmani come primitivi prigionieri di superstizioni e fanatismi. Anche il colto sudcoreano segretario Onu proietta qualcosa di analogo.
Rispettate il mese sacro, dice, come se non sapesse (o non lo sa per davvero?) che fu lo stesso Maometto a rompere il digiuno per combattere.
Giuseppe Spezzaferro

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